MONDO

«Non c’è altro modo se non imbarcandoci». Intervista a Ilaria, medica, a bordo della Flotilla

Qualche ora prima dell’intercettazione illegale israeliana, Ilaria Riccardi, medica a bordo della nave Family della Global Sumud Flotilla, ci ha parlato di come mettere il privilegio al servizio della lotta di liberazione della Palestina e della Flotilla come dispositivo fondamentale per portare aiuti sanitari a Gaza

Abbiamo raggiunto telefonicamente Ilaria giusto qualche ora prima dell’inizio dell’operazione di pirateria illegale delle Forze di Occupazione Israeliane, che al momento stanno intercettando alcune imbarcazioni della Global Sumud Flotilla nelle acque internazionali al largo di Cipro

La Flotilla è ripartita. Innanzitutto dove siete, e cosa vi aspettate da parte dell’esercito israeliano?

In questo momento stiamo navigando, siamo in realtà da poco uscite dalle acque nazionali turche. Siamo tutte e 52 le barche compatte e già la notte scorsa, e quindi a maggior ragione da ora in poi, ci aspettavamo un’eventuale intercettazione precoce ancor prima di arrivare in quella che fino a qualche mese fa era nota come zona rossa o zona arancione. Infatti, visto il comportamento che c’è stato a fine aprile a Creta non possiamo più fare affidamento nell’arrivare fino alla zona rossa: da quando si entra in acque internazionali è tutta considerata zona rossa. Ovviamente, come tutte le notti, anche stanotte ci siamo organizzati per fare i turni, per controllare droni, eventuali avvistamenti.

Diciamo che ci aspettiamo quello che è già successo, cioè eventuali attacchi di droni o intercettazioni, anche a distanza rilevante da Gaza. Considerando l’imprevedibilità del comportamento delle forze di occupazione israeliane ci sono tanti scenari che purtroppo non possiamo aspettarci perché non sono ancora avvenuti, ma non è detto che invece non ci stupiscano, in senso negativo, ovviamente.

Quali sono state le motivazioni per ripartire dopo il sequestro e il rapimento a largo di Creta? In che clima si è svolta l’assemblea a Marmaris?

L’assemblea Marmaris è stato un momento veramente molto bello e partecipato. Eravamo più di 400 persone con rappresentanza di delegazioni praticamente da tutto il mondo.

In particolare, io che sono arrivata a Marmaris ho vissuto le due settimane di preparazione all’assemblea con le delegazioni che partivano dalla Turchia: la delegazione turca quella indonesiana, quella malesiana, quella del Sudafrica, tutta la delegazione del Maghreb, dalla Finlandia, dalla Svezia. L’assemblea è stata un momento necessario, preparato con una condivisione di documenti già dalla sera prima, dal Risk Assessment aggiornato e le varie possibilità con i pro e i contro per ciascuna. Ad esempio, se salpiamo, quali sono i pro e i contro, quali i rischi e i benefici. Oppure, se non salpiamo e decidiamo di fare altro: pro/contro, rischi/benefici. E’ veramente tutto molto dettagliato, in modo tale da poter avere una discussione reale. La discussione dell’assemblea si è svolta per micro-gruppi che poi hanno dialogato in gruppi più grandi. Infine c’è stata una restituzione in una plenaria.

La cosa veramente emozionante è che c’era Saif. Personalmente vedere che Saif era con noi a condividere un momento decisionale così importante quando fino a 3 giorni prima era torturato e incarcerato nelle prigioni israeliane, è stato veramente forte.

Abbiamo deciso di salpare perché facendo una valutazione globale, in questo momento è ancora fondamentale rompere l’assedio, ovvero rimane prioritario il fatto di sottolineare come ci sia questo blocco illegale operato da Israele e come sia quindi impossibile apportare aiuti in Palestina in altro modo perché tramite appunto acqua non si può arrivare e il valico di Rafah è chiuso e sono sempre gli israeliani ad avere il controllo di cosa entra e cosa esce. E’ quindi fondamentale salpare per sottolineare ancora una volta come questa è una strategia di guerra: tenere un popolo affamato senza la possibilità di potersi ricostruire.

In questa finta tregua che é stata firmata non solo Israele continua a bombardare e uccidere persone ma addirittura non permette ai palestinesi a Gaza la possibilità di ricostruirsi e di ricostruirsi in un futuro sostenibile.

Il rapimento e la deportazione di Thiago e Saif e il processo che ne è seguito, con accuse inverosimili e prove non esibite, torture e maltrattamenti è una parte del trattamento che di norma viene riservato ai/alle palestinesi prigionieri delle carceri israeliane, spesso anche più brutale e disumano con centinaia di omicidi di detenuti avvenuti negli ultimi due anni. Una violazione sistematica dello stato di diritto, nella complicità internazionale, che dimostra che i diritti se non sono per tutti/e sono privilegi. Alla luce dei rischi che la navigazione della Flotilla presenta, che rapporto c’è fra la missione e il nostro privilegio? Cosa ci restituisce dell’ipocrisia dei governi occidentali?

Chiaramente sappiamo bene che la missione della Flotilla é possibile proprio grazie al fatto che noi abbiamo un privilegio. Io sono molto consapevole del fatto che se posso salpare oggi è per il mio privilegio del mio passaporto italiano e per il mio privilegio di essere un medico, che in questo caso è anche utile alla missione e se arriviamo a Gaza. Si basa sulla consapevolezza che questo privilegio esiste. Questa differenza esiste ed è giusto che noi però proviamo a fare il possibile per metterlo al servizio della causa. Nei giorni prima dell’assemblea Marmaris, abbiamo fatto dei training con delle persone palestinesi e mi ha colpito particolarmente quello che ci ha detto una dello Steering Committee della Global Sumud Flotilla. Lei è palestinese e mi ha detto “io sono la prima di quattro generazioni della mia famiglia ad aver rimesso piede nella Palestina occupata”, perché aveva partecipato alla scorsa missione, era stata intercettata ed era stata nelle carceri israeliane, quindi nella Palestina occupata.

É chiaro, ripeto, che possiamo sfruttare il nostro privilegio per dare dare voce a chi invece questo privilegio non ce l’ha e concretamente metterci al servizio della lotta dei e delle palestinesi e fare in modo che la loro lotta sia sostenibile senza di noi.

Cosa che in questo momento non é possibile per quella strategia di guerra che descrivevo prima. Riguardo all’ipocrisia dei governi occidentali, penso che la connivenza tra i nostri governi e Israele sia ormai ampiamente testimoniata da diversi dossier e ogni cosa che noi possiamo fare, anche in questo caso, per renderla visibile, smascherarla, secondo me è utile alla causa.

C’è stato molto dibattito riguardo alla possibile scorta della marina militare turca e, più in generale, al coinvolgimento della Turchia, che viola da decenni il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo ed è responsabile di crimini di guerra contro la popolazione del Rojava. Cosa ne pensi e qual è la posizione della Flotilla?

C’è una grossa parte della delegazione turca molto presente in questa missione e va ricordato che la Turchia per ora, e speriamo che rimanga così, è l’unica nazione ad avere dei martiri per le missioni della Flotilla, dato che nel 2010 sono stati uccisi dieci compagni nella Mavi Marmara che stavano salpando per arrivare a Gaza. Sono morti per mano dell’esercito israeliano e quindi la Turchia ha una ferita profonda rispetto a questo avvenimento. Questo ce l’hanno ricordato le stesse persone che hanno partecipato a missioni precedenti.

Tutti i governi dovrebbero garantire la sicurezza dei propri cittadini di navigare liberamente nel Mediterraneo perché non é di proprietà di Israele e quindi in realtà il fatto di garantire protezione dovrebbe essere una prerogativa di tutti i governi che hanno dei partecipanti. Questo non si traduce automaticamente in un’approvazione politica rispetto alla missione della flottiglia, né viceversa.

Rispetto alla Global Sumud Flotilla dello scorso autunno, la partecipazione del personale sanitario è molto più rilevante. Perché?

Israele ha vietato a 37 ONG di poter aiutare nella Striscia di Gaza, cosa che nemmeno i talebani in Afghanistan avevano fatto. In Afghanistan, Emergency e Medici Senza Frontiere potevano operare, a Gaza, no. E quelle pochissime ONG che hanno l’autorizzazione, ad esempio Medpal, anche quando hanno dei medici o dei sanitari che riescono a dare disponibilità per un periodo per poter andare a Gaza, molto spesso Israele poi nega il visto. Quindi, di fatto, é veramente impossibile andare ad aiutare come personale sanitario in una zona di guerra, se non imbarcandosi nella Flotilla.

La posizione che portiamo noi dottori e infermieri che in questo momento siamo a bordo sulla Family è da un lato di dare copertura sanitaria a tutta la flotta, nel senso che 500 persone che navigano con un potenziale attacco è un qualcosa cui bisogna dare copertura sanitaria, qualsiasi cosa succeda.

E in più, appunto, il nostro obiettivo è di arrivare a Gaza, sbarcare e stare lì per aiutare i nostri colleghi nella Striscia. E non abbiamo altro modo di farlo.

Cioè, se noi non ci imbarchiamo sulla Flotilla, non è che uno dice, ti candidi e ci vai con Emergency? No. O così, o non c’è modo. Per cui considerando che ci arrivano quotidianamente notizie di medici uccisi, ospedali bombardati…

Anche questa è una strategia di guerra, nel senso che bombardano i posti che poi sono fondamentali e necessari alla ricostruzione di uno Stato; c’è una tregua in cui comunque Israele continua a uccidere, ma inoltre non lascia la possibilità alla Palestina di ricostruirsi, di curare le sue ferite. Letteralmente. Inoltre, i medici continuano a essere dei target, in tantissimi/e sono imprigionati/e.

La rilevanza della partecipazione della parte sanitaria è quindi proprio perché nel frattempo Israele ha compromesso la possibilità di poter andare a Gaza da altre parti e in altro modo. Quindi, oltre a portare gli aiuti blocchiati a Rafah, dobbiamo portarci anche noi stesse/i, e non c’è altro modo se non imbarcandoci.

Foto in copertina di Renato Ferrantini

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