ROMA

La taverna curdonapoletana di Torpignattara, dove Totò incontra Yılmaz Güney

A Torpignattara, nel cuore meticcio di Roma, ha aperto “Bazar, Taverna curdonapoletana”, dove si può gustare il sincretismo culinario e vivere l’intreccio tra culture. Vi raccontiamo come nasce l’incontro tra Niso e Xerip e quello tra Totò e Yılmaz Güney

«L’etnocentrismo critico consente di mettere in relazione le differenze, separate dall’attitudine etnocentrica che rappresenta una frontiera di divisione tra l’“Io” e l’ “Altro”. La relazione tra le categorie differenti su un livello comunitario è un po’ il significato di questa esperienza che ci permette realmente di mettere in comune le nostre culture». A parlare è Niso uno dei soci del Bazar, la Taverna curdonapoletana che ha aperto a Gennaio a Roma, nel quartiere di Torpignattara. Un esperimento di sincretismo culinario, che vale la pena conoscere e raccontare.

Il nome prende spunto da un film. Ne Un Turco napoletano – film del 1953 diretto da Mario Mattioli – Totò, di professione “ladruncolo”, si finge un domestico turco eunuco per essere assunto da un ricco e geloso sorrentino che gli affida la cura delle donne di casa.

Qui da Totò siamo passati al “Curdo napoletano”. «Uniamo le caratteristiche di due territori diversi – prosegue Niso – ma che si possono ritrovare insieme in un’unità culturale e relazionale che, una volta oltrepassate le barriere apparenti della diversità, ci hanno permesso di mettere in gioco tanti aspetti della conoscenza umana e culinaria e di realizzare qualcosa di tradizionale di una cucina e immaginare come sarebbe con delle variazioni mutuate dall’altra».

 

L’incontro a Diyarbakır-Amed-Amida

La Taverna curdonapoletana nasce proprio da questa necessità, che in questo caso si fonde con diverse passioni e traiettorie. Impossibile non cedere al richiamo del destino che fa incrociare due dei soci, Niso e Xerip, a Diyarbakır-Amed-Amida nel Kurdistan turco. Alla sua prima esperienza in Kurdistan, Niso si ritrova in un kervansaray (locale tradizionale) gestito da Xerip, soprannominato “il curdonapoletano” per la sua particolare reticenza all’uso della cintura durante il suo periodo di permanenza a Eboli. Nel 2014 i due si rincontrano in occasione di una staffetta di supporto alla resistenza di Kobane. Da quell’episodio nasce una solida amicizia che li porterà a collaborare in diverse iniziative. Tra queste – ci raccontano – la mostra fotografica del 2016, intitolata “Sinor” (confine) a cui partecipano diversi fotografi curdi, portando le loro testimonianze da Kobane e da altre regioni di conflitto. Successivamente Niso viene coinvolto da Xerip in un altro evento, questa volta a Foligno, in occasione dell’iniziativa “Cibi dal mondo” promossa dalla Caritas e dal Comune umbro. In quell’occasione, partendo dalla dimensione culturale del cibo e ai suoi legami con le varie espressione dell’etnocentrismo.

In seguito, nel 2017, nasce l’idea, già più volte scherzosamente avanzata, di avviare un ristorante di cucina curda e napoletana a Istanbul, a Napoli o in un altro luogo.  Ma è a Roma che prende realmente forma il progetto culinario nella forma di una cooperativa che rifiuta i rapporti di dipendenza sul lavoro. Vi si uniscono altri due soci: Claudio, un birraio romano, e Rodi, un curdo che si occupa di danze tradizionali e commercio di prodotti curdi.

 

L’idea di aprire qualcosa che richiami le caratteristiche “popolari”, si riflette nella scelta stessa del nome che contiene la parola “taverna”, luogo popolare per antonomasia, e nel sottotitolo “curdcurd guagliò” che unisce la “curdità” con un inno dei movimenti antagonisti, Curre curre Guagliò dei 99 Posse. Il valore aggiunto extra-commerciale non sta però soltanto nella scelta del nome: «il cibo – ci spiegano Niso e Xerip – vuole qui essere inserito in un discorso più ampio che ha a che fare con le relazioni tra gruppi e culture».

Il cibo sincretico e l’etrocentrismo ciritico

Diversi sono infatti i luoghi di provenienza degli ingredienti che si combinano nei piatti tanto della tradizione napoletana che di quella curda: la pasta e patate corredata da un selezionato provolone Zi’ monaco della costiera sorrentina; il grano duro curdo con mandorle e verdure di stagione; le salsicce e friarielli e le polpettine di manzo speziate, fino ai babà e il baclavà in un tumulto di dolci sapori. Chi sa che poi i sapori non si mischino, come è successo alla pre-apertura del 31 dicembre, quando dei gamberi di Mazara del Vallo hanno incrociato nel piatto dei chicchi di melograno su un letto di paccheri. O come nel caso della birra artigianale, fatta con grani curdi e scorze di limone di Sorrento.

Secondo l’antropologo Vittorio Lanternari esisterebbero delle forme di etnocentrismo attitudinali, che in ultima analisi sono ciò che rende possibile la vita sociale: si tratta dei “modi di fare le cose” interiorizzati a tal punto che appaiono “naturali” quando sono invece costrutti culturali. Sapori e odori sono, tra gli altri, elementi che compongono parte di questo livello di interiorizzazione della cultura.

Alla Taverna il cibo si propone di rispondere alla sfida posta da un altro antropologo, napoletano e comunista, Ernesto de Martino, con il suo “etnocentrismo critico”. L’autore sosteneva che la ricerca antropologica e il dovere politico in senso ampio dovessero produrre un continuo “interrogare ed interrogarsi” sulle proprie e le altrui categorie e comportamenti, al fine di produrre un allargamento dell’autocoscienza occidentale con lo scopo di realizzare un “umanesimo etnografico” più umano di quello occidentale. In questo senso alla Taverna si prova a far divenire il cibo un ponte di relazioni e d’incontro nelle differenze. È per tale questo motivo che, per allargare la prospettiva, il luogo, in quanto luogo fisico e dunque spazio potenziale d’aggregazione, può ospitare dibattiti e iniziative culturali.

 

A Torpignattara. Se no dove?

Un aspetto significativo è quello della posizione geografica: Torpignattara, quartiere di Roma est, incastrato tra Pigneto e Quadraro, era un tempo parte dell’VIII zona della resistenza partigiana, abitata dagli sfollati del centro della città e da migranti dal sud Italia. Da coloro che, con indosso la camicia rossa, distribuivano le armi a Piazza della Maranella per combattere contro i nazisti. Oggi Torpignattara è un quartiere spesso raccontato come una “periferia” criminale e malavitosa, a causa della forte presenza di migranti. In qualche modo è rimasto un quartiere che, seguendo l’ideologia della classe dominante, deve essere riservato ai cittadini di seconda categoria. Ai poveri, ai migranti – prima quelli dell’Italia arretrata del sud, oggi i nuovi migranti dall’estero – per mantenere il centro pulito e presentabile ad uso e abuso del cittadino e dello straniero di serie A. Questo quartiere si trova a pochi metri dal Pigneto, dove il principio della gentrificazione ha trovato un terreno fertile di applicazione e ha visto il sorgere di localini, enoteche e ristoranti. Un quartiere “apprezzato” da un punto di vista tanto artistico, quanto economico: i prezzi infatti sono aumentati e il quartiere vede da anni la presenza di forze di polizia per mantenere l’ordine e la legalità.

Nell’epoca della narrazione tossica che vede il povero ed il diverso come un nemico, il cibo nella sua potenzialità sincretica, viene proposto all’interno del Bazar come terreno d’incontro e superamento delle barriere. Un incontro che prova a svilupparsi in direzione opposta alla città turistica e gentrificata, dove il capitalismo è riuscito ad assorbire nelle sue pratiche anche la “cucina di strada”, oggi brand alimentare di tendenza con il nome anglofono di street food. L’obiettivo del nuovo locale è restituire al cibo di strada il suo ruolo e il suo contesto originario, là dove esso si concentra nei rapporti sociali.

«La vita quotidiana passa per le strade. Anche il concetto di cibo di strada presuppone l’ospitalità l’accoglienza declinata nella possibilità che vi sia cibo immediato per chi arriva da qualche altre posto – ci dice Niso – L’accostamento del nome Taverna a quello di Bazar vuole proprio proiettare sulla dimensione del mercato, luogo classico d’incontri, di scambi tra popolazioni diverse».

Pane e veleno

E allora chi entra, guardi alla sua sinistra dove alla parete ci sono una foto di scena di Miseria e nobiltà, in cui Totò/Felice Sciosciammocca in piedi su un tavolo balla con gli spaghetti in mano. A fianco a Totò c’è la foto dell’attore curdo Yılmaz Güney nell’atto di prepararsi un pasto nel carcere dell’isola di Imrali. Due culture e due modi differenti di  esorcizzare la povertà attraverso il cibo.

È proprio il cibo al Bazar la relazione tra le differenze, sperimentazione e abbattimento delle barriere. In qualche modo si tratta di resistenza per chi come Totò / Felice Sciosciammocca e Yılmaz Güney è costretto a mangiare “pane e veleno”…anzi, come correggerebbe Felice stesso, «solo veleno».

 

Per trovare “Bazar, la Taverna Curdonapoletana”
Via Casilina 607-709 – Roma
Tel: 0683797309
curdcurdguaglio@gmail.com
facebook: bazarcurdcurdguaglio

  • Fra

    Molto bello come articolo, complimenti. Aggiungo questo elemento. Storicamente la migrazione verso Roma non è solo da Sud ma molta anche dalle campagne e dagli appennini del centro Italia. In particolare Umbria, Marche ed Emilia Romagna. Dal 1926 al 1934 la principale regione di provenienza dei migranti a Roma, dopo il lazio, sono le Marche. “Terroni” originariamente sono i contadini che si trasferiscono in città ftp://www.ceistorvergata.it/repec/rpaper/RP395.pdf