ROMA

Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean

L’accoglimento del ricorso contro il porto crocieristico di Fiumicino è una vittoria importante. Il TAR del Lazio ha annullato il decreto con cui Ministero dell’Ambiente e Ministero della Cultura avevano dato il via libera al progetto. Il giudice si è fermato ai vizi procedurali, senza entrare nel merito di dragaggi, impatto sulla natura e qualità dell’aria

La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua.

Non solo sentenza: a vincere è la mobilitazione

Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto.

Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste del Mediterraneo, incluso le nostre.

Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste.

Cosa dice la sentenza?

La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività.

Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda.

E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale.

Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori.

Lo chiamano sviluppo ma è turismo estrattivo

Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa.

Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei territori.

Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto.

Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale.

L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga.

La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere.

L’immagine di copertina è di Noah Bettio

Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580