ITALIA

L’estate della guerra ai poveri

Una analisi sulle politiche del governo Meloni delle ultime settimane, tra abolizione del Reddito di cittadinanza e inerzia sul salario minimo. Gli esclusi dal sussidio saranno circa 400.000 nuclei familiari. Il tutto, tra l’altro, in una fase d’inflazione

Un tema sopra tutti sta caratterizzando, in negativo, l’estate 2023: quello del reddito. Il Governo Meloni, dopo anni di crociate che hanno visto alleate forze politiche, grande stampa e poteri padronali, ha rispettato una delle sue più sciagurate promesse elettorali, arrivando in questi giorni alla sostanziale abolizione del Reddito di cittadinanza. Come se non bastasse, il tema scottante del salario minimo, che per alcune settimane è riuscito a conquistarsi le prime pagine dei media mainstream, sembra nuovamente destinato a tornare nell’ombra (come il caro affitti) dopo che la destra ha deciso di posticipare la discussione sul tema di due mesi. Meloni e soci, vista la popolarità della proposta attestata anche dai sondaggi, tentano di rinviare per far cadere la questione nel dimenticatoio come da collaudata tradizione italica. Insomma, assistiamo a un «troncare, sopire… sopire troncare» di manzoniana memoria.

Riguardo al Reddito di cittadinanza abbiamo scritto molto nei mesi, se non negli anni, passati. Si trattava di una misura minima di welfare presente in tutta Europa e ferocemente attaccata da tutto il padronato italiano, perché dava una possibilità concreta a molti di rifiutare contratti precari con stipendi vergognosi. All’attacco, oltre alla destra e ai liberal Renzi e Calenda, si sono subito associati i media mainstream (non a caso quasi tutti in mano a grandi potentati economici) con una campagna forsennata e quotidiana sulle truffe (reali, ma minoritarie) dei falsi percettori. Se una campagna così agguerrita venisse scatenata contro le morti sul lavoro, forse questo annoso problema sarebbe già risolto da un pezzo!

Come dicevamo, Meloni ha fatto dell’abolizione del RdC uno dei cavalli di battaglia delle sua campagna per le elezioni politiche del 2022. Ora, dopo l’approvazione delle procedure legislative, nei mesi passati dalle parole si è passati ai fatti. In questi giorni sono partite decine di migliaia di freddi sms inviati per annunciare la sospensione della misura di welfare. Messaggi che hanno gettato nello sconforto tantissime persone abituate a confrontarsi giorno dopo giorno con la durezza della vita. Si valuta che, alla fine dei giochi, gli esclusi dal sussidio saranno circa 400.000 nuclei familiari. Il tutto, tra l’altro, in una fase d’inflazione. Il carico, già in questi giorni, sta venendo scaricato sui disastrati servizi sociali dei Comuni, sulle Regioni e sui Centri per l’Impiego, dove mai si è investito. Insomma, una scelta odiosa nel pieno della tradizione classista reaganiana e thatcheriana. Altro che destra sociale! Il fronte pro-reddito ha scontato la debolezza della mobilitazione delle piazze, la pavidità del Partito Democratico e la paura dei 5 Stelle ad agire nelle strade al di fuori dei palazzi.

Per quanto riguarda il salario minimo, la qustione ha scaldato il dibattito per alcune settimane vedendo l’opposizione istituzionale agire, una volta tanto, di concerto e mettendo in una certa difficoltà la coalizione di governo che, non a caso, ha tirato la palla in tribuna. A parte certe sparate demenziali come quella di Tajani di Forza Italia che, per demonizzare il salario minimo, ha tirato in ballo nientemeno che l’Unione Sovietica (!), Meloni è conscia che la proposta ha un certo seguito anche tra i suoi elettori (non certamente tutti percettori di stipendi dignitosi). Le scuse accampate per non introdurre una misura di equità minima in un Paese dove ci sono milioni di lavoratori che percepiscono meno di 9 euro l’ora sono le più stravaganti e surreali.

In ogni caso, non si tratta solo di fedeltà del nostro ceto politico ai dogmi neoliberisti e di odio verso i poveri, ma di una questione di vita e di morte per il capitalismo familista italiano. Di fronte agli scarsissimi investimenti in innovazione che affliggono da sempre il nostro capitalismo e all’impossibilità di svalutare la moneta per rendere competitive le nostre merci come si faceva allegramente nella Prima Repubblica, l’unica via è tenere i salari bassi, costi quel che costi. Da qui la guerra al RdC e i timori verso il salario minimo. Meloni e la destra cercano, tuttavia, di concedere qualcosa solleticando l’evasione fiscale e garantendo che mai i patrimoni degli italiani saranno toccati. Il che, per un popolo di proprietari di casa e risparmiatori, ha un certo valore. Un valore che ha però senso solo per l’oggi, senza alcuna prospettiva per il domani. Perché un Paese che vive di evasione e rendita non è destinato a un futuro roseo.

Articolo pubblicato su Milano In Movimento

Foto in copertina di Francesca Bianchini, Mayday Parade 2011 a Milano