MONDO
Kongra Star: «Non siamo uno slogan, ma una pratica di libertà»
Mentre il Nord e l’Est della Siria sono travolti da una nuova offensiva militare e politica, il movimento delle donne del Rojava diventa uno dei bersagli principali. Emine Osê, di Kongra Star, spiega come questo attacco colpisca un intero modello di società fondato sull’autonomia, sull’uguaglianza e sulla centralità politica delle donne, e lancia un appello alla solidarietà internazionale
Il Nord e l’Est della Siria sono tornati al centro di una violenta escalation militare e politica che minaccia direttamente l’esperienza dell’Amministrazione Autonoma e, in modo particolare, il progetto di liberazione delle donne nato con la Rivoluzione del Rojava.
Secondo quanto riportato costantemente da agenzia di stampa online, su X e Telegram, l’area è colpita da una combinazione di attacchi armati, assedi, bombardamenti e pressioni diplomatiche che coinvolgono forze jihadiste sostenute dalla Turchia e settori legati al cosiddetto governo siriano provvisorio. Quartieri come Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad Aleppo, così come città e campagne di Raqqa, Tabqa, Deir Hafir e Maskanah, sono stati teatro di massacri, sfollamenti forzati e attacchi diretti contro la popolazione civile e le istituzioni locali.
Parallelamente, l’offensiva militare si accompagna a una strategia politica di annientamento dell’esperienza autonoma: esclusione dalle decisioni centrali, ritiro di accordi, pressione per lo scioglimento delle forze locali e smantellamento delle istituzioni che, in oltre un decennio, hanno costruito un modello pluralista, decentralizzato e guidato dalla partecipazione delle donne.
In questo contesto, il movimento delle donne e le sue strutture- da Kongra Star alle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) – sono diventate uno degli obiettivi principali. Non solo perché rappresentano un pilastro dell’autogoverno, ma perché incarnano una rottura radicale con l’ordine patriarcale, nazionalista e autoritario che queste forze cercano di imporre. Gli attacchi contro le istituzioni femminili sono quindi parte di una strategia volta a spezzare il cuore politico e sociale della rivoluzione.
È in questo scenario che si colloca l’intervista rilasciata a DinamoPress da Emine Osê, portavoce del Comitato per le relazioni e le alleanze democratiche di Kongra Star, il congresso del movimento delle donne del Nord e dell’Est della Siria, cuore politico e organizzativo della rivoluzione. Le sue parole ci riportano una riflessione sul significato storico e universale della resistenza delle donne del Rojava.
Che significato assume l’attuale offensiva militare e politica contro il Nord e l’Est della Siria per il progetto di liberazione delle donne nato con la rivoluzione del Rojava?
Questo attacco non prende di mira soltanto un territorio o l’assetto dell’Amministrazione Autonoma, ma colpisce al cuore il progetto di liberazione delle donne nato in Rojava, un’esperienza pionieristica divenuta riferimento a livello globale. È un tentativo sistematico di soffocare un modello che ha dimostrato, nella pratica, la capacità delle donne di guidare la società, assumere decisioni e difendere sé stesse e le proprie conquiste, al di fuori dei paradigmi dello Stato-nazione e del patriarcato.
L’attacco sistematico alle regioni del Nord e dell’Est della Siria si inserisce in una strategia di lungo periodo fondata sulla pulizia etnica e sul cambiamento forzato degli equilibri demografici. Fin dall’inizio dei profondi mutamenti politici che hanno attraversato il Paese, l’Amministrazione Autonoma ha portato avanti una visione chiara: una Siria che sia casa per tutte e tutti, basata sul decentramento, sulla sicurezza condivisa, sulla stabilità e sul riconoscimento della pluralità etnica, religiosa e di genere.
Eppure, nonostante gli sforzi delle sue istituzioni politiche e militari per contribuire alla costruzione di una nuova Siria democratica e inclusiva, il governo siriano transitorio ha risposto con una serie di decisioni unilaterali: dall’annuncio di una bozza di costituzione che nega ai Curdi i loro diritti legittimi, alla formazione di un esecutivo privo di una reale rappresentanza delle regioni del Rojava, fino alla sistematica esclusione delle donne dai luoghi di potere e all’organizzazione delle elezioni del consiglio legislativo senza il coinvolgimento di queste aree, nonostante l’esistenza dell’accordo del 10 marzo.
Con il ritiro del governo transitorio da tale accordo e con un chiaro orientamento e sostegno da parte della Turchia, all’inizio del nuovo anno si è assistito a un attacco barbaro contro i quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafieh di Aleppo, accompagnato da massacri contro i civili, sfollamenti forzati e mutilazioni dei corpi dei combattenti che avevano difeso la propria gente e gli abitanti dei due quartieri.
Questi attacchi non si sono fermati, ma estesi a tutte le regioni del Nord e dell’Est della Siria. Hanno colpito Deir Hafir e Maskanah, e poi estesi a Raqqa e Tabqa, dove sono stati commessi massacri contro donne e bambini e le istituzioni femminili sono state prese di mira direttamente.
Questo accanimento riflette la visione di queste forze, di natura jihadista e terroristica, nei confronti delle donne: l’attacco è stato accompagnato da uccisioni, dallo sfollamento forzato di migliaia di famiglie curde e dall’uso di metodi sistematici di intimidazione contro le donne, in un chiaro tentativo di spezzarne la volontà e colpire il modello delle donne libere e organizzate.
Quali sono le ragioni per cui le istituzioni del movimento delle donne e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ) sono diventate bersagli prioritari delle forze che attaccano l’Amministrazione Autonoma?
Perché rappresentano una rottura radicale con le strutture di potere patriarcali e militari tradizionali su cui si fondano sia i regimi autoritari sia i gruppi estremisti. Queste istituzioni hanno dimostrato che le donne non sono semplicemente vittime in tempo di guerra, ma soggetti politici, militari e sociali attivi, capaci di prendere decisioni, difendere la società e costruire reali alternative democratiche.
Le YPJ non rappresentano solo una forza militare, ma incarnano un simbolo politico ed etico della donna libera che rifiuta la logica della militarizzazione patriarcale e i ruoli stereotipati imposti. Questo le rende un bersaglio diretto per le forze che vedono nella liberazione delle donne una minaccia esistenziale ai propri progetti autoritari.
Colpire le istituzioni femminili significa inoltre tentare di distruggere la struttura organizzativa stessa della società, poiché tali istituzioni hanno svolto un ruolo centrale nella lotta contro la violenza di genere, nella costruzione della giustizia sociale e nel rafforzamento della convivenza tra le diverse componenti. Attaccarle significa voler riportare la società in una spirale di paura, dipendenza ed emarginazione.
In questa fase segnata dalla guerra e da una pressione estrema, quale ruolo assumono le donne nella resistenza armata e nella riorganizzazione civile e sociale delle comunità?
In questa fase critica, le donne del Rojava svolgono un ruolo centrale e multidimensionale, guidando simultaneamente due percorsi complementari: la resistenza armata e la difesa del territorio, e l’organizzazione civile e sociale per la protezione del tessuto comunitario.
Le donne sono presenti in prima linea nella difesa, proteggendo le proprie regioni insieme alle YPJ e alle forze congiunte e allo stesso tempo si assumono grandi responsabilità nella gestione nell’organizzazione degli aiuti e nella protezione delle bambine e dei bambini e delle persone sfollate.
Esse svolgono inoltre un ruolo fondamentale nel rafforzare la stabilità psicologica e sociale della comunità in condizioni di guerra e sfollamento, attraverso il lavoro comunitario, l’istruzione, il sostegno psicologico e il mantenimento dei legami sociali.
Tutto questo dimostra che la liberazione delle donne in Rojava non è mai stata uno slogan astratto, ma una pratica quotidiana e profondamente radicata, che mostra la propria forza proprio nei momenti più oscuri.
Quale messaggio desiderate rivolgere alle donne e ai movimenti femministi e sociali di tutto il mondo, alla luce di quanto sta accadendo in Rojava?
Rivolgiamo un appello affinché esprimano una solidarietà autentica e concreta, che vada oltre i gesti simbolici e le parole. Ciò che accade oggi in Rojava rappresenta una vera prova di coscienza per il movimento femminista globale.
Difendere il Rojava significa difendere la possibilità di costruire un mondo più giusto ed eguale, e il diritto delle donne a organizzarsi, proteggere le proprie conquiste e difenderle di fronte alla violenza, alle guerre e ai sistemi di esclusione.
Il progetto fondato sulla democrazia sociale con la leadership delle donne è oggi oggetto di un tentativo di estirpazione violenta. Nonostante il fallimento degli ultimi negoziati con il governo transitorio, le donne del Rojava, con tutte le loro istituzioni politiche, sociali e militari, sono pienamente pronte a difendere le proprie conquiste.
Oggi decine di migliaia di donne stanno fianco a fianco con gli uomini nelle strade e nelle piazze, nelle manifestazioni e nei cortei, e nelle trincee accanto alle YPJ, con morale alto e una volontà incrollabile, dichiarando di essere una forza attiva ed essenziale nella difesa delle conquiste delle donne e del progetto democratico sul piano politico, militare e sociale.
Noi, donne del Rojava, dopo 14 anni di lotta e rivoluzione, abbiamo ottenuto conquiste storiche dalle quali non si può tornare indietro, qualunque sia il prezzo. Per questo chiediamo a tutte le donne del mondo di stare al nostro fianco nella lotta contro il terrorismo e affermiamo che colpire questo modello democratico da parte dell’ISIS e delle fazioni affiliate al governo siriano transitorio equivale a colpire direttamente i diritti delle donne in ogni parte del mondo.
Rivolgiamo infine un appello urgente alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità morali e legali. Il silenzio internazionale di oggi non è neutralità, ma legittima l’attacco contro queste regioni e fornisce copertura all’aggressione contro un modello democratico che ha combattuto il terrorismo per 14 anni e ha compiuto enormi sacrifici in difesa dell’umanità intera.
La copertina è di Kongra Star
SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS
Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno




