MONDO

Il popolo ezida e la paura del ritorno dell’Isis

L’offensiva del governo transitorio siriano, guidata dal presidente Al-Sharaa, all’amministrazione confederale del nord-est, ha messo in allarme la regione del Shengal, dove nel 2014 l’Isis ha compiuto un genocidio. L’intervista a Ghazala Rasho, co-portavoce dell’Amministrazione Autonoma di Shengal

Con quanto sta accadendo in Rojava, in Siria, dove dal 6 gennaio è iniziato un attacco all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (Daanes) da parte di Damasco, la popolazione ezida di Shengal vive momenti di forte tensione e paura.

Oggi alla guida della Siria c’è un presidente, Ahmed al-Sharaa, che fino a un anno fa era considerato un pericoloso jihadista perché si era formato nelle fila di al-Qaeda e dell’Isis per poi fondare l’Hts (Hayat Tahrir al-Sham), un’altra organizzazione terroristica che a dicembre del 2024 è riuscita con un’azione fulminea, supportata dalla Turchia, a raggiungere Damasco e mettere in fuga Bashar al-Assad. 

Quando è entrato alla guida dell’Hts nella capitale tutti conoscevano quest’uomo, poco più che quarantenne, con il nome di al-Jolani. L’operazione di restyling per renderlo presentabile al mondo ha richiesto però non solo una barba più curata e degli abiti eleganti all’occidentale ma anche il ritorno al suo nome anagrafico, Ahmed al-Sharaa.

Colui che era considerato un pericoloso criminale si è trasformato dunque in alleato dell’Occidente e dei Paesi arabi del Golfo, tutti pronti a fare affari nella Siria da ricostruire.

Nella guerra mossa da al-Sharaa (e dalla Turchia) alla Daanes ci sono aspetti economici e geostrategici, ma anche di carattere ideologico. L’esperienza del confederalismo democratico, paradigma politico pensato dal leader curdo Abdullah Öcalan, non piace né a Damasco né a Ankara: troppa democrazia, troppa libertà per le donne e troppo rispetto per l’ambiente in contrasto con le politiche predatorie delle società capitaliste.

Il confederalismo democratico sta trovando il suo spazio anche nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. In questa area vive un antico popolo che ha subito 74 tentativi di genocidio, di cui l’ultimo nel 2014 per mano dell’Isis. 

La drammatica situazione nella quale oggi si trova la Daanes, che fra pochi giorni dovrà decidere se accettare l’accordo messo sul tavolo dal presidente siriano per porre fine alla guerra al prezzo della fine dell’esperienza del confederalismo democratico, sempre che non maturino sorprese nelle negoziazioni in corso, non può che allarmare l’Amministrazione Autonoma di Shengal.

A peggiorare lo stato di tensione è la decisione degli Stati uniti di trasferire più di settemila membri dell’Isis dalle prigioni in Rojava, fino a pochi giorni fa sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf) e adesso sotto quello di Damasco, a quelle irachene. Il pensiero di avere sul territorio un numero importante di uomini che si sono macchiati le mani di crimini mostruosi e del genocidio del suo popolo suscita ovviamente una profonda preoccupazione, considerata anche la situazione politica e di sicurezza dell’Iraq.

La Co-portavoce dell’Amministrazione Autonoma di Shengal, Ghazala Rasho, ha spiegato come a Shengal la popolazione stia vivendo questo momento di totale incertezza.

Quali sono le vostre preoccupazioni principali guardando a quello che sta avvenendo in Rojava?

Come sapete, ci sono molte preoccupazioni, come il risveglio delle cellule dormienti dell’Isis e il trasferimento di membri di questa organizzazione dalle prigioni in Siria a quelle in Iraq.

Come vi state organizzando per scongiurare un eventuale attacco alla vostra comunità da parte dell’Isis, che dalla caduta di al-Assad si sta rinforzando? 

Confidiamo nelle nostre forze a livello locale, nella vigilanza fatta dalla comunità e nel coordinamento tra le forze militari presenti sul terreno, nonostante le poche risorse.

Siete preoccupati che il governo centrale o il Kdp [Kurdistan Democratic Party, partito politico nazionalista curdo a guida della regione autonoma curda in Iraq, ndr] possano approfittare della situazione e con l’aiuto della Turchia attaccare l’Amministrazione Autonoma di Shengal?

La nostra preoccupazione non riguarda né il governo centrale né il Partito Democratico del Kurdistan ma piuttosto gli accordi politici tra Stati Uniti e Siria. Come si sa bene, gli Stati Uniti hanno abbandonato le Forze Democratiche Siriane (Sdf), nonostante il ruolo enorme che hanno avuto nella liberazione della Siria e del mondo dall’organizzazione terroristica dell’Isis.

Siamo anche seriamente preoccupati rispetto ai potenziali accordi tra la Turchia e la Siria, oltre alle minacce lanciate dal ministro degli Affari esteri turco, Hakan Fidan. In aggiunta, come sapete, al-Jolani, che è stato membro di al-Qaeda e poi dell’Isis, adesso è diventato il presidente della Siria.

Cosa pensate del ruolo che sta giocando la Turchia in Rojava e nel processo di pace con Öcalan? Se il Rojava dovesse cadere e il processo di pace non andasse a buon fine, cosa pensate potrà accadere all’Amministrazione Autonoma di Shengal?

La Turchia rappresenta la minaccia più grande per la stabilità del Rojava perché le Sdf hanno combattuto l’Isis in Siria, mentre la Turchia ha sostenuto l’Isis. La prova è che fazioni sostenute dalla Turchia stanno attualmente combattendo contro le Sdf in Rojava. Se le Sdf dovessero collassare, a causa anche del contributo che la Turchia sta mettendo in questa guerra, il futuro di Shengal sarebbe in grande pericolo. 

Per quanto riguarda il processo di pace, speriamo che abbia successo, ma la Turchia sta tergiversando sui passi necessari da compiere. Nel frattempo, però, Öcalan sta adottando da parte sua misure positive.

Siete in rapporto con il governo centrale per insieme organizzare una difesa nel caso in cui l’Isis dovesse crescere a tal punto da costituire un’imminente minaccia per il vostro popolo? Su chi potete contare?

Sì, abbiamo un accordo con il governo centrale per organizzare una difesa comune. Abbiamo fiducia nelle nostre forze di autodifesa, le Ybș e le Yjș che sono nate nel 2014 e hanno difeso Shengal. La nostra fiducia è anche riposta nelle giovani donne e nei giovani uomini che stanno insieme come fossero una sola cosa in difesa della loro terra.

Qual è il vostro appello per la comunità internazionale?

Alla Comunità internazionale chiediamo la protezione dei civili, di prevenire ogni futuro attacco a Shengal, di supportare la stabilità dell’area e di riconoscere la volontà della popolazione di Shengal all’autodeterminazione.

In Italia l’On. Laura Boldrini, presidente del Comitato permanente diritti umani nel mondo, ha chiesto quasi un anno fa al governo di riconoscere il genocidio che il popolo ezida di Shengal ha subito nel 2014 a causa dell’attacco dell’Isis. Sarebbe ora che il governo lo riconoscesse impegnandosi così a difendere la comunità ezida da future aggressioni. Questo è certamente il momento giusto, visto il pericolo che gli Ezidi e le Ezide corrono.

La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr)


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