ITALIA
Nereidi Project: la più giovane flotta per il soccorso nel Mediterraneo
Una comunità autogestita di persone molto giovani ha deciso di mettersi in gioco per aiutare i migranti che attraversano il mare dando vita al progetto Nereidi. Un collettivo che intende fornire supporto alla missione di Mediterranea Saving Humans. Due barche a vela stanno per partire da Lampedusa per iniziare l’avventura
Gli ultimi anni possono essere definiti gli anni delle grandi flottiglie: gruppi di imbarcazioni civili con a bordo attiviste e attivisti da tutto il mondo sono partiti per aiutare chi in questo momento si trova sotto gli artigli dei potenti di turno, da Gaza alla vicina Albania passando per Cuba.
La linea tracciata da queste flottiglie continua nel progetto Nereidi, una collettività autogestita nata principalmente per fornire supporto alla missione di Mediterranea Saving Humans, composta da persone molto giovani che hanno deciso di mettersi in gioco per aiutare in mare i migranti in difficoltà.
Seguendo quella linea, stanno per partire da Lampedusa due barche a vela, la Blue Moon e la Blue Soleil, dirette verso sud. Affiancheranno la Mare Jonio e la Safira, le due navi di Mediterranea, presidiando il tratto di mare tra Malta, Italia, Tunisia e Libia. Qui svolgeranno attività di ricerca e soccorso, individuando le imbarcazioni in difficoltà. Va ricordato a chi sta leggendo che Mediterranea è un’ONG impegnata nel soccorso dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Insieme ad altre organizzazioni umanitarie, continua a fare ciò che gli Stati dovrebbero garantire ma non fanno: salvare vite umane.
È esattamente da questa esigenza che nasce il collettivo Nereidi: un progetto nato dall’incontro di alcuni giovani provenienti da diversi spazi sociali romani che in autonomia hanno deciso di sfidare le direttive dei governanti europei riguardo al tema delle migrazioni.
Dalle dichiarazioni espresse da questa collettività c’è la volontà di gettare un guanto di sfida al ministro Piantedosi e al decreto legge che porta il suo nome. Quest’ultimo obbliga le navi che soccorrono qualcuno in mare a dirigersi non verso il porto sicuro più vicino, ma verso un porto assegnato arbitrariamente dalle autorità italiane. Quasi sempre i porti assegnati dalle nostre lungimiranti autorità distano giorni (o addirittura settimane) di navigazione, allontanando così dalle zone di salvataggio le navi delle ONG per periodi lunghi. Se per un qualsiasi motivo una nave decide di violare il decreto, lo Stato può rispondere con sanzioni e addirittura con il sequestro preventivo dell’imbarcazione.
In pratica, con questo provvedimento si lasciano scoperte intere zone del Mediterraneo centrale per tempi lunghissimi, aumentando drasticamente la probabilità di naufragi delle imbarcazioni con migranti in difficoltà, e quindi il numero di morti in mare.
Per inquadrare meglio il problema, secondo le stime dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) 32.000 esseri umani sono annegati nel Canale di Sicilia nell’ultimo decennio. Un’ecatombe a pochi chilometri a sud delle nostre spiagge. A questo discorso si aggiunge anche quello riguardante la deriva securitaria che in tutta Europa si sta diffondendo: ai confini aumentano le reti e il filo spinato, all’interno aumentano i dispositivi securitari che colpiscono principalmente (ma non solo) le soggettività migranti.
Ma questo nuovo collettivo non è soltanto un gruppo a supporto di una missione umanitaria. È anche, e forse soprattutto, un luogo di confronto tra soggettività che analizzano il quotidiano con uno sguardo critico, cercando di scovare dove si formano le disuguaglianze. Il tentativo è quello di tenere insieme, in un unico discorso, problematiche che, a persone meno politicizzate, possono sembrare scollegate: le frontiere, il lavoro, la casa, la salute, la repressione. Come raccontano le attiviste e gli attivisti di Nereidi sui social: «Navigare verso le vite che, a centinaia, continuano a perdersi in mare. Spezzate dalle onde, ancor di più dai calcoli geopolitici e disumani degli Stati, che, incapaci di offrirci tutela sociale, lavoro, sanità pubblica o diritti, sanno soltanto costruire paure da cui poi pensiamo di doverci difendere». Difenderci da ciò significa riannodare i fili e tracciare nuove narrazioni, in grado di erodere quel muro costruito intorno alla verità. Un muro fatto di silenzi, omissioni, fake news e narrazioni tossiche.
In un momento storico in cui parole come “guerra” e “reimmigrazione” sono diventate quotidiane, mentre “umanità” e “soccorso” vengono demonizzati nel dibattito pubblico, la nascita di questo collettivo è una boccata d’ossigeno per la nostra società.
Un altro elemento chiave che si può associare alla missione intrapresa dal collettivo è “replicabilità”. Come ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea: «Vogliamo che sempre più persone possano conoscere, partecipare, formarsi ed essere in grado di contribuire alle attività di soccorso. L’obiettivo è moltiplicare le esperienze, costruire competenze diffuse e rendere il soccorso civile sempre più partecipato e riproducibile».
La partenza di nuove imbarcazioni di salvataggio è come l’immagine di un faro nella tempesta: ci indica una strada da intraprendere, ci ricorda che un’altra direzione è possibile. È paradossale come dei e delle giovani si stiano mettendo in gioco per portare aiuto a chi scappa, mentre le nostre governanti, dall’alto dei loro programmi elettorali, non solo non si muovono di un centimetro, ma ostacolano attivamente il soccorso civile: fermano le imbarcazioni, multano gli equipaggi, sequestrano le navi. Eppure, proprio da questo paradosso nasce la forza di iniziative come quella di Nereidi.
In conclusione, riprendendo ancora le parole della presidente Marmorale: «davanti a una strage che continua nel cuore del Mediterraneo, aumentare il numero di chi è disposto a intervenire significa aumentare le possibilità di soccorre vite e costruire una rete sempre più ampia di solidarietà e responsabilità».
Perché, mentre le istituzioni alzano muri, la società civile costruisce ponti. Mentre i governi esternalizzano i controlli a milizie e regimi autoritari, le organizzazioni di soccorso civile continuano a presidiare quel tratto di mare. E lo fanno con mezzi di fortuna, con giovani volontari, con una determinazione che non si lascia intimidire né dai decreti né dalle campagne di odio. La loro presenza in mare non è solamente un atto di disobbedienza civile. È la dimostrazione che un’altra Europa, solidale, accogliente, antirazzista esiste già.
la copertina è di Neredi Project
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