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EUROPA

Atene, la comunità di Prosfygika contro sgombero e privatizzazione

Con il pretesto della “riqualificazione” e dell’housing sociale, il comune di Atene intende gentrificare Prosfygika, un quartiere in stile Bauhaus costruito negli anni ’30 per ospitare i profughi greci dell’Asia minore e oggi occupato dai nuovi profughi curdi, ma soprattutto stroncare una”pericolosa” esperienza di autogestione comunitaria dal basso

Ad Atene, lungo viale Alexandras, otto blocchi di case popolari costruiti negli anni Trenta per accogliere migranti dall’Asia Minore sono tornati a essere il centro di una battaglia politica sul diritto alla casa, sull’uso dello spazio urbano e sull’autorganizzazione. Il complesso di Prosfygika ospita oggi una comunità occupata e autogestita di circa quattrocento persone: rifugiate, migranti, famiglie, persone anziane, malate o escluse dal mercato abitativo. Negli ultimi mesi, la minaccia di sgombero ne ha fatto un caso internazionale. La mobilitazione della comunità, sostenuta dalla campagna #SaveProsfygika, si è intensificata con lo sciopero della fame di Aristotelis Hantzis, iniziato il 5 febbraio di quest’anno e culminato, dopo mesi di protesta, nel suo ricovero in condizioni critiche; pochi giorni dopo, lui e Suzon Doppagne hanno sospeso lo sciopero, mentre cresceva la pressione per aprire un dialogo con le istituzioni.

Questo articolo raccoglie le voci di chi vive questa lotta: Christos, della comunità degli occupanti di Prosfygika, e Johanna, del Borderless Collective di Berlino. Attraverso le loro parole, Prosfygika emerge come un esperimento concreto di convivenza, cura e resistenza, dentro una città attraversata da sfratti, gentrificazione e dispositivi di controllo.

Autogoverno, cura e conflitto

«La vita della comunità di Prosfygika si regge su infrastrutture e strutture precise», spiega Christos. «Funziona a partire dalla risoluzione dei bisogni comuni in modo condiviso e organizzato. L’esperienza dell’abitativo si è condensata in un documento scritto, che raccoglie il modo che abbiamo elaborato per risolvere i conflitti e per mantenere la comunità in una condizione di armonia». Un quadro che definisce il nucleo politico, i valori e i principi su cui si regge la vita comune.

«L’organizzazione funziona in modo orizzontale: le decisioni vengono prese in assemblea da tutta la comunità e la loro attuazione è affidata ad alcune persone, che non hanno potere decisionale ma ne assumono la responsabilità». È una logica che attraversa ogni livello della vita comunitaria. «Cerchiamo di prendere decisioni all’unanimità. Se emergono disaccordi, proviamo a discuterli, ad assumerci la responsabilità del dissenso in modo critico e autocritico».

Prosegue Johanna: «Uno degli organi decisionali è l’assemblea delle donne. Nata nel 2019, aveva inizialmente l’obiettivo di riunire le donne e le soggettività femminili di Prosfygika, creando uno spazio di confronto sui problemi che affrontano quotidianamente, sia all’interno sia all’esterno della comunità abitativa. Nel corso degli anni» spiega «questa esperienza si è consolidata anche come struttura politica, rispondendo al bisogno di organizzarsi in maniera autonoma e di costruire uno spazio di autodeterminazione».

Christos aggiunge: «Le strutture hanno le proprie assemblee e i propri fondi. Decidono sulle questioni che le riguardano direttamente. Ciò avviene sempre all’interno del quadro generale in cui operiamo: orizzontalità, apertura e solidarietà. Ogni ambito di organizzazione si articola anche in gruppi di lavoro specifici. La partecipazione è il principio che tiene insieme questo sistema. Chiunque entri nella comunità prende parte a uno o più di questi spazi. È così che le decisioni vengono costruite dal basso: prima nei singoli ambiti, poi nella comunità nel suo insieme».

L’organizzazione si estende oltre la gestione del quotidiano. «Ogni due o tre anni convochiamo grandi assemblee di revisione a cui partecipano l’intera comunità e il quartiere», racconta Christos. «Rivediamo il periodo precedente e immaginiamo come vogliamo che si sviluppi quello successivo». È in questi momenti che prende forma il piano strategico della comunità.

Oggi a Prosfygika esistono ventidue strutture organizzative autonome e autogestite, pensate per rispondere ai bisogni della comunità e, in molti casi, anche del quartiere circostante. Tra quelle che sostengono la vita quotidiana ci sono il forno, lo spazio per l’infanzia, il presidio sanitario, l’organizzazione delle donne e la logistica alimentare per la distribuzione del cibo.

Il presidio sanitario occupa un ruolo centrale. «Organizza tutto ciò che riguarda la cura di chi soffre fisicamente o psicologicamente: appuntamenti, esami medici o qualsiasi altra necessità», spiega Christos. Tra i servizi messi a disposizione c’è anche una farmacia sociale, alimentata da donazioni individuali e di realtà sanitarie solidali, che distribuisce medicinali a chi non può permetterseli. Lo stesso presidio gestisce inoltre spazi di accoglienza per pazienti e accompagnatori dell’ospedale oncologico.

«Chi arriva in ospedale per ricevere cure mediche deve confrontarsi con un problema enorme», racconta. «Gli alloggi disponibili, pubblici o privati, sono spesso troppo costosi o insufficienti, e molte persone finiscono per dormire in macchina». Pochi giorni fa è stato aperto il secondo spazio di accoglienza. Un passaggio importante, sottolinea Christos, anche perché il piano regionale di riqualificazione di Prosfygika prevede proprio la costruzione di strutture simili. «In pratica», osserva, «si tratta di sgomberare la comunità, allontanare le persone che la abitano e costruire dall’alto qualcosa che, in forme diverse, la comunità ha già realizzato e continua a portare avanti».

Tra le esperienze storiche di Prosfygika, Johanna richiama il forno comunitario, «nato nel 2014, soprattutto per iniziativa di compagni turchi e curdi. Porta il nome di Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia turca mentre andava a comprare il pane. Oggi il forno produce quotidianamente pane e altri prodotti, distribuiti all’interno della comunità, nel quartiere ma anche venduti all’esterno, rifornendo con continuità negozi e ristoranti».

Un altro ambito fondamentale è quello dedicato all’infanzia, che, racconta Johanna, «si occupa della cura e dell’istruzione di cinquanta bambini». Le attività comprendono lezioni, un asilo autogestito e assemblee dei bambini e delle bambine, ma il suo intervento si estende ben oltre il piano educativo. «Molti di coloro che usufruiscono di questo spazio per l’infanzia sono figli di migranti e rifugiati. Questo significa che spesso non hanno accesso né all’assistenza sanitaria né al sistema scolastico. Per questo il progetto si fa carico anche del coordinamento di visite mediche, vaccinazioni e del rapporto con la rete delle scuole del quartiere, monitorando il percorso di ciascun bambino e affrontando eventuali criticità». Accanto alle lezioni di greco e inglese, si promuovono anche forme di educazione comunitaria e sostegno scolastico. «Tutte le strutture sono aperte», sottolinea Johanna. «Non rispondono solo ai bisogni di chi vive qui, ma anche a quelli di chi vive fuori. Per questo anche bambini esterni alla comunità prendono parte alle attività formative, in un processo che guarda già al futuro e opera in previsione della costruzione di una scuola autogestita per il quartiere».

Prosfygika e le reti dell’internazionalismo

«Qui vivono persone provenienti da ventisette paesi diversi, con lingue e retroterra culturali differenti. Una composizione eterogenea che comprende giovani e anziani, militanti anarchici e comunisti, ma anche persone arrivate per necessità legate all’abitare, alla cura e alla salute».

Questa pluralità produce inevitabilmente differenze ideologiche, ma rappresenta anche una ricchezza politica. «Il processo principale, quando si costruisce una comunità, è trovare un terreno comune». Da qui nasce una sintesi: «Si accolgono opinioni e percezioni diverse per costruire una proposta di vita alternativa, fuori dal capitalismo di Stato e dalla mentalità patriarcali».

Johanna sottolinea come la dimensione transnazionale abbia attraversato la comunità fin dalla sua nascita e continui a tradursi in forme concrete di organizzazione. All’interno di Prosfygika trovano spazio diverse organizzazioni, in particolare gruppi rivoluzionari provenienti dalla Turchia, dal Kurdistan e da altri paesi europei. Christos aggiunge che l’internazionalismo, il riconoscimento di una lotta comune che attraversa confini, territori e popoli diversi, è una dimensione imprescindibile di ogni progetto rivoluzionario. «Se il nostro obiettivo è cambiare il mondo in modo radicale, non possiamo fare altro che imparare dalle rivoluzioni del presente e mantenere vivo questo scambio politico».

Così, il rapporto con il Rojava ha rappresentato un passaggio decisivo. Nel Nord-Est della Siria, dove dal 2012 si è sviluppato un esperimento politico basato su autogoverno, organizzazione comunitaria e liberazione delle donne, Prosfygika ha trovato un riferimento importante. Dal 2016, racconta Christos, diverse delegazioni hanno raggiunto il Kurdistan siriano per partecipare alla difesa della rivoluzione e osservare da vicino le pratiche costruite in quel contesto.

Tra gli elementi che la comunità riconosce come più importanti nell’esperienza del Rojava, c’è il principio della giustizia comunitaria. «Il corpo collettivo è responsabile della risoluzione dei conflitti», spiega Christos, «ed è anche il soggetto che ricompone il tessuto comunitario». Aggiunge che l’influenza del movimento di liberazione curdo si esercita quotidianamente attraverso la presenza di compagni e compagne che vivono nella comunità e che fanno parte, o sono strettamente legati, a quel percorso politico. «Il movimento di liberazione curdo ci ha fornito molti strumenti analitici, soprattutto per leggere quella che definisce “la terza guerra mondiale”, un conflitto diffuso e a bassa intensità che attraversa da decenni il mondo, prendendo forma nelle guerre finanziarie, nelle guerre per procura e nel progressivo rafforzamento degli Stati contro quello che viene percepito come il nemico interno, vale a dire i movimenti sociali». Una dinamica che si riflette anche nel contesto europeo e dentro la stessa esperienza di Prosfygika, dove l’intensificarsi della crisi coincide con una crescita della repressione e della militarizzazione.

Difendere Prosfygika

Sul piano di riqualificazione che minaccia Prosfygika, Johanna è netta: «Tutto ciò è parte del più ampio processo di gentrificazione che da anni sta assediando Atene ed è inseparabile dall’intensificarsi della repressione, in Grecia come altrove».

A dicembre, racconta Johanna, la comunità ha scoperto l’esistenza di un accordo finora non reso pubblico tra la Regione Attica Attica, il governo centrale e il servizio pubblico greco per l’impiego DYPA — tra gli enti che amministrano parte del complesso di Prosfygika Alexandras. L’intesa prevede il restauro dei primi quattro blocchi del quartiere e la loro conversione in alloggi popolari, cioè abitazioni pubbliche a prezzi accessibili per persone in condizioni di fragilità economica. Per Johanna, però, il progetto è contraddittorio: «Non ha alcun senso, perché quello che stiamo facendo qui è già una forma molto più completa di housing sociale». Ricorda inoltre che in Grecia modelli strutturati di edilizia sociale sono praticamente scomparsi da oltre trent’anni. Per questo interpreta il piano come «un’altra narrazione» usata dalle autorità per giustificare lo sgombero.

Prosfygika, sottolinea, ha già affrontato progetti simili nel corso dei decenni, sia per il suo valore immobiliare nel centro di Atene, sia per la storia di resistenza che lo attraversa. Questa volta, però, la comunità si trova di fronte a un piano più avanzato, pensato per superare gli ostacoli legali che in passato avevano bloccato operazioni analoghe.

Christos accentua il carattere apertamente repressivo del progetto edilizio. «Al di là della dimensione materiale dell’investimento, il bersaglio principale dello Stato è cancellare il suo nemico politico». E quel nemico, aggiunge, è la comunità stessa: «perché propone un modo alternativo di vivere, orizzontale, senza Stato, fuori dalle logiche capitalistiche».

Aggiunge che gli sviluppi più recenti confermano questa lettura: l’assenza di fondi europei e il silenzio dei media greci indicherebbero una regia politica che arriva direttamente dai livelli più alti del governo.

Le conseguenze di un eventuale sgombero, avverte, sarebbero immediate e drammatiche. «Parliamo di quattrocento persone, cinquanta famiglie, circa cinquanta bambini. Nel migliore dei casi, i più “fortunati” finirebbero in carcere; gli altri verrebbero lasciati in strada o deportati. Le persone senza documenti, già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, perderebbero ogni accesso al welfare. Molti di loro», afferma, «finirebbero per morire di abbandono».

Nel pieno dell’emergenza, la mobilitazione di Prosfygika si muove su più fronti: ogni giorno la comunità distribuisce materiali e raccoglie firme nel quartiere e a Syntagma Square, davanti al Parlamento, mentre più volte a settimana organizza manifestazioni in diversi punti di Atene. Parallelamente, ha scelto di aprire ancora di più i propri spazi all’esterno, ospitando quasi quotidianamente eventi politici e culturali: un modo, spiega Johanna, per ampliare la mobilitazione e radicarlo nel tessuto sociale più ampio.

Per Christos, ogni crisi porta con sé anche una possibilità politica. «È un’opportunità per aprirci alla società, per permettere a più persone di avvicinarsi alla comunità e riconoscersi nella sua lotta. Perché i bisogni sociali restano gli stessi, indipendentemente dalle differenze di provenienza o condizione».

Negli ultimi mesi, però, la pressione esercitata dalla comunità e dalla rete di solidarietà ha iniziato a produrre alcuni effetti sul piano istituzionale. Insieme al Comitato Internazionalista, Prosfygika ha organizzato una delegazione a Bruxelles, che ha portato trentatré membri del Parlamento europeo a interrogare la Commissione sui finanziamenti previsti per il piano di riqualificazione.

Parallelamente, il Comune di Atene ha chiesto formalmente al governo e alla Regione Attica di aprire un confronto con la comunità sul futuro del complesso. «È la prima volta», sottolinea Christos, «che un’istituzione riconosce non singole persone che vivono a Prosfygika, ma la comunità nel suo insieme».

Per chi vive nell’occupazione, per attiviste e attivisti, questo rappresenta un passaggio significativo: il risultato di mesi di mobilitazione, dello sciopero della fame e di una pressione politica costruita dentro e fuori la Grecia.

Da circa un anno, racconta Johanna, Prosfygika ha strutturato una campagna internazionale, nata inizialmente per sostenere il restauro degli otto blocchi storici del complesso e oggi intrecciata direttamente alla difesa contro il piano di sgombero. Negli ultimi mesi, il sostegno arrivato dall’estero — tra presenze ad Atene, iniziative di solidarietà e raccolte fondi — è stato determinante. L’appello resta aperto, soprattutto in vista dell’estate, periodo in cui la pressione repressiva tende ad aumentare: servono presenza, competenze tecniche, supporto organizzativo e risorse economiche. Parallelamente, la richiesta è quella di rafforzare anche la pressione politica dall’esterno, attraverso iniziative pubbliche e mobilitazioni davanti alle sedi diplomatiche greche e alle rappresentanze europee. Il dialogo avviato con le istituzioni, precisa, non modifica però le richieste centrali: la cancellazione del piano di riqualificazione, la garanzia che gli abitanti possano restare e la possibilità di portare avanti autonomamente il restauro degli edifici.

Tutte le foto sono di Antonis

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