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La guerra civile simulata

Ieri alla Camera dei deputati si è consumata una pantomima. Per la prima volta nella storia repubblicana un presidente d'assemblea, Laura Boldrini , ha utilizzato la cosiddetta “tagliola” contro l'ostruzionismo dell'opposizione. Fatto gravissimo. Dall'altro lato, un fronte variegato che unisce i postfascisti ai grillini, l'ex missino Fabio Rampelli al golden boy pentastellato Alessandro Di Battista, ha dato l'assalto ai banchi del governo sfoderando striscioni e bavagli. Una scena di fronte alla quale le fiamme davanti al Palazzo di Giustizia della scena finale del Caimano di Nanni Moretti appaiono il male minore. L'oggetto del contendere parrebbe la controversa approvazione di un decreto sulla riforma della governance e sulla rivalutazione delle quote di Banca d'Italia. Osservatori esperti e di diverse scuole giudicano quantomeno frettoloso il provvedimento approvato ieri a colpi di ghigliottina. Non è esattamente “la privatizzazione della Banca d'Italia”, come dicono alcuni, ma è un regalo alle banche, l'ennesimo modo di pompare liquidità verso un sistema che non fornisce alcune garanzia che questi quattrini non vengano usati per aumentare i profitti dei soliti e abbandonare i piccoli attori in cerca di credito.

E tuttavia, era nell'aria da tempo che la guerra di posizione dalle trincee parlamentari degenerasse in una zuffa da trasmissione di Maria De Filippi. Il problema sta nell'ossessione per i luoghi della rappresentanza, che anima anche quelli che dagli scranni parlamentari straparlano di democrazia diretta ma ignorano quello che avviene fuori dai palazzi. Se tutti gli attori in campo scaricano i conflitti, le tensioni, le tattiche sul palcoscenico del Parlamento questo spazio è destinato a diventare un'arena impazzita nella quale ci si batte per strappare visibilità e conquistare spazi televisivi. Per questo la diffusione di conflitti sociali e non di guerre mediatiche, l'apertura di spazi di partecipazione reale e non di sondaggi online a tempo, la costruzione di forme democratiche oltre la crisi oggettiva della rappresentanza politica tutta (tutta) è l'unico antidoto alla guerra civile simulata che è andata in scena alla Camera. Una guerra civile che per l'ennesima volta stuzzica il nostro non riguarda le contraddizioni reali: non parla dei facchini della Granarolo, degli antirazzisti di Lampedusa, della guerra al lavoro sintetizzata nei giorni scorsi dal caso di Electrolux.

Probabilmente, la tensione di ieri era dovuta ad altre faccende. Anche qui, si gioca un derby tutto interno alla logica della rappresentanza, più o meno dissimulata. Da una parte l'accordo dei tele-divi Renzi-Berlusconi, che ha il fine tutto sommato esplicito di usare un artificio tecnico (la legge elettorale) per sbarazzarsi di problemi politici e sociali. Dall'altra si muove il M5s che in questi dodici mesi ha ribadito il suo disinteresse al radicamento e alla commistione coi conflitti sociali, confermando la sua natura puramente spettacolare che è una delle cause principali del suo successo e che soprattutto nelle ultime settimane si concretizza nelle fortunatissime ospitate dei parlamentati del cerchio magico di Casaleggio nei principali talk-show. Persino l'atto che si vorrebbe solenne come la richiesta di impeachment a Giorgio Napolitano, garante delle larghissime intese, è una mossa spettacolare: durante un incontro con i suoi parlamentari fu lo stesso Grillo a svelare la costruzione del frame: “È una finzione politica per far capire da che parte stiamo”, disse.

Questa guerra civile simulata offre occasioni inedite a chi si muove al di fuori dal bipolarismo spettacolare? Fino ad oggi così non è stato. La tensione virtuale è servita al contrario da sfogo nella pentola a pressione parlamentare. Ogni tanto l'acqua bolle, parte un fischio e si apre la valvola.

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