approfondimenti
OPINIONI
Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova
A 25 anni dal G8 di Genova possiamo riconoscere che i mesi precedenti di preparazione a quelle giornate furono un laboratorio di immaginazione politica. Per un momento, si rese visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Il laboratorio politico che rese possibile Genova continua ancora oggi a parlarci
A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci.
Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità.
Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario.
Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile.
Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale.
In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione.
A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica.
Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi.
Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze.
Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune.
Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva.
Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento.
Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa.
Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono.
Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica.
Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a un’unica identità.
Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politca collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale.
la copertina è tratta da anordestdiche.com
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