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MONDO
Le Russie alle urne
Il voto per la Duma di Stato restituisce l’immagine di un sistema politico più solido di quanto fosse cinque anni fa. Tuttavia, dietro il risultato di Russia Unita convivono società diverse: sostegno alla guerra e desiderio di negoziati, paura e adattamento, difficoltà economiche e domanda di stabilità. Capire la Russia del 2026 può voler dire partire da questa complessità
Questa non è una storia di numeri, ma con i numeri deve fare i conti.
Nel momento in cui scriviamo, secondo gli ultimi dati disponibili della Commissione elettorale centrale (CIK), il 58% è il risultato intorno al quale si è attestata Russia Unita nelle elezioni per la Duma di Stato, la camera bassa del parlamento russo. Lo scrutinio deve ancora essere formalizzato e la CIK ha annunciato che i risultati definitivi non saranno proclamati prima del 25 settembre. Il partito di governo, principale forza politica a sostegno di Vladimir Putin, cinque anni fa si era fermato al 49,82%.
È cresciuta anche l’affluenza. Secondo l’aggiornamento comunicato il 22 settembre dalla Commissione elettorale centrale, ha raggiunto il 59,68%, pari a oltre 67 milioni di elettori, contro il 51,72% del 2021.
Il Partito comunista della Federazione Russa (KPRF) è rimasto la seconda forza politica, ma è sceso dal 18,93% di cinque anni fa a poco meno del 14%. Sono cresciuti invece il Partito liberal-democratico di Russia (LDPR), passato dal 7,55 a circa il 9% e Gente Nuova, salita dal 5,32 a quasi l’8%. Russia Giusta, che nel 2021 aveva ottenuto il 7,46%, si è attestata invece poco sopra la soglia del 5%.
Ne esce una fotografia nella quale, almeno sul piano elettorale, non emergono fratture particolarmente profonde. Eppure si vota dopo oltre quattro anni di guerra e di sanzioni occidentali, mentre alcune conseguenze del conflitto sono diventate parte della vita quotidiana: gli attacchi con droni, le temporanee chiusure degli aeroporti, le difficoltà nelle comunicazioni e nella disponibilità di carburante. La guerra è entrata nella vita ordinaria senza necessariamente interromperla.
È da qui, però, che alzerei lo sguardo dai numeri.
Il risultato di Russia Unita non dovrebbe essere letto come un sondaggio sulla guerra e non significa che il 58% dei russi voglia continuare a combattere, così come i voti raccolti dagli altri partiti non dovrebbero essere sommati e trasformati, per sottrazione, in un fronte contrario al conflitto. Il Partito comunista, il Partito liberal-democratico e Russia Giusta, per esempio, non sono formazioni nazionali anti-guerra.
Una chiave di lettura la propone Denis Volkov, direttore del centro demoscopico indipendente Levada-Centr, istituto demoscopico indipendente russo. Secondo Volkov, per capire il risultato bisogna guardare all’andamento degli umori della società russa negli ultimi cinque anni. Tra il 2022 e il 2024, le rilevazioni dell’istituto hanno registrato un miglioramento quasi continuo del giudizio sulla situazione del Paese, delle condizioni economiche personali e delle aspettative per il futuro. Volkov lo collega al consolidamento di una parte significativa della società nel contesto del conflitto internazionale, a un prolungato miglioramento del tenore di vita e alla scelta delle autorità di non ricorrere a nuove ondate di mobilitazione, privilegiando il reclutamento volontario.
La tendenza ha cominciato a invertirsi dalla metà del 2025, con l’accumularsi delle difficoltà economiche. Nell’estate del 2026, l’estensione degli attacchi ucraini alle città russe e la conseguente crisi del carburante hanno contribuito, secondo Volkov, a un ulteriore peggioramento del clima sociale. Ad agosto le rilevazioni hanno però registrato un parziale recupero.
Il punto centrale della sua analisi è che questo deterioramento non aveva ancora cancellato il miglioramento registrato tra il 2021 e il 2024. Alla vigilia del voto, nel complesso, gli indicatori sul clima sociale rimanevano migliori rispetto alle precedenti elezioni della Duma. È anche alla luce di questa traiettoria che Volkov interpreta il risultato di Russia Unita, superiore a quello del 2021.
Le urne russe, dunque, non hanno apparecchiato un referendum fra guerra e pace. Sarebbe rassicurante poterle leggere in questo modo, con due campi, due idee del Paese e una linea precisa tracciata con la matita sulla scheda. Potremmo dire, però, che la società russa che arriva al voto è molto meno geometrica di quanto si creda e le elezioni misurano qualcosa di più sfuggente che riguarda il modo in cui un Paese che vive da anni dentro la guerra ha imparato a sistemarla nella propria quotidianità e, insieme, a disporsi politicamente intorno a essa. Fuggirei, dunque, un discorso su consenso o dissenso; proverei piuttosto a ragionare su altri stati dell’esperienza umana, come l’assuefazione, il timore, l’interesse materiale, il patriottismo, la stanchezza, il desiderio di stabilità. Un insieme di sentimenti che possono contraddirsi sulla carta e convivere, invece, nello stesso gruppo, nella stessa famiglia, persino nella stessa persona.
“Quasi” tutto continua
«Non si ha l’impressione di vivere in una città mobilitata nel senso classico», annotavo a Mosca, nell’agosto 2026. «Quasi tutto continua».
Quel quasi è diventato nel frattempo una categoria politica, perché non significa che nulla sia cambiato.
Mi torna alla mente, per un’associazione forse arbitraria, un episodio molto più lontano della storia di Mosca. Nell’ottobre del 1941, mentre l’offensiva tedesca si avvicinava alla capitale, la vita della città conservò fino all’ultimo una parte sorprendente delle proprie forme ordinarie. I teatri continuavano a lavorare, mentre il fronte si avvicinava e i bombardamenti erano ormai parte dell’esperienza urbana. Poi arrivò il 16 ottobre: il panico attraversò Mosca, migliaia di persone cercarono di lasciare la città, gli spettacoli furono sospesi e, per l’unica volta nella sua storia, la metropolitana non aprì al mattino. La cesura durò pochissimo. Il giorno seguente i treni tornarono a circolare; il 19 ottobre, al Teatro musicale Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko la sala era di nuovo piena.
Settantacinque anni, due guerre e circostanze differenti separano quei giorni dal presente. Rimane però un punto di contatto meno storico che umano, nel rapporto fra pericolo e quotidianità. La continuità della vita ordinaria può sopravvivere a condizioni che, osservate dall’esterno, sembrerebbero doverla spezzare; può interrompersi bruscamente e ricomporsi altrettanto in fretta. Non si può ascrivere all’indifferenza o al consenso, ma è anche una delle forme attraverso cui una società assorbe ciò che non può pienamente controllare.
Nell’agosto 2026 il Levada-Centr, rilevava ancora un alto livello dichiarato di sostegno alle azioni delle forze armate russe. Nello stesso momento, sei intervistati su dieci dicevano di preferire il passaggio ai negoziati di pace, mentre circa un terzo era favorevole alla prosecuzione delle operazioni militari. Il 55% riteneva inoltre che la guerra sarebbe durata ancora più di un anno.
Se li si osserva attraverso categorie rigidamente binarie, questi numeri sembrano respingersi a vicenda. Da una parte il sostegno all’esercito, dall’altra il desiderio di negoziare; da una parte l’adesione alla posizione del proprio Paese, dall’altra la stanchezza per una guerra che si prolunga.
Tuttavia, la contraddizione è forse soltanto apparente. Si può ritenere legittima la posizione del proprio Paese e insieme essere esausti delle conseguenze del conflitto, così come si può temere una sconfitta più di quanto si desideri una nuova offensiva. Si può, inoltre, volere la pace senza attribuire al proprio governo la responsabilità di non averla ancora raggiunta.
Una lettura per alcuni aspetti simile arriva anche dal VCIOM, il centro demoscopico statale russo. Il suo direttore generale, Valerij Fëdorov, riconosce un aumento dell’ansia legato, tra le altre cose, agli attacchi sul territorio russo e alla crisi del carburante, ma parla allo stesso tempo di un processo di adattamento. Secondo Fëdorov, la maggioranza della popolazione cerca di conservare, per quanto possibile, la propria vita civile precedente alla guerra, desidera che il conflitto finisca, ma con un esito considerato favorevole alla Russia.
Tutti questi aspetti somigliano più a delle pieghe che una domanda secca stira inevitabilmente fino a farle scomparire.
Uno dei dati più rivelatori del Levada-Centr riguarda quanto, concretamente e profondamente, la guerra sia penetrata nella vita ordinaria.
Il 61% degli intervistati dichiarava che la cosiddetta SVO, l’“operazione militare speciale”, aveva avuto, in un modo o nell’altro, un impatto sulla loro vita; per il 19% l’impatto era stato molto forte. Dietro quelle percentuali si celano cose ancora meno astratte, come l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, la morte di parenti o conoscenti, un familiare al fronte o in esilio, il peso psicologico; e il segno della guerra appariva più profondo proprio dove la vita disponeva di meno ripari, tra le persone economicamente e socialmente più fragili.
Partecipazione e competizione
C’è poi un altro dato. L’affluenza ufficiale è cresciuta, ma questo non significa necessariamente che sia cresciuto anche l’interesse per la competizione fra programmi politici.
Alla vigilia del voto, un sondaggio di VCIOM mostrava che soltanto il 30% degli intervistati aveva letto i programmi elettorali dei partiti; tra quanti dichiaravano che avrebbero certamente o probabilmente votato, la quota saliva al 35%. Molto più definita appariva invece la percezione dell’esito: il 76% indicava Russia Unita come il partito con maggiori possibilità di vittoria, percentuale che raggiungeva l’80% tra gli elettori intenzionati a partecipare.
Anche gli orientamenti attribuiti al Cremlino erano stati più bassi del risultato poi ottenuto. A febbraio, fonti citate da RBC, uno dei principali media economico-politici russi, riferivano che l’Amministrazione presidenziale si orientava verso un’affluenza del 50% e un risultato del 55% per Russia Unita. Quegli obiettivi, mai annunciati pubblicamente dalla presidenza, cambiarono nel corso della campagna: a settembre altre fonti vicine all’Amministrazione indicavano ormai come riferimento per il partito un risultato vicino al 49,82% ottenuto nel 2021.
Il voto ha superato entrambe le soglie.
A ingrandire ulteriormente la vittoria parlamentare interviene il sistema elettorale. La Duma di Stato conta 450 deputati: metà viene eletta attraverso le liste di partito, con un sistema proporzionale; l’altra metà in 225 collegi uninominali, nei quali viene eletto il candidato che ottiene più voti. Soprattutto questa seconda metà fa la differenza. Secondo i calcoli preliminari pubblicati da Vedomosti, Russia Unita avrebbe ottenuto 139 seggi attraverso il voto di lista e avrebbe vinto in 209 dei 225 collegi uninominali. In totale, dunque, 348 deputati su 450, contro i 324 del 2021.
In altre parole, circa il 58% ottenuto da Russia Unita nel voto di lista si traduce, grazie anche alle vittorie nei collegi uninominali, in circa il 77% dei seggi della Duma.
Da qui il plurale è necessario.
Le Russie
Nell’oblast’ di Novosibirsk, per esempio, Russia Unita si è fermata al 42,91% nel voto di lista, circa quindici punti sotto la media nazionale. Il Partito comunista ha raggiunto il 19,51%, Gente nuova l’11,97% e il Partito liberal-democratico il 10,42%. Anche l’affluenza, al 43,17%, è rimasta nettamente inferiore a quella nazionale.
Il divario è ancora più evidente altrove. Nell’oblast’ di Orël, Russia Unita ha raccolto il 42,72%, mentre il Partito comunista ha raggiunto il 25,5%: quasi dodici punti sopra il risultato nazionale del KPRF. In Chakasija, repubblica della Siberia meridionale dove la presenza comunista ha una storia politica più radicata, Russia Unita ha ottenuto il 40,24% e il Partito comunista il 26,32%. Anche qui l’affluenza è stata relativamente bassa, il 42,85%. Numeri molto diversi dal circa 58% di Russia Unita e dal 13,7% del KPRF registrati a livello nazionale.
All’altro estremo della geografia elettorale ci sono territori nei quali i risultati ufficiali sono radicalmente diversi. In Cecenia, per esempio, l’affluenza nel voto di lista per la Duma ha raggiunto il 95,11% e Russia Unita il 92,99%.
Ciò non significa dividere meccanicamente il Paese in regioni “putiniane” e regioni “anti-Putin”, quanto, più semplicemente, osservare quanto il dato nazionale possa nascondere comportamenti elettorali territorialmente diversi.
La Russia elettorale è un arcipelago molto più complicato della percentuale nazionale.
C’è la Russia delle metropoli e quella industriale degli Urali e della Siberia. Quella delle repubbliche nazionali e delle regioni di confine, dove la guerra può essere un’esperienza fisica più immediata.
Poi c’è la Russia digitale.
Più di 3,6 milioni di elettori hanno votato attraverso la piattaforma federale per il voto elettronico a distanza. Tra quanti si erano registrati per utilizzarla, l’affluenza ha raggiunto il 90,87%. Anche qui la distribuzione del voto è stata diversa da quella nazionale: Russia Unita ha ottenuto il 49,14%, mentre Gente nuova ha raggiunto il 15,41%, quasi il doppio del suo risultato nazionale del 7,91%. Il KPRF si è fermato al 12,23% e il Partito liberal-democratico ha raggiunto il 10,79%.
Non sono necessariamente Russie politicamente separate, ma non sono nemmeno la stessa Russia.
Dentro e fuori dalle urne
Anche il voto alle altre forze politiche invita a evitare equivalenze troppo semplici. Gente Nuova, nato nel 2020, è una formazione di centrodestra, liberale soprattutto sul terreno economico, che mette al centro libertà d’impresa, innovazione tecnologica, riduzione della burocrazia e una minore presenza dello Stato nella regolazione della vita economica e digitale. Il suo elettorato è relativamente giovane e interessato a un certo rinnovamento del corso politico e delle figure al potere.
Poi c’è il caso di Jabloko. Il partito si era presentato con un programma esplicitamente favorevole a un cessate il fuoco, alla diplomazia e alla pace, ma la sua lista federale è stata esclusa dalle elezioni. Il 10 agosto la Corte suprema ne ha annullato la registrazione accogliendo un ricorso di Rodina, partito russo di orientamento nazional-patriottico; la decisione è stata poi confermata in appello.
Il caso aiuta a capire un limite di queste elezioni. I suoi potenziali elettori si distinguevano per un sostegno quasi unanime a una rapida conclusione della SVO e per un basso sostegno alla politica delle autorità sull’Ucraina. Tuttavia, il dato forse più importante viene dagli altri elettorati. Anche tra chi sosteneva i partiti entrati nella Duma prevaleva, tra gli intervistati, la preferenza per i negoziati e, contemporaneamente, rimaneva alto il sostegno alle azioni russe in Ucraina.
Resta infine la questione delle condizioni del voto. La presidente della Commissione elettorale centrale, Ella Pamfilova, ha dichiarato di non vedere motivi per annullare i risultati in alcun seggio. La CIK ha riconosciuto due casi di inserimento illecito di schede, in Crimea e nella Repubblica dei Mari El, nella regione del Volga. Separatamente, ha dichiarato non valide 36.850 schede in venti seggi di dodici regioni, per irregolarità di diversa natura.
Un quadro diverso emerge dal monitoraggio di OVD-Info e del progetto “Elezioni-2026”, che hanno raccolto complessivamente 590 segnalazioni relative a episodi di pressione, 409 delle quali nei tre giorni di voto.
Il tempo della guerra
Nel corso del 2026 anche il rapporto con gli Stati Uniti è tornato a occupare uno spazio importante nel dibattito russo. Le aspettative suscitate dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca si sono confrontate con la permanenza delle sanzioni e con l’introduzione di nuove misure restrittive, rafforzando l’idea di un rapporto con Washington destinato a incidere ancora a lungo sulle scelte economiche e strategiche del Paese.
Su questa dimensione temporale insiste Dmitrij Trenin, analista russo di politica internazionale, per molti anni direttore del Carnegie Moscow Center e oggi professore alla Higher School of Economics di Mosca. Nella sua lettura, le sanzioni americane vanno ormai considerate una condizione di lungo periodo, rispetto alla quale la Russia sta ridefinendo la propria strategia economica e le relazioni con il resto del mondo.
Qui il voto del 2026 incontra una questione di durata. La stabilità elettorale può convivere con una trasformazione profonda delle aspettative. Cambiano i tempi entro i quali si immagina la fine del conflitto, il rapporto con l’Occidente, il futuro economico e quello personale.
Le urne registrano una parte di questa trasformazione, mostrando una società che vota mentre adattamenti nati durante la guerra entrano progressivamente nelle abitudini, nelle aspettative e nelle scelte. La questione riguarda allora la durata di questo equilibrio e ciò che accadrà quando cambieranno le condizioni che lo hanno prodotto, quali adattamenti resteranno e quali perderanno la propria funzione. Il passaggio successivo sarà misurare la distanza tra la fine della guerra e la fine degli adattamenti che ha prodotto.
Immagine diccopertina da Flickr
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