ROMA

Corteo studentesco e Climate Camp, al via la protesta contro il G20

Stamattina migliaia di studenti sono scesi in strada e si sono diretti al Miur, mentre al centro sociale Acrobax è iniziato il Climate Camp di attivisti e attiviste per la giustizia climatica. Primi segnali contro il vertice all’Eur

«Tutte insieme facciamo paura»: lo urlano le migliaia di persone – studenti dei licei e degli istituti romani – che stamattina hanno invaso le vie della capitale, con un rumoroso corteo che è partito dal Circo Massimo e si è concluso in zona Trastevere davanti ai cancelli del Miur. È un primo segnale del “clima” che si respirerà in questi giorni: mentre i potenti della terra saranno asserragliati nelle “Nuvola” dell’Eur per il G20, movimenti, collettivi, sindacati di base e diverse realtà politiche stanno organizzando la contestazione.

Domani è prevista una manifestazione alle ore 15 in partenza da Piramide, ma già oggi ci sono stati i primi segnali di una “controffensiva” che intende mettere radicalmente in discussione il comportamento dei governi e delle istituzioni europee.

Non solo il corteo studentesco, infatti: a mezzogiorno, presso il centro sociale Acrobax, si è svolta la conferenza stampa del Climate Camp organizzato da Rete Ecosistemica cui parteciperanno centinaia di attivisti e attiviste da tutta Europa.

Le persone, che saranno impegnate in discussioni, laboratori e mobilitazioni per tre giorni (da oggi fino al primo novembre), vogliono dire una cosa molto semplice ai capi di stato riuniti nel summit internazionale e cioè che le loro soluzioni «sono il problema». Sotto ogni punto di vista: dalla gestione della crisi pandemica, che viene portata avanti in connivenza con Big Pharma e che dunque non garantisce un equo accesso alle cure per tutti i paesi del mondo, alle ristrutturazioni del mondo del lavoro, che favoriscono gli interessi a delocalizzare delle aziende contro i diritti di lavoratori e lavoratrici (come dimostra la vicenda Gkn, i cui dipendenti saranno presenti alla mobilitazioni con uno spezzone).

Ma soprattutto – venendo a quello che è il “focus” dell’iniziativa di Rete Ecosistemica – per quanto riguarda la giustizia climatica, sempre più oggetto di greenwashing e strumentalizzazione da parte delle aziende. «Il G20 di Roma è strettamente connesso alla Cop26 di Glasgow vista la vicinanza temporale e la presenza di capi di stato che poi si recheranno in Scozia», affermano attivisti e attiviste del Climate Camp nel loro comunicato stampa. «Una Cop importante che deve prendere decisioni fondamentali ma che sappiamo rischia ancora una volta di essere dominata dagli interessi di multinazionali che propongono false soluzioni, dal Ccs al mercato dei crediti al carbonio».

In pratica, i referenti dei grandi della terra riuniti all’Eur non sono certo le persone e i popoli indicate da una delle tre “P” scelte come slogan per il summit (“People, Planet, Prosperity”) ma le aziende energetiche, interessate a continuare a far profitto senza doversi preoccupare troppo dell’ambiente.

La tendenza del G20 sembra essere quella di esautorare gli organismi internazionali come Oms, Omc e Nazioni Unite in favore di accorti bilaterali fra gli stati e le multinazionali. Il meccanismo delle compensazioni energetiche, per cui appunto le aziende si impegnano a controbilanciare le proprie emissioni con altri progetti ecosostenibili o con teconologia green, vanno in questa direzione.

Tutto il contrario, dunque, di una transizione realmente partecipata e realmente democratica. Come riassumono sempre gli attivisti e le attiviste del Climate Camp: «Abbiamo la certezza di saper riconoscere la difesa degli interessi del capitale e della finanza nelle [scelte politiche del G20], e l’assenza assoluta di ascolto e partecipazione delle comunità interessate siano queste le comunità indigene, le popolazioni di territori fuori dalle 20 nazioni o le stesse comunità dei territori massacrati in decine e decine di anni anche in questa parte di mondo».

Proprio come – se pensiamo fra le altre cose al Ddl Zan affossato due giorni fa da un parlamento composto di una classe dirigente oramai vecchia e sconnessa dalle istanze delle nuove generazioni – le comunità più giovani rappresentate dal corteo studentesco sceso in piazza stamattina.

«Siamo il futuro senza futuro”, si leggeva sugli striscioni, a esprimere preoccupazione sia per il cambiamento climatico sia per la «scuola dei padroni» che non tollera il dissenso (esemplare è lo sgombero del liceo capitolino Ripetta di due settimane fa, con uno spropositato dispiegamento di forze di polizia).

Di fronte alla zona rossa militarizzata che è stata messa a protezione dei grandi del G20, c’è dunque una convergenza di realtà in lotta che oggi ha iniziato a muoversi, discutersi, riunirsi. Contro le catastrofi incombenti – conclude il comunicato del Climate Camp – «è ora di agire».