OPINIONI

«Boicottare il gas russo non risolve la crisi climatica», intervista a Elena Gerebizza

La dipendenza europea dal gas, in particolare da quello russo, falsa la lettura del conflitto e fornisce un’alibi alle grandi imprese estrattive per rimandare la transizione ecologica, continuando a speculare a spese di popoli, persone e ambiente

Elena Gerebizza di Re:Common spiega a Dinamo la relazione tra risorse, guerra in Ucraina e emergenza clima, in un quadro sempre più preoccupante in cui la transizione ecologica diventa una chimera lontana.

A distanza di due mesi dall’inizio della guerra, ti sei fatta un’idea sul modo in cui l’accaparramento di fonti fossili possa essere una chiave interpretativa di quanto sta accadendo?

È complesso avanzare letture con un conflitto armato in corso. Quello che abbiamo detto da subito è che la dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas dalla Russia da parte delle economie europee, e di quella italiana in particolare, avrebbe influenzato il modo in cui dall’Europa stiamo leggendo questo conflitto.

Così da due mesi, mentre l’attacco violento contro la popolazione ucraina continua, la gabbia comunicativa è rimasta chiusa sulla dicotomia generata da due ipotesi: che l’Europa chiuda le importazioni dalla Russia, o che la Russia decida unilateralmente di chiudere l’export verso l’Europa.

Lo spazio è volutamente stretto per tenere tutte e tutti nell’angoscia del conflitto e delle sue ricadute, evitando che si crei uno spazio per affrontare la questione più ampia emersa in realtà già prima dell’invasione russa dell’Ucraina, e che riguarda la dipendenza dell’economia italiana dal gas. Non solo dal gas russo.

In questo senso il gas fossile, ma anche il petrolio e il carbone che importiamo dalla Russia, sono diventati la chiave di lettura unica di questo conflitto, lo alimentano, assieme all’industria bellica, inquinando ogni altra lettura e generando una dinamica che oscura la complessità di quanto sta accadendo.

Non sono operazioni casuali, al contrario. Dal lato nostro, pensiamo che dare strumenti e chiavi di lettura per entrare nella complessità sia fondamentale, soprattutto per comprendere che le scelte che sta facendo il governo in nome dell’ ”emergenza” avranno delle implicazioni profonde ben oltre l’immediato.

Dipendere dal gas russo non è casualità, è frutto di certe scelte e di certa vicinanza tra Eni e Gazprom soprattutto nel ventennio  berlusconiano, ci puoi ricordare cosa accadeva in quegli anni?

Nei primi anni Duemila, con la nascita degli stati indipendenti nella regione del Caspio, le grandi corporation fossili occidentali hanno siglato i primi Production sharing agreements per lo sfruttamento di idrocarburi nei paesi ex-URSS. Contratti nuovi, con regole nuove, che hanno permesso a Eni, Shell, BP, Chevron, Total, di penetrare in questi paesi. Azerbaigian e Kazakistan furono i primi.

Allo stesso tempo vennero ridefiniti gli accordi con la Russia. Eni era uno dei player centrali e ancora rimane tra le corporation di peso in questi paesi. Non è un caso che le scelte energetiche italiane si siano accodate a – o siano state guidate da? –  quelle di Eni.

Sulle vicende di quegli anni, durante i quali ci vincolammo definitivamente al gas russo, hanno fatto luce i files di Wikileaks, che rivelarono la preoccupazione degli Stati Uniti di fronte alla politica estera ed energetica italiana, che metteva a rischio la strategia di diversificazione voluta da Washington.

“Torbida connection” era l’espressione che veniva usata dai diplomatici americani per riferirsi ai rapporti geo-politici e affaristici tra Roma e Mosca, ben ricostruiti nel libro-inchiesta dei giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo Lo Stato Parallelo.

Dalla crisi del gas con l’Ucraina nel 2006 in poi, invece di ridurre la dipendenza dalla Russia, questa è aumentata. Oggi l’Italia è non solo dipendente per oltre il 40% dalle importazioni di gas dalla Russia, ma è anche uno dei paesi in Europa più dipendenti dal gas.

Eni è uno dei maggiori clienti di Gazprom, e collabora con il colosso russo Rosneft nello sfruttamento del gigantesco giacimento di Zohr, in Egitto. Con la Lukoil, invece, condivide le promettenti concessioni a largo delle coste del Messico. Eni e Lukoil sono anche soci del consorzio che possiede i diritti del giacimento di Karachaganak in Kazakistan, tra i più grandi al mondo.

Il Kazakistan è il paese dove Eni detiene le maggiori riserve di petrolio e il secondo, dopo l’Egitto, per quelle di gas. Una vera e propria miniera d’oro per il cane a sei zampe, che negli ultimi tre anni ha fruttato ricavi superiori ai cinque miliardi di euro, secondo i bilanci aziendali.

Ma gran parte delle vendite degli idrocarburi kazaki dipendono dai russi. A quanto risulta dal suo sito web, Eni infatti invia il 50% del gas prodotto da Karachaganak direttamente alla centrale termoelettrica russa di Orenburg, mentre il petrolio viene convogliato verso due oleodotti, il Caspian Pipeline Consortium (di cui Eni detiene una quota) e Atyrau-Samara, entrambi controllati dai russi.

In questi giorni assistiamo al triste scenario del trio Cingolani Descalzi Di Maio in giro per l’Africa a cercare venditori di gas. Ma l’Italia può davvero sostituire il gas russo senza convertirsi con decisione alle rinnovabili?

Sulla questione si sono espressi già in molti e la tendenza è a dire che l’Italia potrebbe trovare degli altri fornitori per riempire gli stoccaggi durante l’estate ed essere pronta al prossimo inverno senza le forniture russe.

La vera domanda è: a che prezzo? È acclarato che le forniture di gas dalla Russia abbiano un prezzo più basso di quello acquistato sul mercato spot e sono in parte colpito dall’aumento esponenziale dei prezzi dell’ultimo anno.

È anche evidente che i prezzi del gas rimarranno molto alti nei prossimi anni, che ci sono forti spinte speculative e che queste agiscono soprattutto sul gas acquistato sul mercato spot, che sarebbe per altro quello che viene trasportato via nave.

Tutte le nuove forniture che il governo italiano sta negoziando con Eni sono proprio di GNL, gas liquefatto che viaggia via nave, dagli Stati Uniti e da paesi di tutto il mondo, dall’Egitto al Mozambico alla Nigeria al Congo all’Angola.

Con questa politica rischiamo in altre parole di trovare il gas, ma a un prezzo talmente alto che le famiglie non potranno permetterselo, mentre allo stesso tempo con i contratti di acquisto il nostro governo contribuisce a rafforzare governi autoritari, violenza e violazioni dei diritti umani in tutti questi paesi.

Chiudere la dipendenza dal gas e avviare una transizione giusta alle rinnovabili dovrebbe essere un passaggio obbligato, passando per una riduzione dei consumi e un totale ripensamento del modello energetico e produttivo che ci ha messo in questa situazione e che alimenta conflitti come quelli in corso.

Nel “boicottaggio” del gas russo riscontri una leggerezza che può portare a pensare che esso sia un problema in quanto russo e non in quanto gas?

È una proposta che guarda all’emergenza del conflitto, ma non risolve il problema più ampio della dipendenza dal gas. Da sola non risolve la dimensione più sistemica della connessione tossica tra l’economia delle fossili e l’industria della guerra e non risolve la tendenza sistemica della società estrattivista di estrarre appunto profitto da ogni ambito della vita.

La conseguenza, se ci concentriamo solo sul boicottaggio e non alla dimensione più ampia di dipendenza dalle fossili, è che rischiamo di sostituire un dittatore con tanti altri, alimentando comunque una spirale di violenza legata al gas a livello globale. Gas insanguinato, da cui continuiamo a rimanere dipendenti, permettendo alla società estrattivista di rigenerarsi.

Qualcuno ha detto che è una guerra contro la transizione ecologica, cosa ne pensi?

Le corporation fossili hanno saputo usare il conflitto per rilanciare la propria agenda, che è contro una transizione incentrata sulla giustizia sociale a largo spettro. Eni e Snam soprattutto, hanno prontamente usato “l’emergenza” per rilanciare gli investimenti nel gas, sia dal lato delle estrazioni che della costruzione di infrastrutture, e soprattutto per riguadagnare legittimità di fronte all’opinione pubblica.

Lo abbiamo visto con il tour dei dittatori di cui si parlava prima, ma anche con il rilancio di progetti folli come il gasdotto Eastmed, che dovrebbe permettere al gas dei giacimenti israeliani del bacino di Leviathan di raggiungere il mercato europeo passando attraverso Cipro, Grecia e Italia. Ma anche con il rilancio delle estrazioni di gas nei diversi paesi, compreso appunto l’Est Mediterraneo, dove opera Eni e dove Snam ha acquistato una quota consistente del “gasdotto della pace” che collega Israele e Egitto, proprio per guadagnare dalla vendita del gas che già viene estratto nella regione e che viene venduto passando dall’Egitto.

La stessa cosa è successa nel resto d’Europa, basti guardare al rilancio del GNL [Gas Naturale Liquido, ndr] che è stata la prima misura proposta nel pacchetto europeo Repower EU. Anche il riavvio delle centrali a carbone, che in Italia avrebbero dovuto chiudere entro il 2025, va inquadrato in questo contesto, con tutte le conseguenze del caso.

Che l’economia delle fossili sia funzionale e alimenti l’economia della guerra è tristemente evidente e questo va a discapito dei diritti delle persone ma anche della vita e del pianeta. Sta a noi capire come organizzarci per fermarla e costruire nuovi modelli di società libere dall’economia delle fossili, ma anche più giuste, accoglienti, sostenibili, partecipate.

Immagine di copertina Wikipedia