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OPINIONI

Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo

Una testimonianza da via Tolemaide a Genova, punto di arrivo di un percorso di lotta, da Seattle a Praga, Napoli… oggi, mentre si muore di caldo, il mostro politico occidentale produce oppressioni e genocidi, in continuità con chi nel 2001 si asserragliava nella zona rossa

L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda.

Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est messicano.

Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Bologna, l’Ocse a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est.

Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione.

Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo fatto di tanti mondi.

Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione. 

Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima. 

Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio.

All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso.

Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno sguardo meticcio, senza facili ormeggi.

Quella stagione di lotte e speranze finisce li.
Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”.


Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti.

Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno.

In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe.

Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione.

L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare.

la copertina è tratta da Wikicommons

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