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Lezioni tedesche

Non è che vengano buone notizia dalla Germania. Se uno volesse trarne un oroscopo per l’Italia sarebbe ancora peggio. Ma non avevamo disinnescato il populismo con il benemerito Macron e il nuovo progetto di legge elettorale con conseguente grande coalizione Renzi-Berlusconi?

Mentre si annuncia il diluvio, i polli continuano a beccarsi: Renzi inchioda Bersani al tradimento della “ditta”, Fico “gela” Di Maio. L’unico a suo modo razionale è Salvini, che esulta, nella speranza di diventare il Gauleiter della Padania. Anche Macron, va detto, ha preso atto del crollo dell’asse europeista con Merkel e dei suoi sogni egemonici. A Trump ancora non gli hanno spiegato bene la notizia, mentre Putin intasca il premio dei suoi finanziamenti occulti. Renzi addirittura affermava con sicumera alla festa dell’Unità che c’era ragione di credere che i populisti avrebbero perso in Germania.

Ci vorrà tempo prima che i nuovi cortei nazisti con fiaccole sfilino a Berlino (che anzi ha risposto molto bene alle provocazioni di AfD), purtroppo quello che avviene in Germania pesa oggettivamente molto di più delle beghe italiane, sia la campagna paranoica anti-M5s del Pd sia l’incoronazione floppata di Di Maio, e la prima vittima sarà il Quantitative Easing di Draghi e tutte le manovre che ne dipendevano. Infatti nell’immediato il contraccolpo più rilevante dell’ascesa dell’estrema destra sarà il tentativo della Cdu di recuperare i voti persi a destra mediante uno spostamento a destra, tanto più che anche l’ala bavarese, la Csu, minaccia di non formare un gruppo parlamentare unico. Il primo capro espiatorio è stato, ovviamente, individuato nei migranti e quindi Merkel ha proclamato un passo indietro sull’accoglienza e una lotta a oltranza contro l’immigrazione illegale per placare la pancia degli scontenti.

Ma la storia non si ferma qui. Infatti la vera sostanza è la politica europeista, che dovrà essere smorzata, sia per le diffidenze bavaresi sia per lo scetticismo dei liberali, partner decisivi in quella coalizione “Giamaica” (Cdu-Csu, Fdp, Grünen) che è l’unica maggioranza possibile dopo la ragionevole dichiarazione di Schulz sul passaggio all’opposizione della Spd. Le progettate riforme dell’Eurozona e il ministro unico delle Finanze raggiungeranno nel limbo gli altri sogni scalfariani, ma soprattutto sarà bloccato in tempi più celeri del previsto il QE di Draghi e si annuncia un cambio radicale alla testa della Bce – senza buonuscite compensatorie. Altro che ministro europeo della Finanze, se lo ripigliassero gli italiani come Premier! Quindi nei prossimi mesi, nel tentativo forse vano di recuperare la leggendaria quanto paralizzante stabilità degli anni trascorsi, il governo tedesco condizionato dalla perdita di nove punti della Cdu-Csu e dal 12,6% di AfD, si sposterà a destra, adottando sull’immigrazione diciamo una politica alla Minniti, però con teutonica efficienza e mediante accordi più affidabili di quelli italiani con i capi-bastone libici, e sul piano europeo una tutela prevalente degli interessi tedeschi, non più mediata o mascherata da una logica astratta dell’euro. Inoltre non è neppure immaginabile che Merkel o il ministro degli Interni de Maizières vadano a un festival nazi elogiando il maresciallo dell’aria Goering o vantandosi di sedere alla scrivania di Hitler come il nostro Minniti ha fatto ad Atreju, con la citazione di Balbo aviatore o la scrivania di Mussolini.

Funzionerà? Sia consentito un dubbio: alla base della disfatta Cdu ci sono, sì, le paure dell’immigrazione (la Germania ha cifre non paragonabili all’Italia, fra nuovi arrivi e seconde generazioni, italiane comprese) e la diffidenza per una presunta cessione di sovranità monetaria alla Bce, ma soprattutto il disagio (vivo soprattutto a Est, dove AfD ha raccolto un quarto dei consensi) per la precarizzazione del lavoro, i bassi salari dei mini-jobs, la contrazione dei servizi sociali e dei sussidi. Quest’ultimo elemento vale in modo eminente per il crollo al 20,5% della Spd, non compensato dal lieve incremento della Linke, che comunque arriva al 9,2%. Come per il Pasok greco, il Pd italiano, il Psoe spagnolo e il Ps francese, si tratta di un fenomeno comune a tutta l’area socialdemocratica, logorata in diversa misura dalla compartecipazione alle politiche neoliberali di austerità e disintermediazione. Finora la Spd era l’eccezione, oggi non più. Si tratta di radici profonde di una crisi che mina l’intero sistema costituzionale dei partiti e produce reazioni identitarie anti-establishment da destra (più consistenti) e da sinistra.

Alternative für Deutschland non è un blocco nazista buono per fare da spauracchio: raccoglie minoranze non giovanissime di frustrati e delusi dal miracolo tedesco e dalla globalizzazione, non una maggioranza di declassati e disoccupati di tute le età come nella Weimar degli anni ‘20 e ’30. Non ha (ancora) un leader carismatico ed è divisa al proprio interno come gli altri partiti. Non ha una complicità organica con l’esercito e la grande industria. Al momento è in grado di condizionare pesantemente le altre forze, spingendole su una china di destra nell’illusione di neutralizzarla e assorbirla. Proprio per questo aspetto sfascia il Parteienstaat erodendo la base dei partiti di massa e creando una situazione di consenso disgregato e di individualismo spaventato, che nel medio termine può produrre un fascismo 2.0, senza incendio del Reichstag e con campi solo per migranti (gli ebrei scarseggiano, i gay sono accettati, comunisti non ce ne sono più). Naturalmente l’esempio esalterà tutti i fascismi pezzenti fuori della grande Germania, Italia compresa.

La prossima vicenda del Pd è prevedibile. Dilaniarsi fra due strategie del pari perdenti: la grande coalizione con Berlusconi, indebolito però drammaticamente dalle difficoltà del suo referente europeo, Merkel, e dalla concorrenza nel suo campo di un infoiato Salvini (ma anche Gasparri non scherza e Toti è infido), oppure un nuovo centro-sinistra, cui però fanno ostacolo soggettivamente l’arroganza di Renzi e i risentimenti dei fuoriusciti e oggettivamente il tracollo della Spd, che rende più appetibile per la sinistra-sinistra un’autonomia elettorale alla Linke. Due strategie che non hanno i numeri parlamentari e rinfocolano i populismi di destra – perfetto esito di una mancanza di idee e di programmi e di una continua rincorsa del neoliberalismo (ieri), delle paure identitarie dei precarizzati oggi.

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