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Nelle sale Ji Bo Azadiyê / The End Will Be Spectacular, la lotta curda per non dimenticare

Esce anche in Italia l’opera di Ersin Çelik sull’assedio di Diyarbakır del 2015-2016, in cui la popolazione resistette per cento giorni alla distruzione del centro storico Sur da parte dello stato turco

Nella lirica A un compagno, con la sottile inquietudine che gli è cara, dice Mario Luzi che «essere è non dimenticare». Qualcosa di diverso, evidentemente, dal semplice ricordo, da una memoria diretta dei fatti e degli eventi, da un “ritenere nella mente” l’immagine di persone amiche, compagne di vita e magari di lotta. È necessario, infatti, uno sforzo ulteriore.

“Essere” è “non dimenticare”, cioè fare resistenza all’oblio, impegnarsi attivamente contro il “naturale” corso del tempo e delle cose.

Ji Bo Azadiyê / The End Will Be Spectacular – film del regista turco Ersin Çelik prodotto nel 2019 dal collettivo di cineasti con sede nella regione autonoma della Siria del nord Komîna Fîlm a Rojava e in questi giorni nelle sale italiane (stasera al Capitol di Bergamo) – racconta, sebbene indirettamente, di questa “battaglia dentro la battaglia”, di un dovere della militanza (nello specifico, quella per la libertà del popolo curdo) che inizia proprio quando i «giochi sembrano essersi conclusi».

A metà fra il documentario e il “thriller politico”, la pellicola si apre con delle persone in viaggio: alcuni guerriglieri vengono intercettati dalle file nemiche a bordo di un taxi e si lanciano in una palpitante fuga, mentre la giovane donna Zilian, attraverso il cui sguardo assisteremo alle vicende, si trova su un autobus che la sta riportando nella città natale di Diyarbakır (il più popoloso e importante centro della zona orientale della Turchia, a maggioranza curda) alla ricerca di tracce del fratello morto ucciso dall’Isis. Sono destini che si incrociano in un unico grande evento, che è poi l’oggetto del lavoro di Çelik (alla sua prima prova dietro la macchina da presa): i “100 giorni di assedio” perpetrato dallo stato turco contro la “capitale ufficiosa” del Kurdistan alla fine del 2015 a cui decine e decine di curdi e curde hanno opposto una strenua resistenza.

In quel momento, la repubblica mediorientale guidata da Recep Tayyip Erdoğan era attanagliata da pesanti attentati da parte dello Stato Islamico (il 10 ottobre oltre cento persone persero la vita ad Ankara durante una manifestazione per la pace) così come dal consolidamento dell’autonomia curda del Rojava, che a marzo di quell’anno riusciva a liberare Kobanê dalla morsa dell’Isis.

Se ancora si nutrivano speranze per un possibile accordo di fine delle ostilità fra lo stato turco e il partito dei lavoratori curdi Pkk (a febbraio, il leader in carcere Abdullah Öcalan aveva chiesto ai guerriglieri di «deporre le armi»), l’accumularsi della tensione avrebbe invece portato a un’enorme recrudescenza del conflitto e della violenza: in seguito all’uccisione di alcuni militari dell’esercito, Erdoğan impose pesanti restrizioni e coprifuoco in numerose città della parte orientale del paese, inclusa Diyarbakır, dove si verificarono proteste e scontri molto intensi.

La “capitale del Kurdistan” (Amed in curdo), che sorge in prossimità del fiume Tigri, ha conosciuto una vera e propria esplosione demografica durante gli anni ‘80 e ‘90, proprio in conseguenza del crescente conflitto fra stato e Pkk che portava molti abitanti delle campagne a trasferirsi in città, in particolare nel centro storico di Sur. Qui, il sogno di un Kurdistan libero e autonomo è qualcosa che in qualche modo è diventato nel corso del tempo realtà: un quartiere che – lontano dalle ricche gated community della periferia, in cui si è riversata la parte più abbiente della popolazione – ha visto il partito dell’Hdp al 70% e che per alcuni periodi è stato praticamente “autogestito” dai curdi.

Un sogno che, nel 2015, si è tra l’altro alimentato dalle vittorie che le Ypg e le Ypj riportavano contro l’Isis in Rojava e da una solidarietà trasversale che univa curdi e curde della Turchia con curdi e curde della Siria (come avveniva nella città di Suruç, dove un’altra strage colpì a luglio la federazione dei giovani socialisti).

La storia di Ji Bo Azadiyê / The End Will Be Spectacular è dunque immersa in questo contesto e ne racconta in filigrana le speranze, gli umori, l’accumularsi di inedite “fratellanze” e “sorellanze” che allora si sedimentavano con forza all’interno della popolazione curda e trovavano nella difesa di Sur dall’attacco dello stato turco un’occasione per esprimersi. Zilian, che all’inizio del film sembra solo intenzionata a onorare la memoria del fratello, decide poi di unirsi alla resistenza contro le bombe e i carri armati spediti da Erdoğan a “riconquistare” Diyarbakır e riportarla sotto il proprio controllo.

In questa resistenza trova compagni e compagne veri, che le insegnano non solo a combattere ma anche a capire cosa significa essere leali verso una comunità in lotta: molti di loro moriranno durante i combattimenti, alcuni tradiranno, e ai superstiti viene consegnato il “compito” di rompere l’assedio e raccontare al mondo e a tutti che cosa hanno significato i cento giorni di resistenza di Amed e perché vanno celebrati.

L’elemento di interesse della pellicola – oltre a una cura delle immagini elevata e a un ritmo dell’azione che, verrebbe da dire, sorregge la crescente “tensione morale ed etica” degli eventi – è dato dal fatto che c’è stato un grosso lavoro di ricostruzione e ricerca da parte del regista. Çelik, per scrivere la sceneggiatura assieme a Aysun Genç, si è infatti basato su testimonianze e diari di chi ha realmente combattuto in quei giorni, ma soprattutto ha scritturato come attori persone (Korsan Şervan e Haki) che hanno effettivamente preso parte alla lotta di Sur e che dunque interpretano se stesse.

Come riporta la presentazione dell’opera su Distribuzioni dal basso: «[…] ero alla ricerca di attori dilettanti, perché volevamo catturare emozioni autentiche di persone che fossero il più vicine possibili sia a quello che era successo a Sur sia alla soggettività dei giovani che lì hanno combattuto. Quindi eravamo convinti che solo persone che avevano vissuto eventi simili potessero rappresentare questa storia».

L’assedio di Diyarbakır è forse un evento che, nella variegata “epopea” del popolo curdo, è meno lineare di altri: sia perché, a differenza per esempio dell’insurrezione di Kobanê, non rappresenta una vittoria, sia perché la guerriglia portata fin dentro le strade del centro storico dai sostenitori del Pkk e, più in generale, dagli oppositori all’oppressione erdoğaniana non ottenne un supporto incondizionato da parte della cittadinanza. Ma la tenacia e la convinzione con cui molte persone, molti e molte giovani, scelsero di sacrificare la propria vita per difendere non già un luogo, ma un’idea di collettività e di autogestione è certamente un segno di eroismo e di resistenza.

Soprattutto, visto dalla prospettiva attuale, è un segno importante il fatto che quegli accadimenti e quelle biografie possano trovare una celebrazione postuma all’interno del dibattito pubblico, anche attraverso le voci di chi vi ha preso parte in prima persona.

Perché uno dei principali campi di battaglia, oggi, è appunto quello della memoria e della rappresentazione: oltre a distruggerlo con l’assedio e i bombardamenti, lo stato turco ha poi “messo le mani” sulla ricostruzione di Sur operando strategie di gentrificazione che, da un lato, intendevano riconfigurare la composizione della popolazione in modo da rendere l’area meno egemone all’opposizione dell’Hdp o del Pkk e, dall’altro, di “cancellare” le tracce architettoniche e simboliche proprie della cultura curda. Alcune piattaforme e associazioni, come “No alla distruzione di Sur”, sono nate proprio contrastare un tale progetto.

Ecco perché la parabola della protagonista Zilian diventa davvero rappresentativa, non solo dell’assedio di Diyarbakır ma anche della situazione più complessiva: torna nella sua città natale per inseguire il ricordo del fratello caduto come martire, capisce che il modo migliore per onorare questo ricordo è unirsi alla lotta e, infine, comprende come la lotta trovi la sua prosecuzione quasi naturale nel ricordo, nel fare resistenza all’oblio.

“Essere” allora, esistere e r-esistere, significa “non dimenticare”, anche con un film.