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La criminalizzazione della resistenza palestinese

Prigionieri politici e “prigionieri per ragioni di sicurezza”. I motivi degli scioperi della fame e un'intervista al fratello di Marwan Barghouti, leader della protesta.
Vittoria dei prigionieri politici palestinesi. Interrotto sciopero della fame
50 anni di occupazione, fino a quando?

Il 16 aprile scorso era stato annunciato lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. A dichiarare lo sciopero erano stati 700 prigionieri, ma le fila della protesta sono cresciute con il passare dei giorni, sino a superare i 1.500 detenuti nell’ultima settimana. Il primo carcere a scioperare era stato quello di Hadarim dove si trova tutt’ora rinchiuso Marwan Barghouti, condannato nel 2004 a 5 ergastoli con l’accusa di terrorismo. Marwan è oggi uno dei più popolari leader politici della Palestina, fortemente voluto dalla maggior parte del suo popolo come presidente del Paese al posto dell’attuale capo di stato Mahmoud Abbas. Appartenente al partito laico e moderato di Fatha, Barghouti è un personaggio gradito anche al movimento politico di Hamas, il movimento islamista palestinese. A differenza di Abbas, Marwan ha molte più credenziali per presentarsi come il leader che potrà raggiungere un compromesso politico con Hamas, una possibilità che da sempre rappresenta la peggiore delle ipotesi per il governo di Tel Aviv.

Dopo 41 giorni di sciopero e dopo una lunga notte di trattative nella prigione di Ashqelon, durata 20 ore, tra le autorità carcerarie e gli scioperanti, alla vigilia del mese di Ramadan, Israele ha dovuto accettare alcune delle richieste dei detenuti come la fine delle restrizioni sulle visite familiari e una maggior attenzione per i detenuti con problemi di salute. Cosa realmente sia accaduto in quei 41 giorni di sciopero, il più lungo e partecipato della storia della Palestina, è difficile da definire con esattezza. Solo Barghouti e Ahmad Sa’adat, il leader del Fronte di Liberazione Popolare, hanno avuto la possibilità di vedere i propri avvocati, che hanno riferito delle loro condizioni di salute in progressivo deterioramento.

Quel che è certo è che quest’ultimo sciopero ha visto la partecipazione, anche se esigua in alcuni casi, di esponenti di tutte le fazioni politiche: Fatah, Hamas, il PFLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina), il FDLP (Fronte Democratico di Liberazione della Palestina) e il Partito Popolare. Nel corso della storia dell’occupazione israeliana della Palestina, i prigionieri palestinesi hanno utilizzato a più riprese l’arma dello sciopero della fame come risposta alla violazione dei loro diritti da parte delle autorità israeliane. A partire dal 1968, anno in cui viene situato formalmente il primo sciopero della fame, ne sono seguiti oltre 25, tutti mossi dalle rivendicazioni più varie: la fine del regime d’isolamento e delle detenzioni amministrative, il miglioramento delle condizioni carcerarie e la concessione delle visite familiari.

Le condizioni delle carceri israeliane e le pratiche illegali attuate verso i prigionieri sono di diversa natura e sono diventate sempre più sistematiche e ordinarie a partire dalla seconda Intifada. I diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dalle convenzioni internazionali sono stati trasformati in privilegi che l’amministrazione penitenziaria può decidere di concedere o sottrarre. Le richieste di chi conduce uno sciopero della fame, oggi come in passato, possono variare l’oggetto della rivendicazione, ma sono, in tutti i casi, un riflesso di più vaste ingiustizie sociali e politiche. Qualche settimana fa, lo scrittore Ramzy Baroud ha pubblicato su Al Jazeera un’analisi dello sciopero della fame, allora in corso, puntualizzando come i prigionieri fossero la raffigurazione della vita di tutti i palestinesi, fuori dalle sbarre ma comunque intrappolati dietro un muro, un checkpoint, un campo profughi, a Gaza o nei villaggi in West Bank, o segregati nei quartieri di Gerusalemme Est, in attesa di essere lasciati entrare o lasciati uscire. Sempre in attesa di una decisione altrui.

Israele continua ad assoggettare i detenuti palestinesi a molte forme di violenza, come è stato ben documentato da organizzazioni per i diritti umani e dei diritti dei prigionieri, così come dalle lettere o testimonianze dei detenuti. Inoltre, Israele ha costruito quasi tutte le sue carceri all’interno dei propri confini, piuttosto che nei territori occupati. Questo comporta il trasferimento, illegale e forzato, di civili palestinesi al di fuori del loro spazio di legalità. In violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e dello Statuto di Roma, Israele ha quindi deportato detenuti palestinesi fuori dai territori occupati, in prigioni che si trovano nel proprio territorio, lo stesso territorio che la quasi totalità dei palestinesi della West Bank e di quelli nati dopo il 1948, non possono varcare. In più Israele nega o limita sistematicamente ed arbitrariamente le visite dei familiari. I detenuti sono soggetti a negligenza medica e ad abusi, così come a restrizioni nelle chiamate telefoniche, alla consultazione degli avvocati e alla disponibilità di libri e televisione. Gli abusi a cui i prigionieri palestinesi sono sottoposti devono essere considerati all’interno del contesto del progetto coloniale di Israele e dell’assoggettamento dell’intera popolazione palestinese sottoposta a differenti forme di violenza, compresa la perdita della terra, la distruzione delle case, l’espulsione e l’esilio.

È importante ricordare che da quando è iniziata l’occupazione israeliana nel 1967, Israele ha arrestato più di 800.000 palestinesi, circa il 20% della popolazione totale e il 40% della popolazione maschile. Questi numeri chiariscono, da soli, quanto gli arresti e le detenzioni siano un meccanismo utilizzato da Israele per controllare la popolazione mentre la espropria di quanto possiede, predisponendo il progetto coloniale israeliano secondo una stratificazione etnica sproporzionata e arbitraria.

Una delle procedure più discriminatorie delle autorità israeliane è quella che si cela dietro alla classificazione dei prigionieri politici palestinesi come “detenuti per ragioni di sicurezza”, una definizione che rende legalmente possibile sottometterli automaticamente a molte restrizioni. Questa caratterizzazione nega ai prigionieri palestinesi alcuni dei diritti e dei privilegi di cui godono i detenuti israeliani – persino quei pochi che sono etichettati come “prigionieri per ragioni di sicurezza” – comprese le visite a casa sotto sorveglianza, la possibilità di un rapido rilascio e la concessione di permessi. Il prigioniero per “ragioni di sicurezza” è colui che è stato condannato per aver commesso o per essere sospettato di voler commettere un atto di natura provocatoria o di oltraggio alla sicurezza per ragioni “nazionalistiche” ed etniche. La maggior parte dei prigionieri che rispondono a questa categoria sono palestinesi, tanto che tale definizione è diventata un codice di identificazione per i prigionieri palestinesi in generale. Applicata in maniera mirata e categorica, senza distinzione per i singoli casi, questa categorizzazione ha trasformato migliaia di palestinesi in un unico gruppo di soggetti pericolosi a pari livello, tanto da giustificare dei trattamenti “speciali” nei loro confronti: arresti brutali e violenti, divieto di incontrare un avvocato, torture e metodi di interrogazione illegali, arresti senza prove o processi adeguati, sentenze ineguali, condizioni di vita rigide, isolamento e prospettive misere di rilascio o libertà condizionata.

I detenuti amministrativi, i condannati a vita, i prigionieri accusati di organizzazione e partecipazione a manifestazioni o di essere stati parte attiva in movimenti politici dichiarati “illegali” dalle forze di occupazione e di pianificazione di attacchi suicidi: sono tutti “prigionieri per motivi di sicurezza” e di conseguenza delle minacce per lo stato dominante. Offuscare in questo modo l’essenza di determinati atti collettivi e individuali, affibbiando ad ognuno l’etichetta indelebile di “pericolo per la sicurezza”, non solo apre la strada ad abusi fisici e psicologici nei confronti di chi li compie, ma nega e rifiuta la loro matrice fortemente politica. La sintesi è una sola: non importa la si chiami resistenza, per lo Stato dominante è solo terrorismo e ciò basta a giustificarne l’eliminazione.

L’espressione “minaccia per la sicurezza” racchiude in sé due aspetti molto positivi per le autorità israeliane, soprattutto in relazione all’opinione pubblica: fa sì che i detenuti palestinesi vengano privati dei loro diritti fondamentali di prigionieri politici e allo stesso tempo depoliticizza le loro azioni e offusca le loro rivendicazioni. Quel che hanno in comune questi due aspetti è il rifiuto della soggettività del prigioniero, sia come individuo che merita uno specifico trattamento, sia come essere umano razionale che aspira a conquistare la propria libertà. L’esistenza politica palestinese viene desoggettivata tramite la categoria mistificatrice di “minaccia per la sicurezza”, il tutto per il bene dell’unico soggetto: il cittadino israeliano. In poche parole, la classificazione attuata dalle autorità detentive israeliane riflette il fatto che la lotta del popolo palestinese venga volutamente negata. Israele ha quindi stabilito un regime giuridico duale, una forma di apartheid giudiziario, che garantisce potenziale impunità per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, mentre, secondo il dipartimento di Stato, il tasso di condanna per i palestinesi nei tribunali militari è di circa il 90%.

Tra le migliaia di arrestati da parte delle forze di polizia israeliane, ci sono bambini, parlamentari, attivisti, giornalisti, accademici, esponenti politici, militanti e familiari dei detenuti. L'obiettivo è uno: seppellire le legittime aspirazioni di un’intero popolo. Ciò non è bastato a spegnere l'attitudine combattiva e il desiderio di emancipazione dei palestinesi, tant'è che le prigioni di Israele sono diventate la base di un duraturo movimento per l’autodeterminazione. Questa inversione della violenza, quella che i prigionieri praticano coscientemente sul proprio corpo attraverso gli scioperi della fame, emerge come uno delle ultime pratiche di opposizione alle varie forme di violenza dello Stato israeliano. I prigionieri non rimangono più destinatari impotenti di fronte alla violenza delle autorità, ma impongono violenza a loro stessi per imporre le proprie richieste. Lo sciopero della fame è quella forma di controllo che i prigionieri mantengono su loro stessi e l’unico spazio al di fuori dalla portata del potere statale. Sono proprio i detenuti con il loro corpo in sciopero a stravolgere il rapporto di violenza canonico, quello tra il soggetto carcerario e il prigioniero-oggetto, attraverso una riappropriazione del campo di autodeterminazione, sottrattogli da quello Stato che vorrebbe annichilirli del tutto.

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