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Canta Palestina!

In “Canta Palestina!”, la psicoanalista Silvia Lippi ha indagato, in un testo tradotto per Ombre Corte, il ruolo della vergogna – e dell’indignazione e conseguente assunzione dei responsabilità che ne conseguono – nel fenomeno mondiale della solidarietà per Gaza. Attraverso lo specchio della vergogna il soggetto incontra se stesso e l’Altro, la speranza ha il sopravvento sulla morte

A ottobre e novembre scorsi siamo scesi in massa nelle strade e nelle piazze per la Palestina, occupando strade e ferrovie, segnando un risveglio e una mobilitazione che non si vedevano da tempo. E specialmente non si vedeva da tempo una simile mobilitazione da parte dei giovani e delle giovani. Che cosa ci ha mossi? Che cosa muove quella rabbia di fronte a uno scandalo infinito, quello del genocidio palestinese?

Silvia Lippi, psicoanalista lacaniana eterodossa, ha cercato di analizzare la questione con gli strumenti di una psicoanalisi che non vuole e non può limitarsi a indagare un inconscio individuale, ma che interroga il presente da un punto di vista collettivo, entrando nelle pieghe del discorso dell’Altro sociale e interpersonale. Lo ha fatto con un testo, Canta Palestina!, pubblicato originariamente sulla rivista online “Les Temps qui restent”, filiazione della storica “Les temps modernes” (l’autrice vive e lavora a Parigi), e adesso tradotto da Matteo Pratelli per Ombre corte.

Lippi scrive che è stata la propria esperienza della vergogna per il genocidio a spingerla a scrivere: ed è la vergogna il concetto chiave che risponde agli interrogativi che ci siamo posti e che viene tematizzato nel testo.

Ci sono diversi tipi di vergogna: c’è una vergogna moralista, disciplinare, propria di una società edipica fondata su ordine e pudore; c’è una vergogna ipermoderna, performativa e narcisistica, quella vergogna prestazionale per cui non ti senti mai all’altezza, non sei mai abbastanza di fronte al giudizio dello sguardo dell’altro; e poi c’è una vergogna etica, che chiama alla responsabilità del legame con l’altro.

Ne aveva scritto Frédéric Gros, il quale, citando Primo Levi, parlava di quella «vergogna del mondo» che accade «quando ci si vergogna per l’altro, che si tratti di un umiliato – in questo caso è in lui che sentiamo la terribile sofferenza – oppure dell’umiliatore sfacciato che ci costringe a vergognarci in sua vece, poiché lui non prova nessuna vergogna». Di essa, diceva Gros, «non c’è modo di liberarsene, checché ne dicano i manager dell’anima: la si può soltanto trasformare, dandole la forma della rabbia». La vergogna è un sentimento rivoluzionario, era il titolo del libro di Gros.

Il testo di Silvia Lippi va nella stessa direzione, ma appunto tematizzando la questione dalla prospettiva psicoanalitica. Prospettiva da intendersi non solo in senso teorico, ma anche carnale, esistenziale, giacché parte dall’esperienza singolare dell’autrice: sia da quel suo provare vergogna che l’ha mossa a scrivere, sia dal ricordo di sua madre, alla quale il testo è dedicato, sopravvissuta alla strage di Marzabotto (e la vergogna allora è un ritornello che risuona: «se Marzabotto – e la vergogna di essere io oggi in vita, allora che tutti i miei famigliari sono morti – fosse la ragione inconscia che mi ha spinto a scrivere sulla Palestina?»).

La vergogna ci piomba addosso, ne siamo sommersi, e lo sappiamo bene tutti, noi che abbiamo riempito strade e piazze di fronte all’insostenibilità di ciò che accadeva (e continua ad accadere). E, obbligandoci a reagire, diventa motore di lotta e resistenza.

«Non potevo più di­stogliere lo sguardo altrove – scrive Lippi – tutto ciò che vedevo non fa­ceva che intensificare la mia vergogna. […]. La vergogna attraversava il mio corpo e perforava tutto il mio essere». E per designare questo essere attraversati esistenzialmente dalla vergogna Lippi richiama il temine lacaniano di ontalogia, dove convergono l’onta, ovvero la vergogna, e l’essere. La consistenza dell’essere e della vergogna significa che noi siamo sempre responsabili di ciò che facciamo della nostra vita. Responsabili, e non colpevoli, è importante tener distinte le cose.

Lippi ricorda che per la psicoanalisi il senso di colpa è «una difesa che, attraverso il rimu­ginio infinito, perpetra il godimento della propria colpa non pagata, nei riguardi di sé o delle altre persone»: paradossalmente, il senso di colpa, lungi dal costringere a guardare in faccia ciò che è stato oggetto di rimozione, aumenta il senso di potenza del soggetto. Può accadere, infatti, che il senso di colpa si trasformi in un meccanismo proiettivo: il soggetto, insomma, rende l’altro responsabile di ciò che gli sta accadendo. Perciò, scrive Lippi, il colpevole – la cui rimozione del trauma si è rafforzata – non prova vergogna. Egli diventa, ai suoi propri occhi, innocente.

La colpa può rovesciarsi sull’altro con cui sono in relazione, oppure – ed è il caso della Palestina – su un terzo elemento: «i governi dei paesi europei “proteggono” Israele dai/dalle Palestinesi perché oggi sono loro a essere colpevoli. Lo ascoltiamo continuamente attraverso i media: i/le Palestinesi sono responsabili dell’antisemitismo, della violenza, del terrorismo, delle guerre di religione, delle guerre di territorio ecc.». I Palestinesi, insomma, pagano il fatto che il popolo ebraico ci ha messo in una posizione scomoda (ci ha reso colpevoli della Shoah!).

Ma, per quanto rimosso, il reale traumatico ritorna: e torna in quanto vergogna. Non per tutti, certo: ci sono, come diceva Lacan, le “persone oneste” che non si vergognano (vengono in mente i salauds di Sartre), le persone “onorevoli” che hanno un Io e un’immagine da difendere e sono salde nella loro rimozione. E poi ci sono le persone che possono arrivare a morire di vergogna, quelle che non stanno in silenzio come le persone oneste e che guardano dove non si deve guardare. “L’uomo-onesto-che-tiene-al-suo-onore” non vuole specchi – come fosse il Buster Keaton del Film di Beckett, si direbbe -, per non vedere riflessa la sua vergogna – il suo essere-vergognoso. Ma è la vergogna che «rende a una vita tutto il suo senso». L’uomo onesto, invece, vive una vita che «non merita che se ne muoia».

A questo punto, mi viene inevitabile tener traccia del libro in quanto lettore – la cui esperienza si intrama con quella dell’autrice, che a sua volta si intrama con quella della madre e con quella di tutti noi.

Quella vergogna che costringe a mettere in gioco l’onore ha trovato per me il suo picco d’intensità quando nell’ottobre scorso ho seguito le mie studentesse e i miei studenti in una manifestazione da loro indetta e insieme abbiamo occupato i binari del treno, e insieme siamo stati denunciati per aver violato il decreto sicurezza. Lo abbiamo fatto in nome della vergogna comune, quella vergogna etica in cui lo sguardo dell’altro fa da specchio della tua e della sua propria vergogna che risuonano all’infinito.

«La vergogna, pensata come ontalogia, rivela la re­sponsabilità di ogni individuo nei confronti dei crimi­ni dell’umanità della nostra storia, passata e presente». Qual è una posizione ontalogica, sul piano politico? Porci una domanda, dice Lippi: «con quale diritto noi, che non siamo coinvolti in questa situazione, possiamo giudicare il modo in cui si comportano le persone che la la stanno vivendo? Come possiamo giudicare se non abbiamo fatto nulla per impe­dire che delle persone oppresse da altre commettano tali atrocità per difendere i propri diritti, le proprie terre, le proprie vite? Dal presunto dovere di giudicare, eccomi ricondotta al fatto della vergogna. E lo ripeto: non perché non condanni questi atti, ma al contrario perché mi fan­no orrore. È proprio perché mi fanno orrore che provo vergogna – provo vergogna per il fatto che ci si riferisca a questi atti solo per chiedermi di condannarli, come se potessi liberarmi dell’interpellazione profonda che essi mi rivolgono e come se contasse solo il mio essere rassi­curata sulla mia incolumità morale».

La persona che muore di vergogna non si libera con un’alzata di spalle di queste questioni, come fanno gli uomini tutti d’un pezzo. Gli stessi che escludono a priori che a Gaza si sia perpetrato un genocidio e lo negano – in proposito, Lippi sviluppa un’articolata riflessione sul concetto freudiano di negazione, che Lacan rinominò denegazione, per sottolineare il doppio movimento di negazione e affermazione: nella negazione si afferma (ovvero si pensa inconsciamente) ciò che si nega. Lippi ci guida in una costellazione di lutto, melanconia, colpa, per provare a tracciare  i contorni di quella che definisce «attitudine maniacale dello Stato di Israele», e della sua spinta all’autodistruzione.

La via d’uscita da questa tremenda impasse è indicata, per Lippi, da uno splendido poema del poeta palestinese Refaat Alareer: Io sono te.

«Due passi: uno, due. / Guardati allo specchio: / l’orrore, l’orrore!»: così inizia il poema. «L’Altro non è una monade», scrive Lippi chiosando il poema, «ma la continuazione del nostro essere in questo specchio vergognoso, poiché sia­mo responsabili di ciò che vediamo e ciò che vediamo sicuramente non ci piace. Perché l’Israeliano non vuole guardarsi allo specchio? Cosa non vuole vedere? Non vuole vedere che è un car­nefice o non vuole vedere che è una vittima? Se riesci a vedere l’Altro-te stesso, insieme al te stesso-Altro, c’è speranza. Attraverso questo specchio che non acceca i cuori, la coppia carnefice-vittima si disgrega: “Non ti odio / voglio aiutarti a smettere di odiarmi /e di uccidermi”, continua Refaat Alareer. Non esiste una “vittima assoluta”, cerca di dirci il poeta: lui è capace di vedere l’Altro come una vittima, anche se quell’Altro da vittima si è trasformato in carnefice».

Una vittima assoluta non vede l’Altro. «La melan­colia rinchiude il soggetto in una sfera autistica, maniacale, paranoica, sadica, dove non c’è più spazio per l’Altro». A salvarci, è la vergogna, la possibilità di guardarsi nello «specchio che non acceca i cuori».

«Attraverso la vergogna –conclude Lippi – il soggetto incontra sé stesso e soprattutto l’Altro. La colpa diventa inoperan­te, le morti del passato diventano le vite di oggi, e non si deve più morire. […]. Refaat Alareer ci fa capire che se l’Israeliano non riesce a riconoscersi nell’Altro palestinese, non potrà più riconoscere sé stesso. Senza questo riconoscimento ontalogico, la speranza svanisce e lascia il posto alla morte: “e tu / uccidendomi / uccidi te stesso”».

Immagine di copertina di daniele napolitano, valerio nicolosi

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