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OPINIONI

Le operazioni dell’ICE e la morte di Renee Good: quando l’autorità diventa performance

Creata all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione (ICE) è diventata con gli anni il volto più feroce dello Stato sul territorio, godendo di enormi finanziamenti, impunità e potere

Ogni società disegna i propri confini come se fossero linee immobili. Poi scopre, spesso troppo tardi, che i confini non restano mai dove li abbiamo tracciati. Migrano. Scivolano. Si infiltrano nelle pieghe della vita quotidiana. Diventano porte che si aprono all’improvviso, sirene nella notte, corpi armati che attraversano quartieri residenziali.

La morte di Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre figli, ha funzionato come una frattura improvvisa nel racconto della sicurezza, non perché fosse la prima persona a morire durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Non lo era. Le statistiche disponibili, come spiegherò dettagliatamente in questo articolo, indicano che decine di persone sono morte sotto custodia o in scontri con agenti federali nel solo 2025, il livello più alto degli ultimi vent’anni, con circa 32 decessi in custodia secondo agenzie internazionali e monitoraggi indipendenti.

Eppure la morte di Renee ha acceso un putiferio nazionale e internazionale. Perché? La verità è acerba e scomoda da ammettere. Renee non apparteneva ai margini sociali a cui questa violenza è stata a lungo confinata nel discorso pubblico: era bianca, middle class, madre americana.

Tutto in lei parlava il linguaggio della sicurezza promessa; il suo corpo non rientrava nella categoria implicita di quelli per cui “può succedere”, e così la sua morte ha incrinato una convinzione silenziosa: che esistano vite naturalmente protette dall’uso diretto della forza statale. Quando quella convinzione cade, l’indignazione smette di essere selettiva e l’uso della violenza comincia a fare scalpore.

In ambito sociale, questi momenti sono rivelatori perché non scoprono la violenza, ma la rendono finalmente, semplicemente, di interesse pubblico.

Una performance simbolica di controllo

L’ICE nasce nel 2003 come agenzia amministrativa, figlia del clima post-11 settembre, con lo scopo di coordinare, razionalizzare, applicare norme. Ma le istituzioni, come gli organismi viventi, mutano in risposta all’ambiente, e l’ambiente politico statunitense degli ultimi vent’anni è stato saturo di paure: crisi economiche, terrorismo, migrazioni, perdita di controllo. Col tempo, l’ICE si è trasformata in qualcosa di diverso dal principio: una presenza armata nello spazio interno, una frontiera mobile che non presidia solo i confini geografici, ma attraversa le città.

Il suo mandato si è ampliato per accumulo, emergenza dopo emergenza, governo dopo governo. Ogni sua espansione è apparsa temporanea ma necessaria, e il risultato è una normalità in cui operazioni aggressive vengono condotte lontano dalle frontiere e la distinzione tra sicurezza e controllo si fa sempre più sottile. Con l’arrivo di Donald Trump, la presenza dell’ICE nelle strade si è consolidata, e questo processo segna il passaggio da un potere regolativo a un potere performativo: l’ICE, oggi, ha il compito di agire non solo applicando la legge, ma mettendola in scena, come se ogni intervento fosse una performance, una dimostrazione di sovranità e controllo. I dispositivi di controllo statale come l’ICE sono necessari per mostrare che lo Stato può entrare ovunque, che nessuno spazio è completamente domestico, che il confine non è più fuori ma dentro, che la casa non è più un rifugio garantito.

di Ken Fager (Flickr)

Numeri, finanziamenti, organico

Se la trasformazione dell’ICE in “frontiera mobile” ha una dimensione simbolica, oggi ha anche una dimensione misurabile: soldi, personale, capacità detentiva e, inevitabilmente, morti.

Prima di tutto parliamo del boom di finanziamenti: nel 2025 c’è stato un salto di scala. Secondo un’analisi del CRS, il Congresso ha infatti approvato un pacchetto di riconciliazione che destina fino a 74,85 miliardi di dollari a programmi di enforcement e detenzione dell’immigrazione, in larga parte gestiti da ICE, includendo 45 miliardi per la detention capacity e 29,85 miliardi per costi operativi e di approvvigionamento.

L’ICE oggi è composta da circa 20mila agenti, e il suo obiettivo è arrivare a 30mila grazie a una campagna di assunzioni sostenuta da un maxi finanziamento federale. Per raggiungere questo obiettivo, in alcuni programmi di reclutamento il periodo di addestramento degli agenti è stato ridotto da 13 a 8 settimane, ed è stato inoltre rimosso il limite massimo di età per presentare domanda. Questi sono dati cruciali perché rendono “concreta” la performance: l’azione spettacolare non è solo retorica, è sostenuta da un’iniezione di risorse senza precedenti.

In termini di crescita numerica del personale, il Department of Homeland Security (DHS) ha annunciato il 3 gennaio 2026 un aumento “storico” della forza lavoro, attribuendo il risultato a una campagna di reclutamento che ha portato 12mila nuovi agenti.

Proseguiamo parlando di crescita numerica detentiva: nell’ultimo anno la popolazione in detenzione era arrivata a 39.703 persone al 12 gennaio 2025, ultimo dato disponibile nel report di TRAC (Transactional Records Access Clearinghouse), che raccoglie e analizza le statistiche bisettimanali pubblicate da ICE e mostra la dimensione della popolazione detenuta all’inizio del 2025. Più avanti nello stesso anno, il Migration Policy Institute (MPI) riporta 61.200 persone in detenzione ICE al 24 agosto 2025, definendolo un massimo record per quel punto della serie. Solo tra questi due punti (gennaio–agosto 2025) l’aumento è di circa il 54% (da 39.703 a 61.200).

Dopo la detenzione, l’iter è il seguente: se si è immigrati sospettati di trovarsi sul territorio americano non a norma di legge, si viene interrogati. Se non emergono irregolarità, si può essere trattenuti e talvolta rilasciati dopo l’interrogatorio. In caso di irregolarità, si può essere arrestati e trasferiti in un centro di detenzione più grande. In caso di mancata regolarizzazione durante la detenzione, il rischio è quello di essere deportati senza la possibilità di essere rintracciati né da familiari né da legali.

di Ken Fager (Flickr)

Mandato legale: cosa autorizza lo Stato

Formalmente, l’azione dell’ICE si innesta su un’architettura normativa che assegna all’esecutivo federale il compito di amministrare ed eseguire le leggi sull’immigrazione: la legge federale assegna al Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) il compito di far rispettare le leggi sull’immigrazione. L’ICE è una delle agenzie operative del DHS, quindi agisce all’interno di questo mandato. Dopo l’11 settembre, con la riorganizzazione federale, al DHS (e quindi anche all’ICE) sono state attribuite funzioni come indagini, detenzione e rimpatrio/espulsione, e i suoi agenti possono fermare, trattenere e arrestare in casi previsti dalla legge.

La criticità è che molte operazioni avvengono in una zona grigia: agenti spesso in borghese e con veicoli non contrassegnati, obblighi di body cam o identificazione non sempre uniformi e, in alcune circostanze, possibilità di arresto senza mandato. Inoltre, l’ICE, essendo un’agenzia federale, non è sempre soggetta agli stessi vincoli statali o locali che regolano e limitano i poteri di forza della polizia sul territorio.

Vittime: ciò che è documentabile con chiarezza e ciò che non lo è

ICE pubblica una pagina dedicata alla reportistica delle morti in custodia (“Detainee Death Reporting”), che contiene i singoli casi notificati alle famiglie, ai consolati e alle autorità competenti, in conformità con le policy interne. Per questo motivo, gli unici dati ufficialmente disponibili sui decessi consultabili derivano direttamente dal dipartimento.

Secondo i dati forniti dall’ICE, nel 2025 sono morte 32 persone mentre si trovavano in custodia: il numero più alto degli ultimi vent’anni (dal 2004). Nel 2024 i decessi erano molti di meno (circa 11, secondo alcuni report), e negli anni precedenti ancora inferiori, il che indica un aumento significativo legato alla crescita delle detenzioni. Sempre secondo comunicazioni ufficiali dell’ICE, nei primi 10 giorni del 2026 sono morte almeno 4 persone in custodia ICE.

Le cause dei decessi includono emergenze mediche, condizioni di salute preesistenti e, in alcuni casi, indagini su possibili violenze del personale o negligenza.

È tuttavia necessario leggere questi numeri con cautela: la classificazione delle cause di morte, i criteri di registrazione e le asimmetrie informative tra custodia e operazioni sul campo possono contribuire a una rappresentazione solo parziale del fenomeno, non essendo disponibili dati ufficiali al di fuori di quelli forniti dal dipartimento stesso.

Per quanto riguarda i decessi durante operazioni fuori dai centri di detenzione (ad esempio perquisizioni, arresti sul campo, scontri con agenti, ecc.), non esiste una statistica centralizzata pubblicata ufficialmente da ICE o dal DHS che conteggi in modo sistematico tutte le morti correlate alle operazioni di enforcement come dato annuale unico. Tuttavia, casi documentati esistono: Silverio Villegas González è stato ucciso da un agente ICE durante un fermo di polizia in Illinois nel 2025, secondo ricostruzioni giornalistiche.

Geraldo Lunas Campos, detenuto in un centro a Camp East Montana (Texas), è morto in custodia e un medico legale ha indicato un probabile omicidio per asfissia dovuta alla compressione di collo e torace da parte del personale, contraddicendo la versione ufficiale del dipartimento.

di Ken Fager (Flickr)

Minneapolis come palinsesto della memoria

Minneapolis non è una città neutra. È stata campo di battaglia e luogo attraversato da una memoria recente di violenza istituzionale ancora viva e non risolta, e il nome di George Floyd continua a risuonare come una cicatrice aperta. In questo contesto, l’azione dell’ICE non viene letta come un’operazione tecnica, ma come l’ennesima irruzione di un potere istituzionale coercitivo. Quando l’ICE agisce qui, non porta solo armi e mandati: porta un’eco storica, riattiva un archivio di immagini, violenze, abusi, corpi immobilizzati, narrazioni ufficiali che non coincidono mai del tutto con ciò che è stato visto.

La morte di Renee ha riattivato quella memoria non come evento isolato, ma come conferma di una traiettoria: la progressiva normalizzazione dell’uso della forza federale nello spazio urbano. Il messaggio implicito è chiaro e inquietante: la cittadinanza non garantisce immunità, vivere a norma di legge non è garanzia di protezione assoluta.

La paura come architettura invisibile e l’agency che cambia direzione

L’ICE governa anche attraverso l’incertezza: operazioni improvvise, agenti senza identificativi chiari, versioni ufficiali opache. Non serve colpire tutti; basta rendere noto che chiunque può essere colpito. Una sorta di panopticon foucaultiano in cui la paura diventa un’infrastruttura invisibile, una condizione permanente che interiorizza il controllo, disciplina i corpi e le menti e giustifica gli interventi violenti.

In questa architettura, il confine non è qualcosa che separa dentro e fuori, ma attraversa le relazioni, i quartieri, i corpi, diventando un’esperienza quotidiana, una postura, una tensione costante.

Eppure, proprio dove il potere si espande, emergono forme nuove di risposta. Negli interstizi lasciati dallo Stato, le comunità iniziano a tessere reti attraverso pratiche concrete di protezione reciproca: avvocate e avvocati, attiviste e attivisti, vicine e vicini di casa che trasformano la paura in coordinamento, producendo narrazioni alternative che rifiutano l’immagine della e del migrante come corpo sacrificabile. A Minneapolis e in altre città, gruppi di cittadine e cittadini stanno documentando operazioni, costruendo reti di supporto legale, accompagnando le persone a rischio.

Queste reti si strutturano come infrastrutture informali ma altamente organizzate, capaci di agire su più livelli contemporaneamente. Accanto agli avvocati e agli osservatori legali operano sistemi di monitoraggio dal basso delle operazioni (hotline, chat cifrate, segnalazioni in tempo reale), reti di assistenza materiale per le famiglie colpite (alloggio temporaneo, raccolte fondi, accompagnamento ai servizi) e gruppi dedicati alla produzione e circolazione di contro-narrazioni, che documentano gli interventi e ne contestano la versione ufficiale.

La morte di Renee Nicole Good, in questo senso, ha funzionato come uno specchio improvviso e ha costretto una parte più ampia della società a vedere ciò che era sempre stato lì: un potere che si è espanso silenziosamente, normalizzando l’eccezione, trasformando la sicurezza in una pratica di performance violenta. Queste pratiche non sostituiscono lo Stato, ma ne intercettano le falle, agendo dove l’azione istituzionale si fa opaca o coercitiva.

Il mutualismo qui non è solo solidarietà: è organizzazione politica quotidiana, una forma di agency collettiva che redistribuisce competenze, informazioni e protezione e che trasforma comunità esposte alla violenza in soggetti attivi capaci di rispondere, coordinarsi e rendersi visibili. In questo senso, le reti non si limitano a mitigare gli effetti dell’ICE, ma ne disinnescano parzialmente la dimensione performativa, sottraendo l’azione repressiva al silenzio e all’isolamento su cui si fonda.

La copertina è di Ken Fager (Flickr)

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