ITALIA

Cosa può una cattiva maestra?

Solidarietà a chi, in questi giorni, da donna e da maestra, sta pagando con il linciaggio mediatico l’esercizio della propria libertà di espressione.

«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

(Primo Levi, Un passato che credevamo non dovesse tornare più, in: Corriere della sera, 8 maggio 1974).

 

A proposito del caso costruito intorno alle cosiddette “cattive maestre”, vorremmo porre una domanda, e la rivolgiamo non solo a chi, dall’alto di una presunta superiorità morale, si è sentito in diritto di giudicare.

Cos’è una maestra? In base a quale criterio la si definisce buona o cattiva? Sospettiamo che, per chi ha agito la polemica, una buona maestra sia una mera esecutrice, un ripetitore di contenuti e metodi didattici stabiliti altrove, in alto. (Invitiamo, a tal proposito, a riflettere sulla composizione eminentemente femminile del corpo insegnante delle scuole dell’obbligo, mentre più si sale nella gerarchia più il rapporto tra uomini e donne si capovolge nettamente).

Sappiamo però che nella realtà si dà esattamente il contrario: le buone maestre non eseguono pedissequamente modelli ormai inadeguati, ma si misurano con una società in profonda trasformazione a cui è impossibile, se non deleterio, chiudersi, soprattutto in un’aula scolastica. Hanno costruito ex novo strumenti e esperimenti didattici avanzati, fondati sulla solidarietà, l’accoglienza, il riconoscimento delle differenze, tutto ciò mentre la scuola e gli insegnanti subivano colpi durissimi.

Una buona maestra è quella capace di aprire le porte della propria classe in un paese in cui è capitato spesso che se una famiglia non può pagare la mensa, al bambino non viene servito il pranzo. Una cattiva maestra è quella che nell’esercizio delle sue funzioni valuta positivamente la scarsa presenza di immigrati e disabili per la competitività della propria scuola. Cattivi maestri sono quelli che mettono i libri (per bambini) all’indice per la pericolosità dei contenuti.

Quando si osserva, tutto dipende dalle lenti che si adottano.

Un giudizio non è mai scevro da condizionamenti. E pensiamo che anche questa volta, sulla valutazione oggettiva di un fatto specifico e isolato dal contesto, per giunta, stiano giocando diversi fattori. Si giudica una donna perché attacca verbalmente il simbolo della mascolinità per antonomasia, l’uomo in divisa; si giudica la maestra perché non corrisponde al cliché della maternità sussidiaria, dell’esclusiva cura dei piccoli; si giudica l’antifascista là dove l’unico ostacolo al dilagare dell’odio razzista e sessista e dei neofascismi si è dato nelle piazze.

A ogni tempo il suo fascismo, dunque: l’attacco alle condotte, la riaffermazione di rigidi stereotipi e di gerarchie fa parte del nuovo autoritarismo che avanza.

Esprimiamo solidarietà a chi, in questi giorni, da donna e da maestra, sta pagando con il linciaggio mediatico e la stigmatizzazione l’esercizio della propria libertà di espressione.