ITALIA

Al Festival di Santarcangelo il teatro è una specie compagna

In tempi di “ripresa”, arriva la seconda puntata (8-18 luglio) del festival progettato dai Motus. Ci si chiede: Andiamo verso la libertà, ma quale libertà? Alla libertà dei capitalisti di distruggere questo mondo e noi di morire, di consumare, di distruggere, opprimere, sfruttare?

La seconda puntata del progetto artistico pensato dai Motus per il festival dei teatri di Santarcangelo di Romagna si terrà dall’otto al diciotto luglio. L’immagine più calzante usata per spiegare l’imponente e intensissimo programma pensato dai curatori Daniela Nicolò e Enrico Casagrande è quella dei tentacoli. Per dieci giorni questi tentacoli si dispiegheranno tra Santarcangelo e Mutonia (andiamoci, è la città di metallo più incredibile del mondo, parte dell’utopia creata dai Mutoid) fino a Rimini. È l’allegoria del festival come cafalopode. Il teatro come medusa, forma umano-planctonica-politica e collettiva in mutazione che si espande ed esplode. Questo immaginario, già adottato nell’edizione dell’anno scorso, mescola le meduse ai cyborg e ad altre “specie compagne”.

Quale libertà

Filosofa ispiratrice di queste riflessioni è Donna Haraway. I suoi testi possono essere usati anche per spiegare il modo in cui questo festival, come tanti altri, si è dovuto adattare alla condizione pandemica in cui siamo sprofondati negli ultimi 15 mesi, riprogettandosi man man che cambiavano le condizioni di sicurezza decise dai governi. È un’attitudine, rivendicata dai curatori, che indica un atteggiamento etico e politico rispetto all’evento catastrofico che non è stato provocato da uno “choc esogeno” al sistema, così se la raccontano le classi dominanti che stanno facendo “resilienza” per tornare a vivere, loro, come prima. Noi peggio di prima.

Lo choc della pandemia è una delle conseguenze di lunga durata del capitalismo dell’agrobusiness che distrugge in Cina, come in Asia e in Africa, le foreste, avvicina specie animali agli umani, trasmettendo virus sconosciuti dall’impatto devastante per la nostra vita.

In tempi di “ripresa” questo festival riflette dal centro della nostra attualità, scava nel suo nucleo più profondo, e si chiede: a quale libertà stiamo tornando? Andiamo verso la libertà, ma quale libertà? Alla libertà dei capitalisti di distruggere questo mondo e noi di morire, di consumare, di distruggere, opprimere, sfruttare? Oppure alla libertà dove non c’è nulla di più utile per la vita degli esseri umani che quella di altri esseri umani insieme alle specie viventi?

Mutaforma

Durante la conferenza stampa tenuta nella sala consiliare del comune di Santarcangelo è stata usata la parola “mutaforma” per spiegare un faticoso esercizio che è diventato una condizione comune. Si tratta di un neologismo, dall’inglese shapeshifter, che ha una lunga storia nella letteratura, nella mitologia e nel folklore di tutto il mondo, e incarna la possibilità per umani o altre creature di trasformarsi in altre specie.

Non si conoscono le origini dei mutaforma, forse un tempo erano semplici individui in simbiosi con la natura. Per alcuni sono abomini e per questo visti come portatori di sfortuna, streghe o mostri, oppure esseri con un dono magnifico.

Non hanno il senso di appartenenza ad un branco, o ad una specifica razza, pertanto non sono organizzati secondo gerarchie o classi, ma sono liberi e indipendenti e possono anche transitare fluidamente tra i generi.

Queste teorie e immaginari attraversano gli appuntamenti del festival, gli incontri di approfondimento, la programmazione musicale e cinematografica… ma anche i luoghi stessi, a cominciare dal parco dei Cappuccini.

Oltre ad ospitare gli spettacoli all’aperto quest’anno si trasformerà in un villaggio ecosostenibile, con il progetto esplicativo: How To Be Together.

«Dopo un anno di Zoom ci sentiamo come pesci dallo sguardo specchiato – ha detto Enrico Casagrande – Ora è è il tempo della presenza e torniamo a guardare l’altro, qualcosa che è dall’altra parte, qualcosa che non è un piatto, un monitor ma ritorna a essere tridimensionale, è il momento della festa, la radice della parola festival».

Enrico Casagrande e Daniela Nicolò (Motus)

Un giorno del 1980

Colgo un’immagine di questo festival che ha la stessa età del grande rivolgimento iniziato nel mondo dopo il 1968 e durato più di dieci anni in Italia. Santarcangelo è stato lo specchio di una sensibilità diffusa in quei movimenti. La festa era rivoluzionaria quando la città diventava palcoscenico e si riempiva di accampamenti nomadi, gli spettacoli invadevano le piazze. Lo è tutt’ora, in tutt’altro mondo, e in condizioni politiche non altrettanto favorevoli.

Cinquant’anni e più di storia possono essere visti nella retrospettiva fotografica dell’edizione del 1980, curata da Uliano Lucas, quando cinque fotografi italiani arrivarono a Santarcangelo per raccontare lo spettacolo della festa teatrale e di quella collettiva: Carla Cerati, Mario Dondero, Maurizio Bizziccari, Maurizio Buscarino, Gian Butturini.

Tutto questo avviene in uno spicchio di quella terra di Romagna dove è nata la più originale sperimentazione teatrale degli ultimi 40 anni. Da allora c’è stata una reciproca contaminazione negli immaginari, nelle pratiche teatrali, nella cittadinanza. Oggi i rapporti sono stati rovesciati da quella contro-rivoluzione conservatrice che chiamano “neoliberalismo”.

L’idea che la rappresentazione e la vita vadano insieme, osmoticamente, non è cambiata nell’estetica politica del festival. Il lavoro sull’immaginario della mutazione, che si accompagna necessariamente alle pratiche politiche dell’alleanza e della lotta, cerca oggi di evidenziare il tratto di una vita politica che forse a quel tempo era di più facile accesso.

La vita è inappropriabile e va liberata. Questa è la fine di un mondo e la nascita di un altro, non l’apocalisse alla moda che precipita la liberazione nel lutto.

Il programma e le informazioni utili per seguire il festival

Un festival espanso ed esploso. Raccoglie spettacoli e gruppi che non sono potuti venire nell’edizione dell’anno scorso e nella versione invernale online. Il programma intero è pubblicato sul sito del festival e lo trovate qui.

In copertina: Cheris Menzo (foto di Bas De Brouwer)