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La cacciata di Lama, 40 anni dopo

17 febbraio 1977, il segretario della CGIL Luciano Lama, scortato dai servizi d'ordine del PCI, vorrebbe parlare a La Sapienza occupata per riportare ordine. Ma gli studenti non ci stanno... È il "movimento del '77"!

Sono passati quarant'anni dal 1977, da quella deflagrazione di energia e creatività rivoluzionaria, nota per lo più come “movimento del '77”, un'esplosione arrivata al culmine del lungo Sessantotto italiano. E come per ogni anniversario che si rispetti ecco arrivare speciali, inserti e memoriali. Ha cominciato la Repubblica con l'inserto culturale Robinson che proprio al '77 ha dedicato la sua copertina.

Con la speranza che il tempo annacqui i contenuti rivoluzionari e irriducibili dei movimenti italiani - che nei primi mesi del 1977 acquistarono caratteri propriamente insurrezionali in città come Roma, Milano e Bologna - ecco intellettuali e giornalisti fare i conti con la cattiva coscienza e la pessima memoria, e versare fiumi d'inchiostro di cui già conosciamo il contenuto. Da una parte la descrizione di una generazione di giovani dai sogni troppo grandi per essere realizzati, che hanno giocato con la rivoluzione per poi arrivare a più miti consigli; dall'altra le bestie sanguinarie dei terroristi, degli autonomi con le pistole in pugno, che accecati dall’ideologia hanno combattuto una guerra senza senso. Un'immagine bidimensiale e fuori da qualsiasi contesto storico, avulsa sia dalle vicende del Paese che dalla dimensione del conflitto sociale e di classe che si stava dispiegando.

Il 17 febbraio del 1977, oggi quarant'anni fa, la cacciata di Luciano Lama dall'Univesità la Sapienza di Roma. Un evento fondativo ed epico. Sono state scritte pagine bellissime di quella giornata, raccontata con passione dai protagonisti. “Lama Lama nessuno l'ama” cantavano gli indiani metropolitani, poco prima dello scoppio degli incidenti e l'assalto al palco del comizio da parte di studenti e collettivi. Il movimento cacciò in questo modo il servizio d'ordine del sindacato e del Pci, venuti a imporre il deserto dell'austerità e del compromesso storico anche nelle facoltà occupate. “Capelli corti generale ci parlò all'università dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce, ma non fumammo con lui non era venuto in pace . E a un dio fatti il culo non credere mai”, cantava Fabrizio De Andrè.

Il racconto di una battaglia campale che rappresentò il punto di rottura definitivo nel rapporto tra sinistra e movimenti sociali sovversivi. Da una parte il più grande Partito comunista d'Europa e il sindacato della classe operaia che vuole farsi Stato, gestire il potere e il salto produttivo capitalista; dall'altra un caleidoscopio di soggetti e istanze che non si sentono rappresentati da quella classe dirigente, che impone nuovi temi e bisogni, ma che soprattutto non vuole fare i sacrifici in nome dell'unità nazionale. Temi e parole sorprendentemente attuali: unità nazionale, sacrifici, austerità.

La sconfitta delle istanze rivoluzionarie, assieme all'idea di gestione socialdemocratica della crisi e della governance capitalista, segnano l'inizio dell'egemonia neoliberista in cui siamo ancora immersi. Una sconfitta comune che non segnerà però la ricucitura espressa nella battaglia della Sapienza. Al contrario, quel momento segnerà il punto di non ritorno tra Partito e Sindacato e i desideri di cambiamento dei nuovi soggetti del lavoro precario, dei giovani e delle donne. Fuori dal campo della sinistra storica, invece, hanno continuato a fiorire ininterrottamente esperimenti di autorganizzazione sociale che si sono moltiplicati fino a i nostri giorni.

E se proprio dobbiamo fare una riflessione utile all'oggi sul movimento del '77 - oltre alla necessità della costruzione di una memoria condivisa, antagonista e di parte – questa si rivolge alla necessità di ripensare “l'autonomia del sociale” in forme costituenti, produttive, moltitudinarie, capaci di costruire un'alternativa fuori dalla morsa dei populismi e della dittatura neoliberale. Dalle scuole ai quartieri, dagli ospedali ai luoghi del lavoro sociale, dalle filiere della produzione in rete ai distretti delle nuove forme di sfruttamento selvaggio, occorre reinventare quella creatività e quel protagonismo di massa che possa prefigurare i moderni soviet. Il contropotere che difenda i luoghi della decisione radicale e dell'organizzazione sociale autonoma. Non ci serve il feticcio dello scontro, o le cartoline dalla rivoluzione che non fu con cui giocare il risiko della rivolta virtuale, ma la forza dirompente dell'immaginazione che permette di organizzare l'altro mondo

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