ITALIA

Disagio mentale e povertà, un legame perverso

«Povertà e salute mentale si influenzano reciprocamente, dando vita a una circolarità che attraversa la vita delle persone». Sono queste le prime righe del “Rapporto di Caritas e Conferenza mondiale Franco Basaglia” rivelando la fitta trama di un intreccio sempre più complesso. Un dato per tutti: negli ultimi dieci anni i disturbi depressivi sono aumentati del 154 per cento. Ne parliamo con la psicoanalista Laura Storti

Reso noto giorni fa, il Rapporto delinea lo stato allarmante di salute psico-fisica della popolazione italiana e in particolare dei giovani e delle donne. Quello che emerge dalla ricerca è «un peggioramento strutturale della salute mentale, con effetti particolarmente evidenti sulle giovani generazioni, sulle donne, sulle persone con esperienza migratoria, e una critica al definanziamento della salute mentale, all’indebolimento dei servizi territoriali, alle crescenti disuguaglianze nell’accesso alle cure e ai servizi integrati».

Qualche dato: «In Italia la diffusione dei disturbi mentali è ampia e tutt’altro che marginale. – si legge nel Rapporto – Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra il 18,6% e il 28,5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il 7,3% e il 15,6%. La depressione maggiore interessa tra il 10% e il 17% della popolazione nel corso della vita e circa il 2,6–3% nell’ultimo anno; i disturbi d’ansia colpiscono l’11–17% delle persone nel corso della vita e il 3–5% su base annuale.In modo trasversale a tutti gli studi emerge un marcato divario di genere, con una prevalenza di ansia e depressione nettamente più elevata tra le donne».

Quanto ai giovani, Unicef registra che l’indice di salute mentale «evidenzia un peggioramento nelle fasce più giovani della popolazione, mentre con l’aumentare dell’età la situazione tende generalmente a migliorare. In particolare, la fascia di età 14–19 anni registra lo scostamento più marcato nel confronto tra il 2016 e il 2024 di 1,6 punti (insieme alla fascia 25–34 anni). Peggioramento più accentuato tra le ragazze, con una riduzione di 2,3 punti rispetto al 2016». E se, dati Ocse, risulta che l’Italia si colloca all’ottavo  posto nel mondo per la salute mentale dei quindicenni, lo studio europeo ESPAD (School Survey Project on Alcohol and Other Drugs) mostra che solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze). Lo studio di sorveglianza europeo Health behaviour in school children (HBSC) segnala un forte aumento dei sintomi di stress nella fascia 11–17 anni, che arrivano a coinvolgere fino all’80% delle ragazze.

Giovani, donne e, naturalmente, migranti. La Caritas rileva come «una componente rilevante riguarda le persone con storie di migrazione: giovani mandati avanti senza un progetto migratorio definito, minori non accompagnati spesso vittime di maltrattamenti, figli ricongiunti che non hanno partecipato alla scelta migratoria dei genitori e vivono una doppia perdita affettiva. Gli operatori parlano di stress transculturale, inteso come frattura identitaria prodotta dallo scontro tra cultura di origine e di arrivo, e segnalano il rischio di diagnosi inappropriate in assenza di una mediazione linguistico-culturale stabile e di competenze transculturali nei servizi». In particolare,  nei giovani tra i 18 e i 25 anni si parla di ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo e uso di crack.

Dai dati emerge un netto peggioramento delle condizioni di salute mentale nel nostro paese in particolare tra i giovani e le donne.

Per cercare di capire le cause di questo tracollo sociale, parliamo con Laura Storti, psicoanalista, presidente dell’Associazione Il Cortile e coordinatrice del Consultorio di Psicoanalisi Applicata, fa parte della Scuola lacaniana e dell’Associazione mondiale di psicoanalisi ed è docente dell’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza.

Perché siamo caduti in questo precipizio?

La causa scatenante è stata la pandemia, nel senso che i problemi non sono nati in quella occasione ma quell’evento traumatico ha creato un buco nella trama del simbolico. Ci ha riportato al nostro stato di debolezza che era stato camuffato dallo scientismo che ci ha fatto credere che potevamo ricostruirci come volevamo. Nell’aspetto, nel pensiero, nell’agire. Si è mostrata la fragilità umana che ha rivelato come la scienza non sia e non possa essere la nuova religione. Il Covid, che ci ha colti “di sorpresa” ha rivelato l’ovvio e cioè che la ricerca non si fa in nome del bene dell’umanità ma per ragioni di convenienza. E i giovani hanno accusato più degli altri il colpo. Durante il lockdown c’erano miei giovani pazienti che cercavano un po’ di privacy per non interrompere le nostre sedute e andavano sul tetto… per scoprire che sul tetto c’erano altre dieci persone. Il Covid ha annullato i corpi e il corpo è molto importante nell’adolescenza. I giovani, come dice Lacan, sono quelli che soffrono di più in un mondo immondo dove il posto per la soggettività è sempre più ridotto. A tutto questo si è aggiunta la colpevolizzazione: erano degli incoscienti perché volevano uscire a divertirsi, erano loro gli “untori” dei loro nonni e dei loro padri. E, dopo il lockdown la situazione non è migliorata né è tornata a essere come “prima” perché molti di loro si erano rifugiati in quell’isolamento, strada che già avevano cominciato a seguire attraverso i cosiddetti “social” che ti illudono di avere duemila amici e ti lasciano solo davanti a un computer. Da qui quel che vedo dal mio punto di vista: ragazzi che si tagliano, aumenti vertiginosi di tentati suicidi, crisi esistenziali.

Un quadro desolante che va ben oltre il Covid

Esatto. Affonda le sue radici nella trasformazione della psichiatria che ha smesso di fare clinica e fa solo diagnosi dando a chi soffre e sta male una etichetta. Mi rifiuto di accettare che il malessere della civiltà si rovesci sui giovani e che, addirittura, la diagnosi che viene loro affibbiata diventi il loro nome. Ora sono gli stessi ragazzi alla ricerca di una diagnosi che li “assolva” da colpe che non hanno. È una domanda deresponsabilizzante. E, accanto alla diagnosi, le risposte, sempre le stesse: farmaci e ricoveri.

Invece di?

Faccio un esempio: ultimamente è esplosa la domanda sulla propria identità di genere. Nelle scuole e nelle università da qualche anno esiste un protocollo che ogni studente deve compilare se decide di voler cambiare la propria identità di genere. Può decidere di volersi chiamare Maria invece di Mario. Questa incertezza non è un “disturbo” come vorrebbe la psichiatria, ma il segno di una difficoltà a conoscersi così come anche, viceversa, rifiutare il sesso o fare sesso ma senza innamorarsi. Così anche il bullismo diventa un “disturbo” in una scuola che ha dismesso la sua missione pedagogica diventando sempre più normativa e coercitiva: metal detector, sequestro dei cellulari… Ma la scuola non può essere un carcere e a queste condizioni è evidente il distacco sempre più marcato dei giovani da quel luogo. Distacco fortemente legato alla crisi nel riconoscere l’autorevolezza, prima dei genitori, poi degli insegnanti.

A questo come rispondono gli adulti? I genitori assecondando le tendenze a etichettare i cosiddetti “disturbi” dei figli per deresponsabilizzarsi e per paura che i figli si buttino dalla finestra. E i professori a irrigidire la loro relazione.

Rientra in questa configurazione anche la questione della famosa educazione sessuale nelle scuole?

In Francia è stato introdotto un modulo di “consenso” che va firmato prima che due ragazzi escano insieme: cosa si può fare, fino a che punto ci si può spingere, e via dicendo. Non so se sia la strada da seguire di certo il problema esiste ed è molto sentito altrimenti come spiegare l’incremento così rilevante della pornografia tra i giovani? Pornografia che vuol dire una distorta introduzione alla sessualità, spesso la sola.

Il quadro è disperante, come si può invertire la rotta?

È vero che vanno forti sentimenti terribili come l’odio o l’indifferenza o il cinismo ma esiste, come diceva qualcuno, «l’amore come antidoto giusto per curare la tentazione della violenza» e io colgo, soprattutto nei maschi giovani una sorte di fratellanza con gli amici che la scuola potrebbe favorire anche perché altri luoghi di una socialità autentica non ce ne sono.

la copertina è di Paolo Monti da wikimediacommons

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