approfondimenti
MONDO
Insorgenza e silenzio in Iran dopo la repressione della rivolta di gennaio
L’orribile violenza di Stato che ha falciato le manifestazioni di inizio anno ha lasciato una società sgomenta, ma non rassegnata a lottare per una vita nuova. Se da una parte il regime uccide, incombe dall’altra campo lo spettro della monarchia fascista
Le recenti proteste in Iran hanno costituito un nuovo terreno per l’attivazione di fratture che da anni esistevano nella società, ma che erano rimaste invisibili allo sguardo di molti o deliberatamente occultate. Queste insorgenze non hanno prodotto una crisi nuova, bensì hanno portato in superficie crisi economiche, politiche e psichiche sedimentate nel tempo; crisi che preesistevano, ma che non avevano ancora trovato la possibilità di una manifestazione pubblica. Al contempo, le proteste attuali hanno reso chiaramente visibile la crisi profonda che attraversa la sinistra iraniana e settori della diaspora cosiddetta democratica.
Dopo la sanguinosa repressione — una repressione che ha consegnato migliaia di corpi senza vita all’insurrezione rovesciatrice del popolo iraniano e ha precipitato la società in un lutto diffuso per un massacro collettivo — un silenzio pesante e anomalo ha avvolto l’intera società.
Questo silenzio non può essere ridotto unicamente allo shock prodotto dalla violenza. Le persone vi hanno aderito in modo significativo: un silenzio che è al tempo stesso ferita e stordimento, ma anche espressione di un’attesa. Un’attesa volta a valutare quali possibilità politiche e quali speranze di cambiamento possano emergere dalla crisi geopolitica e dalla debolezza strutturale del potere della Repubblica Islamica. Per questa ragione, tale silenzio non rappresenta l’assenza della politica, bensì un momento in cui riflettere sulla catastrofe, misurare le possibilità e individuare i limiti — in particolare quelli che la sinistra incontra nei processi di trasmissione e circolazione transnazionale delle lotte.
La sinistra, nei momenti decisivi in cui avrebbe potuto interrogare tali limiti e possibilità, ha spesso scelto il ripiegamento, concentrandosi piuttosto sulla ricerca delle cause generali del fallimento delle insorgenze. In questo modo ha perso una forma di autocritica immanente, capace di accompagnare le lotte nel loro stesso svolgersi. In molti casi, la sinistra si è separata da uno sguardo immanente sulle insorgenze e ha così smarrito la capacità di produrre un sapere che potesse agire come forza all’interno dei movimenti. Le insorgenze vengono allora comprese secondo una forma determinata di finalismo, centrata su un’origine rigida e predeterminata.
Eppure, l’assemblaggio di forze eterogenee nel corso dell’insorgenza, la formazione di un corpo collettivo capace di articolare una richiesta di società alternativa, la molteplicità delle rivendicazioni e, in definitiva, la produzione del nuovo, prendono avvio all’interno del processo stesso delle insorgenze e per opera della «moltitudine». Questi processi non sono il prodotto dell’emergere di un leader, né il risultato di negoziati, guerre o mere rappresentazioni mediatiche, ma scaturiscono dalle relazioni mutevoli di forza e di potere. Ciò non significa che le insorgenze siano immuni da processi di appropriazione; al contrario, proprio in virtù di questa loro fluidità, l’appropriazione dell’insorgenza — ad esempio attraverso la costruzione di un leader forte, come avviene nel caso del monarchismo iraniano — può divenire uno dei suoi processi interni.
Ci troviamo dunque di fronte a un campo di relazioni di forza in cui la lotta si dispiega, al di là di fini e origini predefinite.
Questo processo è chiaramente osservabile nelle recenti insorgenze in Iran, dove, prima di qualsiasi rappresentazione mediatica, della formazione di una leadership o dell’intervento di forze esterne, sono emerse forme molteplici di azione collettiva dal basso: dalle reti spontanee di cura e di sostegno ai feriti e alle famiglie delle vittime, agli scioperi frammentati ma persistenti di lavoratori, insegnanti e autisti; dalla resistenza quotidiana delle donne negli spazi pubblici e nei luoghi di lavoro, alla partecipazione di studenti e adolescenti che, in assenza di strutture organizzative stabilizzate, si sono integrati nel corpo collettivo dell’insorgenza. Queste forme di azione non sono state il risultato di decisioni prese da un centro di comando, ma il prodotto dell’assemblaggio di forze eterogenee all’interno dell’insorgenza stessa, ed è precisamente in questo processo che si è aperta la possibilità di produrre il nuovo e di dischiudere orizzonti alternativi.
È proprio questo il punto che una parte della sinistra antimperialista, campista e della sinistra occidentale tende a trascurare. Queste correnti definiscono spesso un quadro rigido del potere sulla base dell’opposizione agli Stati Uniti e all’Occidente, organizzando di conseguenza la propria azione politica. Ne deriva che le insorgenze considerate «contaminate» o eccedenti tale quadro vengono ignorate, e molti dei processi e delle relazioni interne alle lotte vengono esclusi dall’analisi. Ciò che viene così dimenticato sono le lotte stesse.
Una genealogia della sinistra antimperialista consente di individuare numerose crisi strutturali che l’hanno attraversata nel tempo; tra queste, il sostegno a Stati autoritari che, una volta costituiti, hanno represso una pluralità di lotte emancipatorie in nome dell’antimperialismo. Un esempio emblematico è rappresentato dalle manifestazioni dell’8 marzo 1980, organizzate dalle donne contro l’obbligo del velo e l’autoritarismo della Repubblica Islamica. Uno dei principali partiti della sinistra iraniana, il Partito Tudeh, definì quella mobilitazione come imperialista e si schierò, insieme alle correnti islamiche reazionarie, a favore della sua repressione. Sebbene lo stesso partito sia stato successivamente vittima della repressione della Repubblica Islamica, questa vicenda mostra come la costruzione di un blocco antimperialista, nel senso novecentesco del termine, avvenga spesso attraverso la soppressione di forme singolari di lotta.
La Repubblica Islamica rappresenta un esempio paradigmatico di tale logica: un regime che, attraverso la securitizzazione, il conflitto permanente con l’Occidente e la costruzione di un asse di resistenza fondato sulla militarizzazione, ha edificato un vero e proprio regime di guerra contro la propria popolazione. La repressione di massa della popolazione siriana durante la Primavera araba e l’intervento militare a sostegno di Bashar al-Assad costituiscono esempi evidenti di questa logica, giustificata da alcune correnti antimperialiste come garanzia della sicurezza nazionale. È tuttavia evidente come, in questo contesto, la sicurezza diventi un nome che legittima la repressione totale, l’accumulazione, la corruzione finanziaria diffusa e l’impoverimento di massa — come testimoniano la società iraniana e la forma di governo della Repubblica Islamica.
Se le lotte vengono valorizzate unicamente in base al loro carattere antimperialista, si perde una pluralità di conflitti contro le diverse forme di governo del capitale. In Iran questo processo appare con particolare chiarezza: il campismo tende a marginalizzare le lotte e a costruire un asse centrale della resistenza che conduce, in ultima istanza, alla securitizzazione, alla giustificazione della violenza statale, all’isolamento nazionale e all’impoverimento generalizzato. Ciò avviene in un contesto in cui la militarizzazione, la macchina repressiva, il regime di guerra e i cicli di accumulazione del capitale e della corruzione finanziaria sono profondamente intrecciati, al punto che le istituzioni militari assumono direttamente la gestione dei meccanismi di estrazione finanziaria.
Molti iraniani e molte iraniane, una volta ristabilita la connessione a Internet, si sono confrontati con posizioni assunte da settori della sinistra occidentale e della diaspora che, lungi dal produrre solidarietà, hanno alimentato un senso di disperazione ancora più profondo.
Dopo il 7 ottobre e il genocidio israeliano a Gaza, si è affermata una nuova ondata di antimperialismo campista. Il problema non consiste nella competizione tra sofferenze né nella negazione della catastrofe palestinese; il nodo centrale emerge quando un campo di lotta viene trasformato in un’iper-determinazione, annullando la possibilità di traduzione, connessione e condivisione tra le lotte. In una simile configurazione, non solo le mobilitazioni in Iran vengono marginalizzate, ma la stessa Palestina rischia di essere collocata in una nuova e paradossale condizione di isolamento politico.
Questa situazione di crisi rende nuovamente evidente la debolezza della sinistra nel confrontarsi con la molteplicità delle lotte. Il campismo, invece di aprire spazi di solidarietà, tende a mantenere le lotte in uno stato di isolamento, restringendo l’orizzonte di una politica realmente emancipatrice.
La copertina è di Mamlekate (Wikicommon)
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno
