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Svezia: lo sciopero sociale dei migranti lungo un mese

In Svezia, migliaia di giovani richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan stanno lottando da un mese per opporsi alle nuove politiche di asilo che, dichiarando il loro paese di provenienza un «paese sicuro», li espongono alla costante minaccia di espulsione . Il fatto che questi migranti stiano chiamando «sciopero» la loro protesta è rilevante per noi. Come sottolinea Steven, scioperando i migranti non stanno solo rivendicando migliori politiche di accoglienza o rendendo pubbliche le loro particolari denunce. Piuttosto, essi stanno esprimendo la determinazione a riprendersi indietro il controllo sulle proprie vite. Lo sciopero è per loro un modo di praticare collettivamente il rifiuto di una posizione imposta, il rifiuto di essere trattati solo come cifre dal governo Svedese, di essere sfruttati come forza lavoro a basso costo o di essere trattati come capri espiatori dalla crescente propaganda nazionalista agitata per governare l’insicurezza sociale prodotta dalla precarietà. Lo sciopero ‒ che nelle ultime settimane ha coinvolto un numero sempre maggiore di donne e uomini – è per i migranti un’occasione di protagonismo e uno strumento di comunicazione politica tra soggetti diversi colpiti dalla precarietà. La sua estensione alle scuole indica il suo potenziale, come anche la connessione stabilita con lo sciopero degli operatori ecologici. Lo sciopero sociale dei migranti ha la capacità di farsi sentire anche fuori dai confini svedesi: non solo perché le leggi applicate in Svezia sono solo una parte del complessivo governo della mobilità, ma anche perché, ancora una volta, scioperando contro i confini imposti dalle politiche neoliberali i migranti indicano la strada per tutti coloro che intendano agire in questa direzione sul piano transnazionale

Transnational social strike platform

Il 6 agosto cinquanta studenti afgani, di fronte alla possibilità di essere espulsi, hanno invitato la gente a sedersi con loro. Letteralmente. I loro cartelli recitavano: «se sei d’accordo che io non debba essere mandato a morte, vieni a sederti con me». Dal primo giorno hanno annunciato che si trattava di uno sciopero. Abbiamo parlato con alcune delle persone coinvolte a proposito della scelta di questo termine. Ci hanno risposto: «sai, uno sciopero della fame è quando qualcuno si rifiuta di mangiare. Questo è uno sciopero in cui siamo molti e ci rifiutiamo di fare tutte le cose che pretendono da noi, tranne stare qui seduti». Da quel momento sono rimasti seduti, anche se il posto è cambiato. Hanno cominciato di fronte al parlamento; qualche giorno dopo, in seguito a una lunga manifestazione che ha attraversato il centro della città, si sono fermati a Medborgarplatsen, una piazza molto popolare il cui nome ha un significato tanto adeguato quanto contraddittorio: «Piazza del cittadino». Ovviamente, considerando le minacce di espulsione, la maggioranza di coloro che stanno scioperando non è composta di cittadini svedesi, ma è proprio questo che cercano di diventare. Sarebbe ragionevole che potessero farlo senza ostacoli.

Nel frattempo, non sono più solo cinquanta. Già alla fine della seconda settimana erano un migliaio a occupare l’enorme scalinata che raggiunge l’ingresso principale (temporaneamente fuori servizio) del palazzo comunale. Un numero crescente di donne e uomini in sciopero occupa questo spazio ormai da un mese, giorno e notte. Il supporto è stato massiccio e tutto il necessario per dormire, mangiare e bere è stato messo insieme in maniera estremamente organizzata. Il collettivo è completamente autonomo. Diversi gruppi offrono solidarietà e protezione, ma il grosso del lavoro è fatto all’interno del collettivo, dove sono prese tutte le decisioni che sono poi comunicate attraverso rappresentanti dell’associazione, chiamata Ung i Sverige. Gli attivisti e le attiviste degli altri collettivi e i singoli che vogliono offrire supporto – come pure i giornalisti – devono tutti fare riferimento a uno dei diversi portavoce. Sul posto, però, è evidente che la grande maggioranza dei migranti in sciopero ha molta voglia di parlare delle rivendicazioni, delle strategie e delle condizioni che si trova davanti. La maggior parte partecipa alle assemblee quotidiane in cui le diverse idee sono messe sul tavolo e si decide insieme che cosa comunicare.

Vista l’attuale situazione europea, è evidente che una simile iniziativa di massa dei migranti attira la presenza furiosa e spesso fisicamente minacciosa di etno-nazionalisti che fanno tutto quello che possono per sabotare l’iniziativa. Le decisioni prese in assemblea, quindi, riguardano necessariamente anche le tattiche da impiegare quando gruppi razzisti si avvicinano per manifestare contro i giovani afgani. Si tratta di tattiche molto semplici e apparentemente depoliticizzate: cuori e bandiere svedesi, la parola «amore», evasiva e controversa, e così via. Tuttavia, alla luce delle posizioni che si affermano nel rigido contesto europeo e del dibattito pubblico, spesso paralizzante, le decisioni del collettivo afgano dello sciopero si rivelano tanto sottili quanto efficaci. La polizia ha dato loro un’autorizzazione a manifestare solo di giorno, per un mese, come se si aspettasse che l’occupazione collassasse da sola. L’enorme produzione di propaganda negativa diffusa dalla polizia stessa a proposito della «criminalità immigrata» fa sorgere il sospetto che stesse calcolando che la difesa contro gli attacchi razzisti sarebbe diventata uno scontro fisico e avrebbe gettato discredito sui giovani afgani, piuttosto che sugli aggressori. Questo non è successo nemmeno una volta. Ci si protegge dalle provocazioni in modo impressionante. Per uno che viene da fuori, può essere frustrante che la risposta al malcelato razzismo sia la pazienza, strette di mano, spiegazioni e l’onnipresente simbolo del cuore. Quando però si realizza che una frustrazione inversa è provata dai gruppi di razzisti che cercano di sabotare lo sciopero, il tutto acquista un senso. Questi nazionalisti ‒ che usano le bandiere svedesi come arma simbolica per rappresentare una qualche «purezza» culturale ‒ sono colpiti nel vedere i migranti in sciopero rispondere con bandiere svedesi più grandi delle loro. Usata dal collettivo dei rifugiati, la bandiera svedese comincia a diventare il simbolo di uno Stato-nazione ridotto a niente più di un’istituzione amministrativa con la responsabilità di offrire asilo a individui perseguitati. La bandiera svedese diventa, in altri termini, un gigantesco punto interrogativo: questa non è forse una regione economica completamente dipendente dagli affari globali, gli stessi affari che creano l’instabilità e il pericolo che spingono le persone a compiere viaggi rischiosi per arrivare fin qui?

Da conversazioni orecchiate sui gradini occupati ormai da quattro settimane, dall’inizio dello sciopero, si intuisce che i migranti vorrebbero che più svedesi con i documenti in regola (a prescindere dalle loro origini e dal paese di nascita) fossero seduti con loro. La scena non ha precedenti nella storia moderna della Svezia e, benché non sia sorprendente che molti sostenitori si limitino a passare a dare uno sguardo, anziché allargare la partecipazione e fare in modo che lo sciopero-seduti sia più duraturo ed efficace, vale la pena prendere in considerazione il punto di vista di quelli che si trovano di fronte alla minaccia di deportazione. L’interesse, espresso chiaramente sin dal principio, è quello di avanzare una pretesa, non solo dare visibilità al lamento di un gruppo per suscitare compassione nella gente. Il passaggio dalla compassione alla condivisione della lotta per molti è difficile, soprattutto perché si è consolidata l’idea che ogni lotta sia isolata e particolare e riguardi solo gli individui direttamente coinvolti.

Un momento inusuale di un sabato pomeriggio caldo e nuvoloso di metà agosto ha però improvvisamente capovolto questo modo di pensare. Si è trattato di un evento che sicuramente tutti i presenti concordano nel considerare come la scena di un film storico particolarmente ottimista, corredato di occhi lucidi e sorrisi incontrollati. Gli operatori ecologici locali, che all’inizio dell’estate avevano messo in atto uno sciopero selvaggio (quando la compagnia di nettezza urbana cui il comune ha affidato l’appalto dei servizi cittadini ha rivelato il suo piano di tagliare i salari e licenziare i lavoratori indesiderati), hanno organizzato una manifestazione a Medborgarplatsen per portare il proprio supporto. Circa settanta di loro hanno spinto la lotta in avanti e se ne sono andati portandosi via le chiavi dei cassonetti. Il 12 agosto, mentre stavano manifestando di fronte ai gradini del municipio, dopo alcuni notevoli interventi i rappresentanti degli afgani in sciopero hanno rivolto le casse verso le centinaia di giovani migranti seduti sui gradini e, nella loro lingua, li hanno invitati a esprimere il loro supporto agli spazzini e al loro sciopero. Ogni migrante si è alzato in piedi e con le mani sulla testa ha applaudito per diversi minuti. Solidarietà, da chi sciopera a chi sciopera.

Sin dall’inizio, giovani rifugiati afgani si sono spostati per prendere parte allo sciopero-seduti da ogni parte della Svezia, e lo sciopero stesso è stato riprodotto in molte altre città nel paese. Con l’inizio della scuola il 21 agosto, tuttavia, in molti si sono sentiti in dovere di tornare nelle città in cui sono registrati. Durante il fine settimana, l’organizzazione ha dichiarato l’intenzione di allargare lo sciopero nelle scuole. Gli studenti coinvolti nello sciopero e tutti quelli schierati con loro in solidarietà hanno deciso di portarlo avanti semplicemente sedendosi sul pavimento durante le lezioni. L’effetto di tutto questo deve essere ancora valutato, ma l’annuncio stesso ha mostrato l’ambizione di spingere avanti lo sciopero sociale in maniera tangibile. Dal punto di vista degli studenti che hanno viaggiato da Göteborg a Stoccolma e che hanno deciso di non tornare a scuola, però, è evidente che l’importanza dello sciopero in molti casi va oltre il ritorno a scuola e alla vita di ogni giorno. Un ragazzo di nome Amir ha dichiarato che semplicemente non può pensare allo studio quando è vessato dalla minaccia di essere deportato, e che questo nuovo contesto di Medborgarplatsen è troppo importante, dunque preferisce rimanere. «A che cosa serve seguire le lezioni di svedese adesso, se in poche settimane o mesi sarò ributtato nella miseria militare di Kabul?», ha domandato (in uno svedese già molto buono). Quando è stato informato dall’ufficio immigrazione che la sua richiesta di asilo non risponde ai requisiti, ha detto che preferisce andarsene e ricominciare la sua vita altrove. La cosa divertente, ha aggiunto, è che gli hanno detto comunque di restare e aspettare. «Non riesco a capire perché dicono a così tanti di noi di restare e che forse, forse, potremo aspettarci di ottenere un permesso di soggiorno a un certo punto, nel futuro». È tutto molto vago e, di fatto, difficile da capire. La gente non sopporta più di aspettare e non sapere.

Allora è forse necessario mettere al loro posto alcuni tasselli del puzzle e considerare le attuali oscillazioni delle politiche del governo – che sembrano mirate a trarre vantaggio dai richiedenti asilo per un certo periodo, prima di rimandarli indietro. L’agenzia dell’impiego, Arbetsförmedlingen, ha il compito di trovare richiedenti secondo un nuovo programma chiamato «Jobskills». Secondo il programma, propongono ai richiedenti di scrivere il proprio CV nella loro lingua e si offrono di tradurli, gratuitamente, e di indirizzarli verso i settori che attualmente hanno un’enorme necessità di manodopera. Quando si chiede all’agenzia se i richiedenti asilo impiegati attraverso questo programma hanno gli stessi benefici sociali che si applicano agli altri lavoratori, la risposta è evasiva. Quello che sappiamo è che il governo svedese, a giugno del 2016, ha cambiato la legge in modo molto affrettato per limitare i permessi temporanei a un massimo di tre anni e un minimo di un anno. In questo periodo, il governo vuole trarre il massimo vantaggio dai rifugiati appena arrivati «offrendoli» agli investitori interni che hanno bisogno di forza lavoro a basso costo. A questa forza lavoro, i richiedenti asilo, non è assicurato l’accesso a diritti garantiti dalla legge come i congedi parentali, gli straordinari e le ferie pagate, e un insieme di benefici sociali accordati in Svezia a chi ha un impiego. Questo apre un nuovo spazio per i datori di lavoro che hanno la possibilità di sfruttare i rifugiati come lavoratori di terza classe. Quella che prima era, almeno «ufficialmente», una condizione propria dei lavoratori richiedenti asilo che lavoravano in nero, ora è sanzionata dal governo. Nel settore informale, i padroni che hanno sfruttato il lavoro senza pagare le tasse sono stati sempre nella condizione di poter minacciare i lavoratori che incitavano il conflitto o avanzavano pretese scomode, denunciandoli alla polizia come clandestini. Ora, gli stessi padroni possono usare una forza-lavoro che paga regolarmente le tasse e usare la stessa leva – la minaccia verso i lavoratori che avanzano delle rivendicazioni «sbagliate» ‒, dal momento che lo status legale della forza lavoro temporanea non è mai certo. Di conseguenza, la paura di essere sbattuti fuori dal paese nel momento in cui si avanza qualunque pretesa è ora presente in un mercato del lavoro completamente formale e legale. Il parlamento sta proponendo con regolarità nuove ipotesi per stabilire una clausola che limiti i salari esplicitamente rivolta agli immigrati. Come molti hanno notato, le «generose» politiche migratorie della Svezia riflettono semplicemente l’interesse a produrre una forza lavoro che possa essere sfruttata più intensamente. Anche per questo, la costante propaganda contro i migranti è di così grande valore per il governo. La sua espressione pratica sono gli ostili movimenti nazionalisti radicali e un’impennata nella produzione di sospetto da parte dei media. Le voci più in vista nel paese mettono in questione l’umanità di coloro che cercano sicurezza e libertà nei confini nazionali, e la disinformazione del pubblico sui «costi» dell’immigrazione è il modo più semplice a disposizione del governo per giustificare nuove regole che sostengano il più intenso sfruttamento dei migranti, senza suscitare l’indignazione della popolazione regolarmente votante.

Quando un’azione collettiva come quella che abbiamo di fronte è ancora in movimento, diventa ancora più importante avere queste motivazioni politiche in mente e discuterle, comprenderle, analizzarle e considerare quale ulteriore iniziativa è necessaria quando le rivendicazioni più basilari sono soddisfatte. Se lo sono. Allo stato attuale delle cose il governo, pur stando lontano dal luogo dello sciopero ed evitando ogni dichiarazione, rischierebbe il suicidio politico se ritardasse troppo una risposta. Il discorso sollevato da Ung i Sverige ha dato visibilità alla questione delle deportazioni verso l’Afghanistan, producendo una generale consapevolezza là dove non c’era e rendendo lo sciopero sociale una realtà nel cuore della società svedese.

Tenuto conto del fatto che le leggi sull’immigrazione sono fatte di accordi bilaterali in ogni parte d’Europa, e che l’accordo di Dublino, che investe l’intera area di Schengen, limita i movimenti dei rifugiati costringendoli nel paese in cui hanno fatto domanda di asilo, questa forma di sciopero sociale è anche la manifestazione di una possibilità attuale che può agire attraverso i confini. Ed è proprio il fatto che coloro che scioperano sono gli stessi che sfidano la brutalità delle politiche dei confini a indicare la capacità dello sciopero sociale di attraversarli. Le rivendicazioni dei giovani che stanno scioperando in Svezia diventerebbero più forti se l’iniziativa si diffondesse e fosse coordinata tra collettivi di migranti in tutte le città europee: un movimento transnazionale che reclama un cambiamento transnazionale.


* Alt Alla, Stoccolma

Pubblicato su sconnessioniprecarie


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