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OPINIONI

L’uomo nell’alto castello, prima puntata

La rissa Trump-Meloni prelude a un’operazione molto più incisiva del blocco MAGA contro l’Europa e l’Italia, E forse Vannacci vi avrà un ruolo. Per l’opposizione rinvio alla prossima puntata

Mentre un signore tutto vestito di bianco e con le Nike ai piedi cercava di inserirsi nelle contraddizioni di Silicon Valley e lanciava un messaggio contro le guerre di Trump e Netanyahu, quattro persone si attovagliavano in un ristorante romano e si selfavano per incoraggiare il popolo di sinistra, mentre una Premier in cravatta si rallegrava al G7 per la ritrovata consonanza con il sedicente Boss dell’Occidente, fresco di firma digitale sulla “resa incondizionata” dei sogghignanti negoziatori iraniani. Salvo ad “allibire”, la Premier, il giorno dopo per le ingiuriose battute di Trump sul suo strisciare.

Non c’è neppure l’urgenza di evocare un “retroscena” tanto la realtà si affianca in primo piano alle affabulazioni dei Master of the War e dei  complici abietti e pavidi obiettori.

Cominciamo dalla cornice internazionale.

La disfatta di Hormuz

La guerra d’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran è andata malissimo. Senza obiettivi realistici dichiarati, con la vaga promessa di un regime change che nessuno realmente voleva e che ha peggiorato la condizione delle donne e degli uomini oppressi dal regime teocratico neoliberale. Lo schema provvisorio di pace è una sconfitta diplomatica, dovuta in primo luogo al fallimento di un’operazione imposta con una buona dose di inganno da Netanyahu (cui la guerra permanente è necessaria, anche per la sua  sopravvivenza personale) a un Trump, che aveva tutto da rimetterci rispetto agli impegni elettorali verso la base MAGA e per la situazione economica interna.

In secondo luogo, la trattativa per venir fuori dalla palude è stata gestita malissimo nel confronto fra il dilettantismo diplomatico della seconda amministrazione Trump e l’abilità negoziale accumulata dai funzionari dell’impero persiano in 2500 anni di storia.

Fra l’altro, gli ayatollah hanno scoperto che il controllo di Hormuz è un’arma ben più letale dell’atomica e il suo blocco paralizza gran parte del traffico mondiale.  Non solo di petrolio e gas  ma anche di sostanze “insignificanti” come i fertilizzanti e il paracetamolo (ovvero la tachipirina).

Trump ha prima minacciato di riportare l’Iran all’età della pietra, poi ha fatto finta di aver vinto (mentre oltre tutto, ha perso gli alleati sul Golfo e ha visto l’Arabia saudita virare verso un’alleanza strategica con il Pakistan, mettendo insieme petrolio e armi atomiche). Ha quindi deciso , contraddittoriamente, di proclamare una vittoria totale, facendo ridere il mondo, e lamentandosi con gli alleati Nato di non averlo appoggiato abbastanza.

Insomma, è cominciata subito la ricerca dei capri espiatori, prima che in patria si scatenasse l’ira di repubblicani e democratici, sostenitori e avversari, tutti indispettiti dallo spreco di risorse e della perdita di autorevolezza imperiale del sistema Usa.

Del tutto ovvio che la prima conseguenza è stata uno spostamento del potere reale dal bollito e psicopatico tycoon al silenzioso Vance, avversario della guerra e ora diventato regista della caccia ai capri espiatori e alla riconversione della politica USA, la cui prima scadenza saranno le elezioni di mid-term.

Alla ricerca del capro espiatorio

Il primo e più corposo capro è Israele, responsabile di aver trascinato alla rovina gli Usa promettendo una facile vittoria sull’Iran con il taglio di un po’ di teste del vertice teocratico – un Maduro-bis, figuriamoci!

Per la prima volta l’amministrazione americana ha fatto la voce grossa con Israele, affidando il compito a Vance (non ricattabile per traffici finanziari e sessuali nella rete Epstein). JDV ha spiegato a Netanyahu che Israele è odiata e isolata in tutto il mondo (qualche merito ce l’abbiamo pure noi che abbiamo manifestato contro il genocidio!) e le è rimasto un solo amico: gli Usa. Quindi, stesse a cuccia e si conformasse agli ordini senza fare storie.

Intendiamoci: il legame storico organico fra sionismo e Usa, come aveva spiegato benissimo H. Arendt già nel 1946,  è indissolubile dal momento stesso in cui gli americani hanno sostituito gli inglesi nelka gestione coloniale del Medio Oriente (lo stesso termine, che stancamente si trascina, resta neocoloniale e già si comincia giustamente a rimpiazzarlo con quello geopoliticamente più adeguato di Asia occidentale).

Con il sionismo, dunque, non si può rompere, ma con il governo Netanyahu sì e lo si può fare dolcemente, tagliando i soldi e minacciando di ridurre il ricambio munizioni prima delle elezioni.

Il secondo capro espiatorio è l’Europa, rea di non aver approvato la guerra e di aver negato l’uso incondizionato delle basi militari per i bombardamenti. Non che sarebbe o serviti gran che, ma comunque è un’offesa al prestigio Usa e sul piano economico è meglio che l’Europa resti divisa e chieda l’elemosina. Per farlo meglio capire si è bastonato, nel modo più umiliante non il rappresentante di un paese con strategie alternative, ma la povera e fedele Italia, con la faccetta di Meloni che non aveva né approvato né condannato l’attacco all’Iran…

Dopo essersi presentato da bullo sulla scena del G7 (I am the Boss!) l’aranciocrinito Presidente ha incassato le congratulazioni e i propositi conciliatori di tutti i presenti, se ne è andato senza prendere impegni sull’Ucraina, ha spedito alla Nato il falco invero spennacchiato Hegseth a bastonare gli alleati insolventi e, tornato in patria, ha sferrato un triplice e borioso attacco frontale a una Meloni ”allibita” – accusandola di piaggeria per prendere voti e di tradimento nel sostegno militare (l’eterna Sigonella). Ben chiarendo che colpiva lei per ammonire tutti i leader del G7 e la Commissione europea. Ne è seguita una tempesta in un bicchier d’acqua paragonabile allo scandalo mondiale per le confidenze su Michel Murgia sul malfamato van dei finalisti del Premio Strega.

È come al poker: se non hai capito subito chi è il pollo nella partita, il pollo se tu

È una vecchia e fondamentale regola del gioco, che tante volte citava il nostro caro compagno Paolo Virno, grande filosofo e anche grande pokerista, una regola che precede e soprastà anche all’avere o non avere le carte. Nel poker puoi avere le carte e giocarle male, finendo per soccombere ai per definizione poco raccomandabili partner di gioco. E Calimero ha fatto, appunto il pollo, dopo essersi illusa che Trump fosse in buona e le restituisse il ruolo di pontiere fra Usa ed Europa, cui si era sobbarcata calpestando i propri pregiudizi sovranisti e dandosi all’adulazione più spensierata sulla pace ritrovata (con l’Iran e con l‘Europa).

Atteggiamento del resto comune a tutto il G7 – ma Trump voleva colpire la più zelante dei suoi fan, per dare un esempio di come si trattano i traditori. E questa soddisfazione ha voluto prendersela di persona, senza delegarla a Vance. Tuttavia questo era soltanto il primo passo. Ne seguiranno altri e stavolta la doccia fredda ha risvegliato il pollo e ne ha scatenato le più vive preoccupazioni. Già Vance nei mesi scorsi si era mosso per frantumare l’Europa, con il potente ausilio dell’amico Musk e del suo SpaceX. E lo aveva fatto in un modo molto preciso, Intervenendo nel corso di campagne elettorali per determinare i risultati più favorevoli al mondo MAGA, anche a rischio di turbare le relazioni governative di superficie fra alleati NATO.

Così Vance aveva  rumorosamente sostenuto la legittimità e la libertà di parola e d’azione dei peggiori razzisti inglese e naturalmente del partito di Farage, mentre Musk (che personalmente è un suprematismo eugenetico di stampo trans-umanista) lo fiancheggiava con un’offensiva mediatica delirante sui social. Analoga operazione era stata fatto in Germania a sostegno dell’AfD contro gli interessi dell’alleato cancelliere Merz, non disdegnando neppure di sostenere con accenti libertarian le più smaccate apologie del nazismo. Plateale era stato l’appoggio elettorale, peraltro fallito, offerto a Orbán nelle ultime elezioni ungheresi.

In Italia finora nessuna pressione. Perfetta intesa con la coalizione di destra e in primo luogo con Meloni.

Discorso a parte, beninteso, per il rapporto molto critico con il Vaticano, prima con Francesco e poi con il mezzo yankee Leone, secondo la doppia linea di attacco evangelica (Bannon e Trump) e cattolico-conservatrice (Vance), Bisogna dare atto all’uomo in bianco di essersene schernito con molta più eleganza e autorevolezza della nostra PdC. Costretta tuttavia a difendere il Pontefice scatenando i primi pruriti nel permaloso Trump.

Il cavallo si regge sule sue zampe, vediamo ora se corre

Il cavallo nostrano, manco a dirlo, è l’ex-generale Roberto Vannacci, Ed è quello che cambia lo scenario italiano anche per l’egemonia Usa.

Dopo aver sfondato la soglia psicologica del 5% nei sondaggi e aver raggranellato un discreto gruppetto parlamentare di scappati da casa dalla maggioranza, il Generale ha cominciato a crescere di circa 1% a settimana, scavalcando la Lega, in crisi per sue logiche interne oltre che per l’abbandono di Vannacci medesimo, senza dichiarare esplicitamente se nel 2027 correrà da solo o si collegherà alle altre forze di destra. Che, a loro volta, restano reticenti se accetterebbero o meno un’eventuale richiesta di collegamento.  Ciò che diventa determinante sia che si voti con la legge attuale sia che passi la nuova legge elettorale con forte premio di maggioranza.

Più si avvicinerà nelle intenzioni di voto al 10% più Vannacci sarà un’opzione plausibile, dopo la caduta di Starmer, per le manovre anti-europee di Vance e del MAGA internazionale: soldi, spazi sui social e accessi privilegiati all’IA più avanzata.

E i giochi in tal caso, si faranno caldi – sia per la maggioranza che per l’opposizione.

Il problema non sarà soltanto come configurare il campo largo contro la nuova legge-truffa e magari l’anticipo delle elezioni (anche se tutte queste cose sussistono) ma come contrastare una sostanziale ingerenza esterna nella piccola e protetta aiuola italiana. E anche per Meloni non serviranno più le mediocri astuzie, tipo rifugiarsi fra gli alpini o traccheggiare sul riarmo. Di qui al convegno Nato a luglio di Ankara ne vedremo delle belle…

Una narrazione alternativa?

The Man in the High Castle (1962), tradotto in italiano anche come Svastica nel sole, è il celebre romanzo distopico in cui Philip K. Dick immagina che in un mondo parallelo Germania e Giappone abbiano vinto la II Guerra mondiale, spartendosi Europa, Africa e lo stesso continente americano. Dominano l’ordine e l’ideologia di destra, contrastati soltanto da una rete di cospiratori, il cui punto di riferimento è il misterioso uomo di cui sopra, che possiede una narrazione alternativa (cioè quella vera) di come è finita la guerra e di come Roosevelt, Stalin e Churchill l’abbiano vinta. La situazione dell’Italia (e non solo) ricorda abbastanza quella fosca visione, a parte la mancanza di una rete di cospiratori e di uomo (o una donna) nel castello al suo vertice. La foto sfigatissima della cena di intesa del campo largo non lascia ben sperare e anzi ricorda altre foto di cene e di forchette, tuttavia non arrendiamoci al pessimismo.

Nella prossima puntata vedremo se le promesse di intesa programmatica annunciate in occasione di quella foto hanno qualche consistenza  e possono riportare al voto le risorse della Generazione Gaza che furono decisive per la bocciatura del referendum e per i cambiamenti dell’agenda internazionale.

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