MONDO
Marco Orefice, Global Sumud Flotilla: «Se è stato possibile trattare noi così, cosa accade in Palestina lontano dagli occhi del mondo?»
La seconda missione della Global Sumud Flotilla ha incontrato una violenza repressiva inaudita da parte di Israele. Nelle parole di un partecipante il racconto del viaggio, del sequestro, e della detenzione, nonché delle prospettive future di lotta contro il genocidio in Palestina
Abbiamo intervistato Marco Orefice, attivista del LOA Acrobax, già partecipante alla missione autunnale della Global Sumud Flotilla e appena rientrato dalla seconda missione.
Come era composta questa flotilla in termini di navi e equipaggi?
Era composta da centinaia di persone provenienti da ogni latitudine, geografia e percorso di vita. C’erano indigeni da Amazzonia, Nuova Zelanda, Australia, c’erano persone dall’America Latina e dall’Africa, oltre che Asia e Europa. Abbiamo cercato che le diversità potessero essere rappresentate anche nella composizione degli equipaggi, con persone con passaporti differenti come forma di tutela: le persone provenienti da paesi arabi avrebbero potuto subire un trattamento peggiore.
Tenere assieme generi, culture, religioni e orientamenti sessuali molto diversi era una delle sfide del progetto della flotilla.
Ci puoi riassumere la tua e la vostra esperienza a seguito dell’abbordaggio e sequestro di lunedì 18 maggio?
É stato un attacco e un sequestro in piena regola in alto mare. C’era già stato un primo attacco a largo di Creta dove circa 200 persone erano state trattenute in carceri galleggianti a fine aprile. Questo è stato l’attacco definitivo. Eravamo in pieno giorno e si sono avvicinate a noi diverse fregate e navi da cui sono partiti i gommoni che hanno attaccato con proiettili di gomma mirando alla testa delle persone. Gli abbordaggi sono stati molto violenti, molti sono stati colpiti con i taser. I racconti sono simili, i soldati urlavano « Dove avete le armi?». Le persone sono state perquisite, messe in ginocchio e portate a prua lasciate a bagnarsi con le onde di una giornata in cui il mare non era piatto. Ci dicevano con sarcasmo «benvenuti nella flotilla!».
Era solo l’inizio. Poi siamo stati trasferiti in dei lager galleggianti, delle navi-prigione. Siamo stati lasciati con indumenti leggeri, poi ammanettati, malmenati e umiliati in ogni modo e messi in un recinto composto da container. A molte persone quei container hanno ricordato i vagoni piombati verso i campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale. Per due giorni abbiamo vissuto in quei container, al freddo, ammucchiati, spesso non c’era spazio per tutte e tutti e ci turnavamo per poterci stendere. A volte ci siamo stretti anche per scaldarci. I container erano circondati da filo spinato e sulle nostre teste c’erano cecchini che in diverse occasioni hanno aperto il fuoco, a volte in modo totalmente gratuito. I proiettili erano piombini da caccia racchiusi in sacchetti di stoffa, meno letali ma non meno pericolosi.
Per due giorni siamo stati alla merce di questi aguzzini che ogni tanto allagavano il ponte della nave per renderci più insostenibile l’attesa.
Dall’alto tiravano sacchi di pane congelato e bottigliette d’acqua, molte persone si sono rifiutate di prendere cibo. Questa prigione galleggiante non si è diretta subito ad Ashdod, da lunedì pomeriggio fino a mercoledì in mattinata ha vagato per il Mediterraneo, fino a che non sono stati sequestrate tutte le persone che componevano la flotilla.
Mercoledì siamo arrivati al porto di Ashdod, una volta attraccato, sono ricominciate le violenze e le sevizie. Ci hanno fatto sedere a terra, poi ci hanno chiamato una ad una e portate in un container. Sentivamo le urla di chi era dentro. Abbiamo allora protestato e un ragazzo turco si è alzato in segno di protesta, gli è stato subito sparato ad una gamba. Lo hanno trascinato via e l’ho rincontrato a Istanbul: stava bene anche se la ferita l’ha colpito alla coscia.
Dalla nave, siamo stati portati sul piazzale del porto. In quello spazio sono ricominciate le sevizie, siamo stati di nuovo ammanettati e picchiati.
Lì c’è stata quella scena ripresa da Ben Gvir e trasmessa sui social che ha fatto il giro del mondo. Di nuovo è iniziato un girone infernale che si è concluso 24 dopo, giovedì mattina, quando ci hanno trasferito all’aeroporto di Eilat e da lì ad Istanbul.
Quali sono state le principali differenze nel trattamento e nella violenza ricevuta, rispetto alla flotilla dell’autunno?
La differenza maggiore è stata una escalation di violenza notata già al momento dell’aggressione a Creta, incluso violenze di carattere sessuale. Pure il secondo attacco è stato molto più violento, molte più percosse subite, spari, taser, torture, nessuna persona è stata risparmiata. Era un caso fortuito subirne più o meno, dipendeva dagli aguzzini che trovavi davanti a te, ma non ne potevi scappare.
Davanti alla violenza subita si è alzato un insolito coro di indignazione globale, rivolto però quasi esclusivamente al ministro israeliano Ben Gvir, come lo interpreti?
Si tratta dell’ennesimo atto di ipocrisia delle democrazie occidentali che non hanno fatto nulla quando Ben Gvir venne ad umiliarci a ottobre scorso all’arrivo ad Ashdod. Le democrazie non hanno mai agito nulla contro il regime israeliano nonostante i rapporti di agenzie delle Nazioni Unite che documentano tutto quello che il governo israeliano continua a fare nei confronti della popolazione palestinese. Il regime israeliano ha rivendicato che siamo state trattati secondo i loro protocolli. Questi sono i loro protocolli.
Decidere di guardare a Ben Gvir e non al genocidio in corso è un modo per eludere il problema. E’ la ipocrisia che fa parlare di “alcuni coloni violenti” anziché parlare del colonialismo. Parlare di Ben Gvir è un modo per non affrontare la questione e gestire solo una temporanea paura di perdere consensi.
Immagino che ora sarà il tempo delle valutazioni, ci sono già prossime tappe organizzate del percorso politico dalla coalizione Global Sumud Flotilla?
In questo momento è ancora in corso la marcia via terra, che si concluderà a breve e ha incontrato violenza e repressione in Libia. I motivi che ci hanno fatto navigare in autunno e ora sono ancora validi, nonostante non fosse l’intenzione di nessuno di noi di esporci a sevizie e torture. Abbiamo provato, come tante altre persone, a mettere da parte un po’ del nostro privilegio per porre agli occhi della opinione pubblica quale fosse il problema dell’occupazione e del genocidio in corso. Abbiamo cercato di segnalare l’inazione della comunità internazionale e dei governi nonostante la forte solidarietà internazionale dal basso in centinaia di paesi.
La lotta per la liberazione della Palestina rappresenta un simbolo di tutte le lotte per la liberazione da soprusi e sopraffazioni, contro ogni forma di fascismo di cui il sionismo è una rappresentazione plastica oggi. Troveremo nuove forme per metterci in cammino e per lottare fino a che i governi non agiranno. Il regime israeliano non si ferma da solo, va fermato con campagne internazionali, con boicottaggio disinvestimento e sanzioni così come accadde con l’apartheid in Sudafrica. Sarà la spinta della società civile che obbligherà i governi a fare qualcosa contro questa economia del genocidio e della guerra.
Che messaggio ti senti di dare alla fine di questa esperienza?
L’importanza di continuare a non voltare le spalle, non indignarsi per quanto accaduto a noi ma pensare che se quello che è accaduto a noi è stato possibile sotto gli occhi del mondo, dobbiamo immaginarci cosa sia possibile ogni giorno e ogni minuto in quei lager per migliaia di uomini e donne lontano dagli occhi del mondo. Senza una soluzione giusta non ci sarà nessuna pace. Il percorso a fianco alla popolazione palestinese verso la liberazione è ancora lungo, e dobbiamo continuarlo consapevoli delle complicità dei nostri governi.
Non servono le flotille per lottare per la Palestina e per fare qualcosa di concreto, dobbiamo farlo ogni giorno qui da noi per ottenere risultati e fermare la macchina della guerra che agisce da qui.
La copertina è di Fotomovimiento da Flickr
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