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DIRITTI

Jerry Masslo e l’irruzione di un soggetto “imprevisto” nel discorso pubblico

Il triennio 1989-1991 è un punto nodale dell’Italia come terra di immigrazione e razzismo, tra l’assassinio di Jerry Masslo, lo sgombero della Pantanella e la deportazione dei migranti albanesi, e ci ricorda come ci sia ancora bisogno di un antirazzismo efficace

Il triennio 1989-1991 viene ricordato spesso come una sorta di “grado zero” dell’epoca in cui viviamo. Sono chiaramente il “crollo del muro di Berlino” e la “scomparsa ufficiale dell’URSS” a scandire in modo apologetico le narrazioni ufficiali sulla fine di quello che Eric Hobsbawm chiamò “il secolo breve” e sull’inizio del nostro presente. Passati a contropelo, questi tre anni ci scaraventano altri eventi, intrinsecamente connessi a quelli, ma forse ancora più sintomatici dell’Italia di oggi.

E infatti, proprio in questi giorni la memoria di uno questi sintomatici fatti è tornata alla ribalta per provocare e interrogare, come spesso accade, la (lo stato della nostra) storia. Villa Literno: 24 agosto 1989. Un migrante richiedente asilo proveniente dal Sudafrica viene assassinato nelle campagne di Villa Literno. Si chiamava Jerry Essan Masslo. Masslo era arrivato in Italia nel 1988 e lavorava come bracciante agricolo nella raccolta del pomodoro. È stato assassinato durante un assalto chiaramente razzista e intimidatorio, anche se a scopo di rapina, perpetrato nel capannone in cui alloggiava insieme ad altri migranti.

L’aggressione omicida era stata preceduta da un susseguirsi sempre più violento di spedizioni e violenze razziste, finite diverse volte anche in omicidi, a danno dei lavoratori-migranti africani della zona. L’omicidio di Masslo, stando anche a quanto suggeriva egli stesso qualche giorno prima di essere ucciso, rivelava una spettrale e inattesa linea di continuità tra Villa Literno e il Sudafrica dell’apartheid, ma anche (benché questo non fosse ancora del tutto visibile nell’Italia di allora) con tutta una serie di episodi razzisti simili avvenuti in diversi paesi europei negli anni immediatamente precedenti.

Dall’omicidio di Jerry Masslo ebbero origine sia la prima grande manifestazione antirazzista di massa in Italia, sia il primo grande sciopero di lavoratori migranti (e all’epoca ancora illegalizzati). Nei mesi immediatamente successivi si moltiplicò la nascita di movimenti politici organizzati e costituiti da migranti. Si tratta eventi che annunciavano l’irruzione di un “soggetto imprevisto” nella dialettica locale della lotta politica.

Roma: 1990, quartiere di Ponte Casilino. Verso la fine dell’anno alcune centinaia di migranti (arrivati poi a circa 2mila) occupano un ex-pastificio in disuso di nome Pantanella. Provenienti in buona parte dall’Asia (India, Pakistan, Bangladesh), i migranti all’interno della Pantanella divengono presto un “caso” nazionale, a causa soprattutto della stigmatizzazione della stampa e di una parte del mondo politico. Il caso “Pantanella” viene intercalato quotidianamente da stampa e media a un oramai quotidiano incremento delle aggressioni razziste contro migranti stranieri in Italia. Il 31 gennaio del 1991, dopo mesi di polemiche, l’ex-pastificio viene sgomberato dalle forze dell’ordine. Nei mesi successivi, i migranti vengono trasferiti da una parte all’altra, in mezzo alle proteste degli abitanti di diversi quartieri di Roma che rifiutano a priori una loro eventuale sistemazione nelle proprie aree, senza riuscire mai a trovare un’adeguata e definitiva sistemazione.

Bari: 8 agosto 1991. Approda nel porto della città la nave albanese Vlora. A bordo vi sono circa 18mila migranti-profughi in fuga dal collasso economico dell’Albania. I migranti albanesi vengono reclusi nello stadio di Bari – diventato un gigantesco campo profughi. Acqua e cibo, in immagini difficili da dimenticare, vengono lanciati sulla folla dagli elicotteri. Nei giorni successivi la marina italiana appronta un blocco navale nell’Adriatico per evitare l’arrivo di altre navi. Mesi dopo la quasi totalità dei profughi vengono rimpatriati a forza in Albania.

Non è difficile intuire in che modo questi anni e questi eventi vengono oggi a rappresentare una cruciale genealogia del presente. Per chi scrive, essi hanno un significato del tutto particolare. Questo triennio spartiacque nella storia del rapporto dell’Italia con le migrazioni coincide con la data del mio arrivo come migrante nel paese, proveniente da un’Argentina sconquassata dalla crisi economica e dalla violenza politica. Le vicissitudini legate alle condizioni giuridiche ed economiche di questa prima grande ondata migratoria – qui chiaramente oltre questi eventi specifici – si sono riversate anche sul modo in cui si sarebbe andata plasmando qui la mia vita sociale.

Tornare su questo triennio in Italia significa in qualche modo tornare anche sulla mia personale esperienza migratoria, lasciarmi attraversare anche dalla mia memoria. Come è stato più volte notato, è comunque in questi anni e attorno a questi eventi che si cominciano a gettare le basi di una certa costruzione del discorso pubblico sulle migrazioni. Si tratta di un ordine del discorso che presenta notevoli analogie con il processo narrato da Hall e colleghi in un testo come Policing the Crisis e che diverrà un complemento sempre più costitutivo dello scenario politico locale dal 1992 in poi; ovvero di quel periodo di declino, stagnazione e ristrutturazione neoliberale che caratterizzerà la transizione dell’economia italiana dal “fordismo” al “post-fordismo”.

È oramai condivisa la tesi secondo cui sono stati proprio questi eventi a mostrare in modo brutale la scoperta del fenomeno migratorio sul proprio territorio da parte di una società abituata a considerarsi fino a quel momento soltanto come paese d’emigrazione. Come ci ricordano alcuni importanti testi usciti di recente (Colucci 2018; De Cesaris 2018), è in questo triennio che compaiono infatti i primi studi, iniziative e ricerche sull’immigrazione straniera in Italia. Vorrei proporre però, come complemento a questo discorso, di concentrare l’attenzione sul negativo, per dirla con una metafora fotografica, di questo emergente contesto.

Questi anni e questi eventi rivelano qualcosa di più sotterraneo e inquietante. È anche in questi anni che compaiono i primi testi dedicati al razzismo in Italia (Balbi 1988; Balbo, Manconi 1990, 1992) e le prime iniziative, scientifiche, culturali e politiche, antirazziste. In un certo senso, dunque, questi eventi parlano al presente, in un altro però si dispongono verso il passato. Da una parte, ci ammoniscono a non catalogare come episodico, monadico o contingente quanto sta accadendo oggi. Dall’altra, ci costringono a porre nuove domande alla storia nazionale: la storia del mezzogiorno, l’espansione coloniale, le violenze e i sentimenti anti-slavi, l’Impero fascista, le leggi razziali in Africa del 1937, le leggi antisemite del 1938, il razzismo antimeridionale delle migrazioni interne del dopoguerra sembrano rinsaldarsi e acquistare un nuovo e sinistro significato proprio alla luce di tali eventi.

Questo triennio – come ‘punto nodale’ tra passato e presente – non fa dunque che proiettare le contraddizioni del presente entro una dialettica storica, strutturale e anche più globale. E ci ricorda che continua ancora a mancare, tanto sulla sfera pubblica quanto in quella più strettamente accademica o intellettuale, una riflessione più articolata che sappia immettere tutti questi episodi entro un’unica grande e nuova contro-narrazione antirazzista. C’è sempre più bisogno di un antirazzismo rinnovato che sappia prendere le distanze dalle retoriche dell’antirazzismo di sistema e dal tradizionale “antirazzismo di Stato” – divenuto oramai logoro e ambivalente. L’attuale momento sovranista e la sua crisi rendono ancora più urgente tale compito.

 

L’articolo è tratto da: Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Italia e in Europa, DeriveApprodi, Roma 2018.