approfondimenti

OPINIONI

Conflitti e industria fossile sono i migliori alleati della crisi climatica

La guerra in Iran non sembra avviarsi a conclusione e nel frattempo il continente scivola in un’altra grave crisi energetica dopo quella scatenata dalla guerra in Ucraina. Ancora una volta si sceglie di perseguire nell’utilizzo di energie derivanti da combustibili fossili, nonostante la grave situazione di emergenza climatica. Fossile e guerra assieme fomentano una spirale distruttiva per il pianeta e il suo futuro

«Volate di meno, lavorate di più da casa, rallentate in macchina», questa è l’esortazione della Commissione Europea a termine della seduta straordinaria del 1° aprile 2026 sulle conseguenze economiche della guerra in Iran. L’esortazione – dal tono così bonario e generico da non rischiare di essere presa realmente in considerazione – è misura dell’inadeguatezza della classe politica europea davanti a due catastrofi fortemente connesse che il pianeta sta affrontando: il regime di guerra che si impone e la crisi climatica.

Leggendo quella esortazione di Von der Leyen mi sono risuonate in testa le parole – altrettanto fastidiosamente bonarie e generiche – che accompagnarono l’ingresso a palazzo Chigi di Mario Draghi. «Vogliamo lasciare anche un buon pianeta, non solo una buona moneta» – disse.

Era il febbraio del 2021, un momento in cui la diffusione dei vaccini stava avviando il mondo lentamente verso la fuoriuscita dalla pandemia e in cui il Green New Deal era un asse centrale delle politiche Ue. Il mondo è stato stravolto a ripetizione in questi cinque anni, ma la connessione tra regime di guerra ed emergenza climatica può considerarsi un filo rosso per interpretare il susseguirsi degli avvenimenti.

LA FINE DEL GAS RUSSO

Un anno dopo le parole di Draghi, i carri armati di Putin varcavano il confine ed entravano in Ucraina, in quella che avrebbe dovuto essere una guerra lampo e che invece è ancora oggi paralizzata nelle trincee del Donbass. La guerra in Ucraina ha determinato un cambiamento radicale: l’Europa ha dovuto drasticamente ridurre le proprie forniture di gas fossile russo, un elemento centrale nell’economia di paesi come la Germania e l’Italia. Nei mesi successivi, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno stipulato contratti con altri paesi e organizzato sistemi di approvvigionamento alternativo. Sono quindi aumentate vertiginosamente le importazioni dagli Stati Uniti di gas fossile liquefatto, poi lavorato in Italia con rigassificatori costruiti in più parti della penisola, tra polemiche e proteste visto il loro costo ecologico. Sono poi aumentati anche i rifornimenti di gas liquefatto dal Qatar, che fino al febbraio 2026 rappresentava il 42% dei nostri rifornimenti.

Secondo i piani del governo e di Eni – piani che spesso si sovrappongono – l’Italia doveva cogliere l’occasione della guerra in Ucraina per diventare l’hub del gas europeo, essendo geograficamente posizionata tra l’Europa e il Mediterraneo.

Il gas liquefatto proveniente da paesi lontani è ovviamente più costoso di quello russo in forma gassosa che entrava in Italia tramite una condotta alla frontiera di Tarvisio. Tuttavia non vengono neppure prese in considerazione alternative.

Le conseguenze di quella crisi energetica sono note. Inizia un processo di inflazione generalizzato dal quale il continente non si è mai ripreso, amplificato da meccanismi speculativi e con un peso enorme sopportato dalle classi lavoratrici. 

Nel 2025 l’inflazione in Italia è rallentata, ma non sono ritornati i prezzi delle materie prime del 2021, il costo della vita è rimasto elevato, con gravi ripercussioni sul costo degli affitti, con salari non adeguati all’inflazione e città divenute insostenibili anche per la classe media.

Durante quella crisi energetica è apparso chiaro che la strada che vuole seguire l’Europa non è quella di una transizione energetica rapida e giusta. Anzi, proprio in quegli anni il sostegno al Green New Deal è iniziato a scemare, prima in modo timido, poi con accenni sempre più marcati è stato rinnegato, tanto che alle elezioni europee del 2024 non è stato promosso come asse delle politiche Ue neppure da socialisti e popolari, che l’avevano progettato. 

Il regime di guerra, nel frattempo, è diventato una sorta di paradigma costituente, prima con il genocidio a Gaza, poi con l’elezione di Trump. E con esso assistiamo alla drammatica fine delle politiche di risposta alla emergenza climatica, oltre che a una grave fuoriuscita del tema dal dibattito pubblico.

La crescita della spesa bellica infatti richiede una espansione forzata dell’investimento nel fossile – l’industria delle armi è industria basata sul fossile – mentre il complesso militare digitale richiede ulteriori investimenti nel fossile per fare fronte alle enormi necessità energetiche dei database di intelligenza artificiale. 

Su Dinamopress abbiamo spesso criticato i limiti e le parzialità del Green Deal europeo, iniquo, tardivo, docile con le grandi aziende, eccessivamente fondato sul progresso tecnologico, privo di una prospettiva redistributiva e fortemente coloniale nel considerare gli approvvigionamenti alternativi. Al tempo stesso è drammatico oggi aver abbandonato quel piano e aver completamente invertito la rotta. 

UNA NUOVA CRISI ENERGETICA

Arriviamo così all’attuale crisi energetica e alle bonarie esortazioni della Commissione europea. Queste non sono fastidiose solo perché inadeguate e fondate sui consumi della popolazione anziché sulla tassazione dei profitti, ma sono anche ipocrite visto che, ad esempio, quando i movimenti ecologisti hanno chiesto in passato di ridurre il traffico aereo, a partire da quello di lusso, sono sempre stati totalmente ignorati.

La guerra all’Iran è per le sue fonti fossili, ormai anche su questo la presidenza Usa è esplicita nelle dichiarazioni, molto di più di quanto non accadde in precedenti conflitti. Nel frattempo, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, la guerra fa aumentare il prezzo delle fonti fossili mentre davanti alla difficoltà di approvvigionamento si riparte alla ricerca affannosa di nuovi costosi fornitori di energia fossile. Questa spirale inevitabilmente avrà di nuovo gravi ripercussioni sull’inflazione e sul costo della vita, anche per via dei soliti meccanismi speculativi.

L’Italia è l’esempio negativo per eccellenza. Il nostro paese era già stato molto timido verso il Green New Deal, per svariate ragioni incluso il fatto che l’azienda energetica a partecipazione statale più grande, Eni, ha sempre avuto politiche ostili a qualunque transizione energetica. 

Oggi, venendo meno anche il gas liquefatto dal Qatar, Meloni è volata velocemente in Algeria per chiedere ulteriori rifornimenti di gas, che verranno pagati a prezzo elevato per essere al di fuori dei contratti pluriennali e, ancora più grave, si è deciso di far slittare di ulteriori 12 anni la chiusura delle centrali a carbone, fonte fossile tra le più inquinanti. 

Le quattro centrali italiane ancora funzionanti, vale la pena ricordare, sono veri e propri tumori mortiferi per le persone che vivono in prossimità. A livello europeo siamo poi il paese che più sta spingendo per sospendere il sistema di tassazione per le imprese energetiche, denominato ETS, finalizzato a un contenimento e alla riduzione delle emissioni di CO2. Era difficile fare scelte peggiori, ma una alternativa non era impossibile. In Spagna, ad esempio, il primo ministro Sanchez ha dichiarato che punterà interamente sulle rinnovabili, ampiamente cresciute negli ultimi anni – a differenza di quanto avvenuto da noi, tanto da essere sufficienti per affrontare la crisi attuale, a suo dire.

Corteo ambientalista a Bologna, ottobre 2022. Di Michele Lapini

UNA LOTTA ECOSOCIALE

Questo scenario inquietante ci testimonia una volta in più quanto le lotte siano connesse e quanto sia indispensabile immaginare una alternativa ecosociale contro la guerra, come scritto dal Palestinian Institute for Climate Strategy. Un dato è certo: oggi l’economia fossile garantisce profitti alle aziende che le rinnovabili non riescono a permettere, per questo si evita ogni transizione, per quanto iniqua e parziale possa essere, come era il Green New Deal. 

Inoltre l’economia fossile è fondamentale per fare la guerra, pertanto fossile e guerra entrano in un circolo mortifero autoalimentandosi a vicenda per permettere profitti maggiori anche quando questi minacciano la sopravvivenza futura del pianeta. Va ricordato che le guerre in corso di per sé rappresentano un ulteriore disastro dal punto di vista climatico, oltre che da quello sociale, ecologico e umano. Si è calcolato infatti che in sole due settimane di guerra sono stati emessi più gas climalteranti di quanti ne abbia emessi l’Islanda nel corso del 2024.

Qualunque opposizione anticapitalista e antimilitarista deve immaginare un orizzonte sociale ecologico ed economico contro la guerra e contro il fossile contemporaneamente, per provare a tutelare il pianeta e chi ci vive.

Mentre il settore dell’automotive in Italia sta progressivamente spostandosi verso le forniture belliche, un progetto come quello di GKN, alternativa concreta, ecologista e pacifista è brutalmente boicottato da politici di qualunque schieramento, evidentemente affini quando si tratta di politiche energetiche e di servilismo nei confronti delle imprese fossili. 

Eppure è da progetti simili che bisogna ripartire, costruendo convergenze, con la forza del mutualismo e il coraggio di osare anche quando combatti contro mostri.

La copertina è tratta da Flickr

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