EUROPA

La Spagna va al voto con le strade in fermento per il diritto alla casa

In Spagna si vota il 29 novembre con tanti interrogativi. La destra data per vincente, la sinistra frammentati e subalterni al PSOE, un Sánchez redivivo che vuole capitalizzare le proteste per la casa. In arrivo uno sciopero generale

L’anticipo delle elezioni – che si sarebbero dovute tenere nel 2027 – è stata l’ennesima mossa del cavallo della carriera di Pedro Sánchez che verrà ricordato, tra le altre cose, sicuramente per il suo opportunismo e la capacità di cadere sempre in piedi, contro ogni pronostico: così andò nel 2023, sempre con elezioni anticipate e prima ancora contro le cospirazioni interne al suo stesso partito per escluderlo dalla leadership.

Fino a poco tempo fa si parlava di un governo in agonia, senza maggioranza parlamentare e che da tre anni non riusciva ad approvare la legge di bilancio statale. Un governo costantemente sotto il fuoco incrociato della destra politica e giudiziaria e campagne di lawfare, nonché indebolito dai casi di corruzione ai vertici del PSOE. Soprattutto, un Sánchez incapace di determinare il discorso politico pubblico, in particolare dopo la tragedia di Ceuta: gestita in maniera fallimentare come problema di ordine pubblico e sicurezza nazionale, invece che come crisi umanitaria, il governo ha prestato il fianco alla retorica xenofoba della destra.

Non è bastato nemmeno l’appoggio di Sánchez alla causa palestinese e le frizioni con Israele: sicuramente sono state le posizioni più coraggiose tra i partiti socialdemocratici europei ostaggi di correnti filosioniste, ma hanno avuto risalto soprattutto all’estero.

Invece il tanto decantato miracolo economico spagnolo è rimasto limitato alla crescita del PIL, a cui non sono seguite misure realmente redistributive e che non è bastato a contrastare l’aumento dell’inflazione, che è più alta della media europea.

Per cambiare il quadro è servita l’irruzione nel discorso politico dei movimenti sociali in difesa del diritto alla casa. Per gli Spagnoli l’accesso alla casa è il problema che più li preoccupa, prima ancora della crisi economica e l’immigrazione. Una volta scadute e non rinnovate le misure d’emergenza pianificate durante la pandemia, in particolare la moratoria degli sfratti, solo il paziente lavoro quotidiano dei sindacati degli inquilini, fatto di picchetti e supporto legale, ha evitato la totale espulsione delle classi popolari dai quartieri gentrificati.

A settembre, lo sfratto violento e la successiva morte in ospedale di Maricarmen Abascal, la donna madrilena ottantasettenne e in difficili condizioni di salute, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese.

Il fatto che queste mobilitazioni possano avvantaggiare i socialisti alle elezioni è un paradosso, se pensiamo che il PSOE è stato sempre difensore del primato del libero uso della proprietà privata della casa sopra ogni regolamentazione e ha fatto da tappo per una riforma strutturale del mercato degli affitti. Ma nella concitazione del picco delle proteste, il governo non ha esitato a proporre due decreti legge per venire incontro ai movimenti. Erano due decreti di diverso tenore: il primo, moderato ed emergenziale, puntava a un ulteriore blocco degli sfratti senza alternativa, esenzioni fiscali ai proprietari in cambio della riduzione degli affitti, prestiti a tasso zero garantiti dallo stato per l’acquisto della prima casa; il secondo proponeva gli affitti a tempo indeterminato.

Il primo avrebbe avuto una maggioranza parlamentare – così si diceva – mentre il secondo andava incontro a bocciatura sicura perché non sufficientemente negoziato col parlamento. La sorpresa del voto contrario della destra catalanista anche al primo decreto ha fatto naufragare la proposta ed è in questo momento che il PSOE ha deciso che era arrivato il momento di sciogliere le camere e andare a elezioni, con la forza dell’ “almeno ci abbiamo provato”. In effetti, non è chiaro quanto davvero avessero voluto provarci, visto che pochi mesi prima una legge simile fu proposta dall’ala sinistra del governo (Sumar) e fu bocciata dagli stessi socialisti, come tante altre proposte analoghe precedenti. Mesi prima non c’era un movimento sociale a fare pressione, ma si sarebbero potuti evitare tanti sfratti e la morte di Maricarmen.

La campagna elettorale improvvisa mette i movimenti di lotta per la casa in una posizione complicata: da un lato, le loro rivendicazioni sono radicali e strutturali, difficilmente ricevibili dai socialisti; dall’altro, la paura di un governo di estrema destra rende complicato mantenersi neutrali.

In altre parole, le elezioni anticipate hanno smorzato sul nascere un conflitto che avrebbe indebolito innanzitutto il governo, e hanno costretto il movimento a ragionare a breve termine. A queste difficoltà si aggiunge la totale frammentazione dei partiti alla sinistra del PSOE: Sumar, alleanza di partiti con Ada Colau capolista, e Podemos sono ai ferri corti e andranno separati in praticamente tutti i collegi, giustificando gli appelli al voto utile per i socialisti. D’altro canto, non sarà facile per le destre appropriarsi di questo tema, PP e VOX sono piegate su posizioni trumpiste e neoliberiste e l’unico loro jolly a disposizione sarà indicare i migranti come responsabili del caro affitti (ed è da vedere se questa retorica possa far presa sull’elettorato in così poco tempo). A vantaggio delle destre c’è però l’estrema localizzazione all’ambito metropolitano sia del problema della casa che delle proteste e quindi una Spagna rurale che con tutta probabilità voterà maggioritariamente per loro.

La speranza è che il caos venga risolto non in ambito parlamentare, ma dall’eccedenza dei movimenti. Lo sciopero generale dell’11 novembre, il primo dal 2012, sarà uno sciopero sociale difficile da confinare in un’ottica elettoralistica.

Sono passati quindici anni dalle acampadas del 2011, che portarono a una primavera politica spagnola, a una prima rottura col regime del bipartito PP-PSOE nato dalla transizione post-franchista e all’emergere di una nuova generazione politica e di partiti come Podemos. Ora quel ciclo si sta chiudendo, forse insieme a quegli stessi partiti. Intorno al diritto all’abitare si sta ricomponendo quel movimento che negli ultimi anni è stato protagonista contro il genocidio in Palestina e le lotte per il clima, aggiungendo una rivendicazione materiale e di classe che tocca direttamente fasce di popolazione spesso escluse dal dibattito politico, senza contare che da mesi sono in mobilitazioni anche gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, il personale medico e, più recentemente, gli studenti universitari.

Le contemporanee rivolte in Francia e Italia echeggiano anche in Spagna, in analogia con le primavere arabe e i movimenti europei che nel 2011 fecero da catalizzatore per gli indignados. I presupposti ci sono tutti per una riedizione di quegli eventi, con una differenza sostanziale: se in passato le richieste erano più democrazia e meno corruzione, ora si punta al cuore del regime capitalista e di guerra, data l’evidente impossibilità di conciliarlo con nuove politiche di welfare.

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