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MONDO

Il lungo cammino della resistenza ezida

L’integrazione delle YBŞ e delle YJŞ nel sistema federale rovescia la logica dell’accordo imposto nel 2020. Gli e le Ezidi negoziano attraverso le proprie organizzazioni: un risultato della resistenza nata sul monte e del processo aperto da Öcalan

Lunedì, sul monte Shengal, le Unità di resistenza di Shengal (YBŞ) hanno consegnato alle forze irachene alcune delle postazioni presidiate fino a quel momento. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti del governo e dei comandi militari iracheni, combattenti delle YBŞ e delle Unità delle donne di Shengal (YJŞ), madri ezide e autorità religiose.

YBŞ e YJŞ hanno annunciato l’avvio di un processo di integrazione nel sistema di sicurezza federale che riguarda 4.165 membri. «Abbiamo raggiunto un’intesa perché i e le combattenti delle YBŞ e delle YJŞ rimangano a Shengal e proteggano la propria terra e la propria comunità», ha affermato Viyan Hebabî, componente del comando generale delle YBŞ e delle YJŞ. Baghdad inquadra l’intesa nella politica che vuole ricondurre tutte le armi sotto un unico comando. Le unità ezide la descrivono come il passaggio dalla difesa armata a una nuova fase dentro le istituzioni irachene. Nel proprio comunicato ricordano i 530 combattenti caduti e le centinaia di feriti dal 2014. L’Alleanza per la causa ezida precisa che l’integrazione non comporterà lo scioglimento delle YBŞ e delle YJŞ né la fine del ruolo dei loro membri. Il loro lavoro sarà inquadrato negli apparati dello Stato, ma gli abitanti di Shengal continueranno a partecipare alla sicurezza della regione.

Le due unità legano la riuscita del processo a questioni che vanno oltre l’inquadramento militare: la sorte delle persone ancora scomparse, la giustizia per i familiari delle vittime, il ritorno degli sfollati e la ricostruzione di Shengal. La dichiarazione del governo iracheno è più limitata. Conferma l’integrazione, il passaggio delle postazioni alle forze federali, gli indennizzi alle famiglie colpite dallo Stato islamico e l’impegno per la ricostruzione. Non contiene invece, per ora, alcun riconoscimento politico dell’amministrazione autonoma nata dopo il genocidio. Murad Ismael, deputato ezida e presidente del gruppo parlamentare dell’Alleanza per la causa ezida sostiene che un accordo sia possibile se Baghdad rinuncerà a imporre dall’alto il nuovo assetto; in caso contrario annuncia una risposta politica, legale e popolare delle organizzazioni ezide.

Gli anni del genocidio e della resistenza

Le YBŞ presero forma nei primi giorni della resistenza, dopo l’attacco lanciato dallo Stato islamico il 3 agosto 2014. L’esercito iracheno aveva già lasciato la regione e nella notte tra il 2 e il 3 agosto si ritirarono anche i peshmerga del Partito democratico del Kurdistan (KDP), senza avvertire la popolazione né organizzarne l’evacuazione. Nei giorni precedenti avevano requisito le armi agli abitanti di diversi villaggi, assicurando che li avrebbero protetti. Decine di migliaia di ezid* cercarono rifugio sul monte e vi rimasero assediati. Nei villaggi conquistati dall’Isis migliaia di uomini furono uccisi; donne e bambine vennero rapite e vendute. Di molte non si ha traccia da allora. Le Nazioni unite hanno riconosciuto quei crimini come genocidio.

Dopo la caduta di Mosul il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) aveva inviato clandestinamente a Shengal un nucleo di dodici guerriglieri. Tre furono arrestati dalle forze del Kdp; gli altri nove rimasero sul monte e, insieme ai combattenti ezidi presenti sul posto, organizzarono la prima difesa in attesa dei rinforzi. Nei giorni successivi arrivarono altre unità del Pkk e le Unità di protezione del popolo (Ypg) e delle donne (Ypj) provenienti dalla Siria. Al comando del primo nucleo, presente a Shengal già prima dell’attacco, c’era Dilşêr Herekol; al comando delle le forze accorse nei giorni successivi c’era Egîd Civyan. Entrambi cadranno sei anni dopo, a distanza di poche settimane l’uno dall’altro: Egîd Civyan l’11 settembre 2020, in uno scontro con l’esercito turco nel distretto di Çatak, nella provincia di Van; Dilşêr Herekol il 17 ottobre, durante un’operazione militare turca sui monti Amanos.

Le forze curde ed ezide aprirono un corridoio verso il Rojava attraverso il quale fuggirono decine di migliaia di persone. In quelle settimane furono fondate le YBŞ. Nei mesi successivi nacquero le YJŞ, formate da donne ezide.

Nel novembre 2015 la città di Shengal fu riconquistata dalle YBŞ e YJŞ, dai guerriglieri del Pkk, dalle Ypg e Ypj, sostenuti dai raid della coalizione internazionale. Le unità ezide continuarono a presidiare il monte e parte del distretto. In un primo tentativo di ottenere un riconoscimento, alcuni loro membri furono inseriti formalmente nelle Forze di mobilitazione popolare (PMF), all’interno dell’Ottantesima brigata, pur continuando a rispondere alle proprie strutture. Intorno alle forze di autodifesa nacquero consigli, organizzazioni delle donne e un’amministrazione autonoma che né Baghdad né Erbil riconobbero.

Per le unità ezide la guerra contro l’Isis non terminò con la liberazione di Shengal. Combattenti delle YBŞ e delle YJŞ parteciparono insieme alle Forze della Siria Democratica alle successive campagne in Siria. Nel 2017 un battaglione delle YJŞ prese parte all’offensiva su Raqqa, dove erano state deportate, imprigionate e vendute molte delle donne e delle bambine rapite nell’agosto 2014. Per le unità ezide quelle operazioni avevano soprattutto uno scopo: trovare le prigioniere ancora vive e riportarle a casa.

Le YBŞ e le YJŞ erano state addestrate dai guerriglieri del Pkk e dalle unità curde siriane e conservarono un legame politico con il movimento ispirato da Abdullah Öcalan. Nel marzo 2018 il Pkk annunciò il ritiro delle proprie unità, sostenendo che le strutture locali fossero ormai in grado di difendere la regione. Dal 2017 la Turchia aveva cominciato a bombardare Shengal, considerata da Ankara un nuovo rifugio del Pkk. Il primo grande attacco, il 25 aprile, colpì postazioni sulla montagna e uccise per errore cinque peshmerga del Governo regionale del Kurdistan, alleato della Turchia. Il ritiro del Pkk non fermò i raid. Il 15 agosto 2018 un attacco aereo turco uccise Mam Zekî Şengalî, dirigente ezida del movimento curdo e membro del Coordinamento della società ezida di Shengal. Tornava da una commemorazione delle vittime del massacro di Kocho.

Il 15 gennaio 2020 un raid turco colpì un veicolo delle YBŞ a Dugure e uccise il comandante Zerdeşt Şengalî. insieme ad altri tre combattenti. Il 16 agosto 2021, mentre il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi visitava Shengal, un drone colpì l’auto di Said Hassan, che si apprestava a incontrarlo: con lui morì un altro membro delle unità e tre civili rimasero feriti. Il giorno seguente fu bombardata la clinica di Sikeniye, che serviva la popolazione locale e curava i malati di Covid-19. Morirono quattro sanitari e quattro membri delle YBŞ. Il 7 dicembre dello stesso anno un altro raid uccise Merwan Bedel mentre viaggiava con i due figli. Quattro giorni dopo un missile distrusse il centro culturale Lalish di Xanesor, dove l’indomani si sarebbero tenute le condoglianze per la sua morte. Nel febbraio 2022 l’operazione «Winter Eagle» portò una ventina di nuovi bombardamenti sulla montagna, con otto morti e diciassette feriti. Gli attacchi contro basi e veicoli delle YBŞ sono continuati fino al novembre 2024.

Il 9 ottobre 2020 il governo federale e quello della Regione del Kurdistan firmarono, con il sostegno della Turchia, l’accordo di Sinjar. L’intesa prevedeva una nuova amministrazione locale scelta da Baghdad ed Erbil, il reclutamento di una forza di polizia e l’allontanamento delle organizzazioni armate non comprese negli apparati statali. Le YBŞ, l’amministrazione autonoma e le organizzazioni civili nate nella regione dopo il genocidio non parteciparono alle trattative. Il testo non riconosceva il loro ruolo e rendeva incompatibile la struttura indipendente delle unità con il nuovo assetto di sicurezza. Baghdad ed Erbil tornavano così a decidere il futuro di Shengal senza coinvolgerne la popolazione, ne chi dal 2014 la amministrava e la difendeva.

Con il governo centrale le tensioni erano sfociate in scontri già prima dell’accordo del 2020. Il 17 marzo 2019 l’esercito iracheno tese un’imboscata a un convoglio delle YBŞ proveniente dalla Siria. Secondo il ministero dell’Interno di Baghdad morirono due soldati e cinque combattenti ezidi rimasero feriti. Nell’aprile 2022 l’esercito aprì nuovi posti di blocco attorno a Sinûnê e schierò altri reparti verso il confine siriano. Si combatté a Bab Şilo e Dugurê; Baghdad fece intervenire la Nona divisione corazzata, impiegando carri armati e artiglieria. Gli scontri raggiunsero le aree abitate e costrinsero oltre diecimila persone alla fuga, molte delle quali erano tornate da poco dopo anni trascorsi nei campi e furono sfollate per la seconda o la terza volta dal 2014. Şervan Êzîdxan cadde il 2 maggio 2022, durante gli scontri con l’esercito iracheno nell’area di Dugurê, presso Sinûnê. Nella stessa battaglia morì anche la combattente YJŞ Feraşîn Şengalî. Il 27 febbraio 2023, nei pressi di Xanesor, un drone turco uccise Pîr Çeko, comandante delle YBŞ e figura centrale nei colloqui tra Shengal e Baghdad.

L’intesa annunciata sul monte non cancella formalmente l’accordo del 2020, ma ne rovescia il percorso. Nel 2014 gli ezidi erano stati abbandonati davanti all’avanzata dell’Isis; sei anni dopo Baghdad ed Erbil avevano nuovamente deciso sul loro futuro senza consultarli. Questa volta il governo federale ha negoziato con le YBŞ, le YJŞ e i rappresentanti delle istituzioni nate dopo il genocidio. I membri delle unità che il precedente accordo voleva allontanare entrano negli apparati federali sulla base di condizioni discusse dai loro rappresentanti e, secondo quanto hanno annunciato, continueranno a prestare servizio a Shengal. Il Partito democratico del Kurdistan, che con l’accordo del 2020 avrebbe recuperato influenza sull’amministrazione locale, resta fuori. Paga la fuga del 2014, mai perdonata, e un decennio di ostilità verso le organizzazioni autonome ezide. Baghdad tratta con Shengal senza passare da Erbil. Il ministero dell’Interno del governo regionale ha accusato Baghdad di avere agito unilateralmente, senza consultarlo e chiesto di tornare all’accordo firmato sei anni fa. Senza successo.

I recenti negoziati

Per decenni gli e le Ezidi sono stati disprezzati come «adoratori del diavolo» e trattati da cittadini di seconda classe. Il regime baathista li deportò dai villaggi e tentò di arabizzarli; dopo il 2003 Baghdad ed Erbil continuarono a contendersene il territorio e l’identità. Altri decidevano chi fossero, chi dovesse rappresentarli e quale posto spettasse loro nello Stato. Che oggi una delegazione delle strutture nate a Shengal sieda al tavolo con il governo iracheno ha, nella storia di questo paese, qualcosa del miracolo. Murad Ismael, deputato ezida e presidente dell’Alleanza per la causa ezida, lo ha scritto nel giorno dell’intesa: «È finito il tempo in cui gli Ezidi apprendevano dai media che cosa era stato deciso sul loro futuro, o non lo apprendevano affatto».

Il negoziato era cominciato nel febbraio 2026, quando una delegazione delle YBŞ e delle istituzioni di Shengal aveva avviato le discussioni con alti responsabili militari e della sicurezza irachena. Il processo tra lo Stato turco, Abdullah Öcalan e il movimento curdo era diventato pubblico nell’autunno 2024.  L’11 settembre 2026, dopo avere incontrato una delegazione ezida e i rappresentanti delle YBŞ, il governo iracheno annunciò le basi dell’intesa. Il 23 settembre Baghdad e Ankara collegarono il graduale passaggio alle autorità irachene della base turca di Bashiqa-Zilkan, vicino a Mosul, al ripristino della piena autorità federale su Shengal e all’allontanamento degli «elementi armati stranieri illegali».

Il 30 settembre Öcalan intervenne direttamente sulla questione di Shengal. In un messaggio rivolto alla comunità ezida e letto durante un’assemblea pubblica, chiese alle YBŞ di entrare nell’esercito iracheno rimanendo nella regione come forza di difesa locale. «La legittima difesa è una necessità a Shengal», scrisse. Sostenendo l’integrazione senza il ritiro delle unità, intervenne sul punto più difficile della trattativa e contribuì a portarla a conclusione. Lo stesso giorno terminò Operation Inherent Resolve, la missione della coalizione internazionale contro l’Isis e gli ultimi reparti statunitensi lasciarono il Kurdistan iracheno. Sul negoziato hanno quindi pesato la volontà di Baghdad di controllare le armi presenti nel paese, l’impegno turco a lasciare Bashiqa-Zilkan e la fine della missione militare della coalizione. Il processo aperto intorno a Öcalan, tuttavia, è il tassello fondamentale che ha contribuito a trasformare una questione affrontata per anni attraverso ultimatum, bombardamenti e operazioni militari in una trattativa con le organizzazioni ezide.

Il 3 agosto 2014, sulla montagna, Egîd Civyan, Dilşêr Herekol, gli altri guerriglieri rimasti e i combattenti ezidi che si unirono a loro resistettero abbastanza a lungo da rendere possibile il salvataggio di migliaia di persone. Il loro sacrificio diede agli ezidi qualcosa che i poteri abituati ad amministrarli non avevano mai messo in conto: la fiducia nella propria forza. Il filo partito quel giorno ha raggiunto i palazzi di Baghdad. A quel tavolo ora siedono gli Ezidi, con alle spalle una tradizione di resistenza che che sono chiamati a rappresentare.

Immagine di copertina: wikimedia commons

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