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Complicità con la materia: il realismo agenziale di Karen Barad
Materia e significato non sono mondi separati, così come conoscere non significa osservare la realtà dall’esterno. Con il suo «realismo agenziale», Karen Barad ripensa materia, soggettività e conoscenza per costruire un’etica incarnata e oltreumana
In L’immagine-movimento Deleuze afferma che «l’identità dell’immagine e del movimento deriva dall’identità della materia e della luce. L’immagine è movimento come la materia è luce». Questo movimento-immagine di materia-luce attraversa ogni piano, come è il caso dell’iridescenza delle piume dei pavoni, delle ali delle libellule e per i riflessi di una sottile pellicola d’olio su una superficie d’acqua.
Nella quotidianità di queste esperienze osserviamo ciò che la fisica chiama fenomeni di diffrazione o interferenza (distinti tra loro per tradizione lessicale e non per qualità ontologica) di perturbazioni che non possono essere localizzate in un punto preciso e che si propagano in un mezzo o come campi oscillanti. Ed è il pattern di diffrazione di più perturbazioni che compone Incontrare l’universo a metà strada, il ponderoso e fondamentale saggio di Karen Barad, fisica teorica, filosofa e transfermminista queer, finalmente proposto in italiano da Mimesis grazie alla traduzione di Floriana Ferro, che ne scrive anche la postfazione. Il titolo del volume è tratto dalla poesia Cascade Experiment di Alice Fulton, presentata nella sua interezza in appendice al volume, ma anche divisa in apertura del primo e dell’ultimo capitolo, perché «anche un taglio che separa le cose non produce separazione, ma promuove l’entanglement! […] Una poesia non sfiora le nostre vite qua e là, offrendoci singoli momenti di riflessione, quanto piuttosto entra sotto la nostra pelle e rielabora chi siamo» (p. 577).
Sin dalle prime righe dell’introduzione è esplicitato uno degli aspetti centrali del lavoro di Barad: «Materia e significato non sono elementi separati. Sono inestricabilmente fusi insieme, e nessun evento, per quanto ricco di energia, può separarli» (p. 29). Se la materializzazione è una questione inscindibile di materia e significato, tutte le cose parlano della necessità di un’etica della materializzazione, poiché «la materializzazione e le sue possibilità e impossibilità di giustizia sono parti integranti dell’universo nel suo divenire; un invito a vivere in modo giusto è scritto nella materia stessa dell’essere» (p. 21).
Barad afferma che il linguaggio ha ricevuto fin troppa importanza, soprattutto nel corso degli ultimi anni, quando anche la materialità è divenuta una questione linguistica o di un qualche tipo di rappresentazione, e i discorsi sulla concretezza della significazione o delle pratiche discorsive sembrano aver messo in secondo piano la materia della materia. Eppure la materia conta – Ferro sottolinea quanto nell’uso dell’inglese di Barad sia importante l’oscillazione di senso di matter, tra materializzare e contare – e conta non come essenza. Il pensiero di Barad prende infatti le distanze sia da forme di realismo che pongono la natura come data, trasparente e indipendente dalle pratiche di conoscenza sia da quelle forme di descrizione che ricadono nel rappresentazionalismo, per cui la conoscenza della natura della natura non è altro che una sua forma di rappresentazione.
Tanto il realismo classico quanto il rappresentazionalismo presuppongono una metafisica che dà per scontata – e ci fa dare per scontata – l’esistenza di entità individuali con proprietà non relazionali.
La fisica quantistica mostra però che «la realtà non implica necessariamente «cosalità» (p. 108), per cui ciò che è reale non è necessariamente un oggetto, un’essenza, un’identità di attributi intrinseci.
È questo il punto di partenza al contempo metodologico e ontologico di Barad, sulla scorta del lavoro di Niels Bohr – punto di partenza metodologico e ontologico perché Barad intende sviluppare un realismo agenziale come quadro epistemologico-ontologico-etico: “Un realismo dei fenomeni e delle pratiche materiali entangled di conoscenza e divenire. […] I fenomeni non sono né entità individuali né impressioni mentali, ma agency materiali entangled” (p. 108), un realismo grazie al quale «teorizzare e sperimentare non riguardano l’intervenire (dall’esterno) ma l’intra-agire dall’interno, come parte dei fenomeni prodotti» (p. 109).
In questo ambito, il confronto con Bohr è pertanto inevitabile, dal momento che per Barad è stato proprio lui che «ha sostenuto con brillantezza, passione e determinazione che la fisica quantistica non solo ha rivoluzionato la fisica, ma ha scosso le fondamenta stesse dell’epistemologia occidentale» (p. 173).
Grazie a ciò che Bohr propone nella sua filosofia-fisica è possibile porre a critica radicale non solo la fisica classica ma anche il paradigma moderno-cartesiano che ha impregnato il sapere occidentale, in cui impera la triangolazione trinitaria (ed edipica) di soggetto, oggetto e rappresentazione. E, parimenti, qualsivoglia struttura binaria di pensiero e di potere.
Perché – si domanda allora Barad – la materia «viene ancora pensata come passiva e immutabile o, nel migliore dei casi, come dotata solo in modo derivato di un potenziale di cambiamento, sempre in virtù del linguaggio e della cultura?» (p. 232). Ed è rispondendo a questa domanda che Barad delinea la sua proposta onto-etico-epistemologica:
I fenomeni sono costitutivi della realtà. La realtà è composta non da cose-in-sé o cose-dietro-i-fenomeni, ma da cose-nei-fenomeni. Il mondo è un processo dinamico di intra-attività e materializzazione nell’attuazione di determinate strutture causali con determinati confini, proprietà, significati e schemi di segni sui corpi. Questo flusso continuo di agency, attraverso il quale una parte del mondo si rende differenzialmente intelligibile a un’altra parte del mondo e attraverso il quale le strutture causali sono stabilizzate e destabilizzate, non avviene nello spazio e nel tempo, ma nella creazione stessa dello spaziotempo. È attraverso specifiche intra-azioni agenziali che un senso differenziale dell’essere viene attuato nel continuo flusso e riflusso dell’agency. Quindi, è attraverso specifiche intra-azioni che i fenomeni cominciano a “contare” [matter], secondo entrambe le accezioni della parola (p. 245).
Conoscere non riguarda l’intervenire sul mondo, da un presupposto esterno verso un presupposto interno; la stessa sperimentazione scientifica che ha portato alla teoria dei quanti non è tanto intervento quanto piuttosto intra-azione, poiché chi agisce non è in posizione di esteriorità rispetto ad alcuna oggettività; il suo agire si intreccia invece all’agire di ciò che si costituisce come mondo. La meccanica quantistica ci permette di pensare che il mondo è un processo aperto di materializzazione, qualcosa che si (per)forma nell’attuazione di diverse possibilità agenziali, di relazioni di intra-azioni reciprocamente intrecciantesi.
Il dinamismo della materializzazione è propriamente l’agency, che non è una proprietà di un ente individuale, ma evento performativo in cui l’agency «è costituita dalle continue rielaborazioni del mondo. L’universo è intra-attività agenziale nel suo divenire» (p. 246).
La traduzione di Incontrare l’universo a metà strada in italiano, a quasi vent’anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, ci consegna un’ ulteriore versione del neo-materialismo contemporaneo, offrendo nuova linfa al lavoro di ri(con)figurazione necessario, oggi più che mai, per contrastare le sempre più violente derive neoliberali e reazionarie. «Il realismo agenziale tiene conto del fatto che le forze in gioco nella materializzazione dei corpi non sono soltanto sociali e che i corpi prodotti non sono tutti umani» (pp. 379-380).
L’esperienza della diffrazione, con cui abbiamo aperto, è una delle esperienze che permettono la composizione e l’attraversamento di Incontrare l’universo a metà strada. Non solo come fenomeno fisico, al centro delle sperimentazioni che hanno innovato lo studio della natura della materia e della luce con la proposta della meccanica quantistica, ma anche come metafora della conoscenza. Barad cita Donna Haraway e le sue osservazioni sulla diffrazione come metodo, per cui «gli schemi di diffrazione registrano la storia dell’interazione, dell’interferenza, del rafforzamento, della differenza. La diffrazione riguarda la storia eterogenea, non gli originali. […] La diffrazione è una tecnologia narrativa, grafica, psicologica, spirituale e politica per la creazione di significati che contano» (p. 135). «L’interferenza nella perturbazione non è l’ostacolo da rimuovere ma ciò che permette di conoscere, ciò che permette di costituire relazioni che contano con ciò che le azioni includono/escludono; una teoria performativa che agisce per diffrazione non concepisce la differenza come immutabile, bensì evidenzia «la natura relazionale della differenza» (p. 136), l’entanglement in cui si produce, l’entanglement che produce.
La diffrazione è una metafora visiva della conoscenza grazie alla quale è possibile superare l’altra grande metafora ottica della conoscenza, ossia la riflessione. La diffrazione è il contrappunto della riflessione, è l’altro movimento in cui l’attenzione non è posta allo speculare e quindi all’identico, ma agli schemi di differenza, alla variazione. La riflessione funziona per rappresentazione, in modo asimmetrico, modellizzandosi a partire da uno standard primigenio e originario, mentre la diffrazione permette di non fissare il soggetto e l’oggetto. Operando/pensando diffrattivamente è possibile conoscere tanto lo strumento del conoscere quanto il suo s/oggetto.
Il conoscere la natura della natura partecipa alla materializzazione del mondo, per questo Barad anticipa sin dall’inizio che la prospettiva del realismo agenziale è una prospettiva ontologica tanto quanto etica ed epistemologica. Negli ultimi paragrafi scrive che “conoscere è un impegno specifico del mondo, in cui una parte del mondo diventa differenzialmente intelligibile a un’altra parte del mondo nella sua rendicontabilità differenziale verso e per ciò di cui fa parte» (p. 620), senza con questo necessitare di eccezionalismo umano nell’essere agente intellettivo. Conoscere non è di pertinenza esclusivamente umana, «l’intelligibilità è una performance ontologica del mondo nella sua articolazione continua» (p. 620). «Conoscere è una questione di responsività differenziale (performativamente articolata e rendicontabile) a ciò che conta» (p. 620) da parte di tutto ciò che conta e che a quello è entangled.
Barad scrive in direzione di un’etica incarnata oltreumana. Se «la materia è un’espressione/articolazione dinamica del mondo nel suo divenire intra-attivo», allora «il differenziare non consiste nel rendere altro o nel separare, ma, al contrario, nel creare connessioni e coinvolgimenti» (p. 641). Chiedersi se e come sia possibile turbare l’universo ci pone in una posizione di esteriorità che ci fa ripiombare nella metafisica dell’entità individuale, mentre il realismo agenziale “ci” fa comprendere che «ciò che sta dall’altro lato del taglio agenziale non è separato da noi: la separabilità agenziale non è individuazione» (p. 641).
Attraverso la ri(con)figurazione dell’ontologia e dell’epistemologia, Barad conclude che «l’etica non riguarda la risposta giusta a un altro radicalmente esterno/esteriorizzato, ma la responsabilità e la rendicontabilità per le relazionalità vive del divenire di cui siamo parte» (p. 641).
Alla richiesta di giustizia intrinseca dell’esperienza del mondo con cui aveva aperto, Barad risponde che «un delicato tessuto di eticità percorre il midollo dell’essere» (p. 646). Dal momento che nemmeno un istante esiste di per sé nella dinamica di materializzazione del mondo, non è possibile sfuggire alla responsabilità, da intendere come possibilità di molteplici fenomeni in-divenire che in qualsiasi momento si ri(con)figurano:
Incontrare ogni momento, essere vivi verso le possibilità del divenire, è una chiamata etica, un invito inscritto nella stessa materia di ogni essere e divenire. Abbiamo bisogno di incontrare l’universo a metà strada, di assumerci la responsabilità del ruolo che svolgiamo nel divenire differenziale del mondo (p. 646).
Puoi essere il timid*, lucertola o elettrone, la materializzazione dei fenomeni entangled ti chiede di tener conto e di essere reattiv* alle possibilità che potrebbero aiutarci a fiorire, sapendo che «tutta la vita è incontro. E ogni incontro conta» (p. 578).
la copertina è un frame da Stalker (1979), regia di Andrej Tarkovskij

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