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Minniti-Orlando: un decreto legge da respingere

Alcune osservazioni a prima lettura , tra creazione di un vero e proprio "diritto speciale", istituzione di strumenti di ricatto nelle strutture d'accoglienza e legalizzazione di forme di sfruttamento della manodopera migrante.

In questi giorni è in corso di conversione alla Camera dei Deputati il Decreto legge n. 13/2017, meglio conosciuto come “Minniti-Orlando”, che riscrive completamente la normativa italiana in materia di protezione internazionale. Si tratta di un provvedimento che lascia perplessi, non soltanto per le modalità con cui il governo sta comprimendo i diritti fondamentali dei migranti che arrivano nel nostro paese, fuggendo da guerre e da condizioni di vita inumane e degradanti, per richiedere protezione internazionale, ma che segna un arretramento culturale nella governance del fenomeno migratorio, in linea con le politiche europee della Commissione.

Due mi sembrano, a prima lettura - tenuto conto che al momento il testo originario del Decreto è stato parzialmente modificato dal Senato -, le questioni rilevanti: la prima riguarda la riforma del processo nell’ipotesi di diniego della protezione internazionale da parte delle Commissioni territoriali; la seconda riguarda, invece, il nuovo ruolo che la legge riconosce ai responsabili dei centri di accoglienza.

Innanzitutto la riforma del processo: oggi, in caso di diniego della protezione internazionale, è possibile per i migranti accedere alla giustizia ordinaria alle stesse condizioni dei cittadini italiani. Anche i richiedenti asilo, infatti, hanno diritto ad un processo strutturato secondo il principio del doppio grado di giudizio (Tribunale e Corte d’Appello), a cui va ad aggiungersi un “terzo grado” di legittimità, davanti alla Corte di Cassazione. In tutti e tre i gradi del processo, inoltre, il richiedente asilo diniegato può essere sempre ascoltato dal giudice, tranne che in Cassazione, affinché la magistratura rivaluti la sua storia, verificando in questo modo la correttezza dell’operato della Commissione territoriale che aveva deciso per il diniego.

Con il Decreto “Minniti-Orlando”, invece, non soltanto viene eliminato un grado di giudizio (l’appello), ma nell’unico grado rimasto, davanti alle neonate sezioni specializzate dei tribunali, il giudice sarà tenuto ad ascoltare il richiedente asilo soltanto in casi eccezionali, perché d’ora in avanti sarà sufficiente acquisire la registrazione audio-visiva della sua intervista davanti alla Commissione territoriale. Non soltanto, quindi, viene compresso il diritto alla difesa, ma si crea un sistema giudiziario chiaramente in contrasto con la Costituzione e le carte internazionali a tutela dei diritti fondamentali (per tutte, la Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo): siamo di fronte, in breve, ad un processo in cui il richiedente asilo potrà essere ascoltato da un giudice soltanto in casi eccezionali e in cui non sarà prevista neppure l’udienza di discussione della causa tra giudice e avvocato.

Con la creazione delle sezioni specializzate in materia di immigrazione, inoltre, derogando alle regole generali del processo e creando un vero e proprio “giudizio speciale”, di fatto viene legalizzata quella retorica politica discriminatoria che ben conosciamo e che vede contrapposti “noi” a “loro”, in cui “noi” sono gli italiani che hanno diritto ad un processo equo, mentre “loro” sono tutti quegli stranieri che, non essendo cittadini, devono accontentarsi di una giustizia rapida e priva di garanzie, per essere poi espulsi dal territorio nazionale nel più breve tempo possibile.

Nonostante sia stato utilizzato lo strumento del Decreto legge (di solito impiegato per far fronte a situazioni straordinarie ed urgenti), le nuove disposizioni processuali entreranno in vigore soltanto 180 giorni dopo la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale: il nuovo processo, in pratica, entrerà in vigore a partire dal 17 agosto di quest’anno! Poiché normalmente una legge, in Italia, viene approvata da entrambi i rami del Parlamento in circa 200 giorni, si tratta evidentemente di una scelta senz’altro incostituzionale perché mancano, verrebbe da dire matematicamente, i presupposti d’urgenza che legittimano il governo ad emanare un Decreto legge.

Si tratta di una scelta politica che denota chiaramente la volontà di evitare un approfondito dibattito parlamentare su questi temi, oltre che un confronto serio non soltanto con le opposizioni (che, in verità, quasi tutte plaudono alla svolta securitaria dell’Esecutivo, a partire dalla Lega che ha già rivendicato il copyright di molte delle riforme fatte da Minniti), ma soprattutto con i movimenti sociali e politici che da anni chiedono una riforma del sistema di asilo e di accoglienza, in una prospettiva certamente più democratica di quella messa in campo dal governo.

Non è un caso, allora, se il secondo problema che il Decreto “Minniti-Orlando” solleva, riguarda il ruolo che avranno i responsabili dei centri di accoglienza: il testo, infatti, al momento prevede che i responsabili di questi centri assumano le funzioni di pubblici ufficiali, per quanto riguarda la comunicazione ai richiedenti asilo dei provvedimenti della Commissione territoriale e dell’autorità di pubblica sicurezza.

Si tratta evidentemente di una scelta pericolosa che, seppur all’apparenza di natura quasi burocratica, rischia di mutare profondamente il ruolo dei responsabili dei centri: il rischio, infatti, è che nella prassi queste funzioni possano essere esercitate come un grimaldello per rafforzare posizioni gerarchiche (con gli inevitabili rischi di scivolamento autoritario) all’interno delle strutture, mentre il ruolo dei responsabili dei centri dovrebbe essere di indipendenza rispetto alla macchina amministrativa dell’accoglienza e di garanzia nei confronti dei richiedenti asilo.

Il rischio, inoltre, è che questa nuova qualifica possa diventare un’arma di ricatto anche nei confronti degli operatori sociali che in queste strutture lavorano e che saranno costretti, con ricatti quotidiani, a svolgere mansioni sempre più dequalificate. Non bisogna dimenticare, infatti, che questa categoria di lavoratori oggi svolge le proprie mansioni in maniera precaria e senza garanzie legali, visto che mancano anche gli strumenti minimi di tutela, come ad esempio uno specifico contratto collettivo nazionale di categoria.

Se si vuole, è questa l’ulteriore prova della cultura politica sottesa al Decreto “Minniti-Orlando”: una cultura politica fortemente autoritaria che vede nella compressione dei diritti degli stranieri, da un lato, e nell’accentramento del potere gerarchico dei responsabili dei centri, dall’altro, l’unica soluzione possibile per “governare” un sistema insostenibile, una macchina burocratico-giudiziaria modulata kafkianamente a danno dei soggetti più deboli del sistema di accoglienza, siano essi i richiedenti asilo, siano essi gli operatori sociali che lavorano nei centri.

Ma tutto questo può tranquillamente essere giustificato dal governo, ricorrendo alla retorica della sicurezza e dell’emergenza, parole vuote che vengono impiegate nel dibattito politico al solo fine di rendere legittima, agli occhi di un’opinione pubblica sistematicamente impaurita dai media, un’involuzione delle tutele e dei diritti dei migranti.

Del resto, la norma di chiusura del Decreto “Minniti-Orlando” prevede la possibilità, per i richiedenti asilo in attesa di giudizio, di svolgere lavori socialmente utili a titolo gratuito, una norma questa che, al di là dell’approccio paternalistico, legalizza una pratica di sfruttamento della manodopera migrante che ben conosciamo, visti anche gli episodi di sfruttamento denunciati quasi quotidianamente nel corso degli ultimi anni. Si tratta, in conclusione, di un Decreto legge che determinerà una regressione del nostro ordinamento giuridico in materia di asilo, una regressione che, a questo punto, potrà essere fermata soltanto se nascerà un forte movimento politico e d’opinione dal basso, che possa sostenere le lotte e i diritti dei migranti, con l’obiettivo di denunciare e di eliminare le peggiori storture incostituzionali di questa legge, a tutti i livelli del sistema amministrativo e giudiziario, dentro e fuori le Commissioni territoriali, dentro e fuori i centri di accoglienza, ma soprattutto dentro e fuori le aule dei tribunali.

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