MONDO

Iran: statue, petrolio e regime

Rûhani è ripartito, lasciando una buona messe di contratti all’industria manifatturiera italiana e all’Eni e alimentando involontariamente un pulviscolo di commenti sulle statue inscatolate – a fulgida testimonianza dell’insipienza del giornalismo italiano e dell’improvvido esibizionismo monumentale di Renzi: da Ponte Vecchio alla reggia di Caserta e, infine, ai Musei Capitolini e sotto le palle del cavallo di Marco Aurelio.

Qualche riflessione più politica, cui stampa e governo italiani sono piuttosto allergici, il nuovo corso iraniano però se la meriterebbe. La cagnara mediatica sulle statue censurate – a Roma, peraltro, non nei luoghi monumentali e nelle miniature iraniche, dove il nudo è tutt’altro che assente – offusca, a volte intenzionalmente, la portata non solo economica ma politica della visita di Rûhani in Europa dopo lo sdoganamento del suo paese con la fine delle sanzioni. Infatti, lo si voglia o no, il ruolo strategico contro Daesh dell’Iran e del fronte sciita da esso egemonizzato (Iraq, Hezbollah libanesi, esercito siriano a direzione alauita, aleviti turchi, zayditi dello Yemen) è stato riconosciuto a denti stretti dagli Usa e pompato strumentalmente dai russi, mentre di fatto in Siria si è realizzata una convergenza anche con i curdi sunniti e le minoranze cristiane e yazide della regione. In realtà il fronte curdo-sciita non si oppone soltanto al Daesh, ma anche alle altre potenze mediorientali: all’Arabia Saudita (stretta alleata sotto banco con Israele, in nome della comune ostilità all’Iran) e alla Turchia neo-ottomana.

Il fronte sunnita non è però compatto, perché l’antico scontro religioso è sovradeterminato da fattori “estrattivi” [vedi cartina sulla distribuzione dei giacimenti petroliferi], sociali e geopolitici di tutta evidenza, tanto che gli schieramenti non collimano con quello. Le controversie sull’oleodotto South Stream prevalgono sulla corretta discendenza califfale da Maometto. Turchia e Qatar sunniti hanno opzioni diverse riguardo ai Fratelli Musulmani e alle frazioni libiche, rispetto a Egitto e Arabia Saudita, la Turchia (un tempo) e oggi i sauditi hanno un asse, certo non religioso, con Israele e fanno lobbbying presso democratici e repubblicani Usa, i curdi in maggioranza sunniti seguono una logica nazionale laica e coltivano in Siria un’alleanza tattica simultanea con russi e americani, Daesh è ferocemente anti-sciita ma crea imbarazzo anche nel suo campo, ecc. Tuttavia al momento e a grandi linee, la lotta per l’egemonia in MO si veste di quei colori pseudo-religiosi, dopo la sconfitta o il declino di altre strategie comuniste, socialiste e baathiste.

In Iran la scissione sciita (la Shî’a è la “fazione” di Ali) dai califfati arabo e ottomano ha ricalcato una vocazione imperiale (multietnica) che risale ai pre-islamici Achemenidi e Sassanidi, anche se nelle sue varianti si è estesa a strati minoritari arabi. Quel fattore geopolitico è netto, permettendo un elevato livello di modernizzazione – secondo una logica efficientistica non ignota a esperienze puritane della storia occidentali. Proprio questo fattore, al di là della natura dal regime, che oscilla fra intollerabili forme autoritarie, tendenze neo-liberiste e vivaci pulsioni di una società civile molto più evoluta delle altre della regione, spinge a considerare l’Iran come una forza relativamente anti-imperialista e anti-fondamentalista nel caos mediorientale, l’unica che potrebbe infrangere il confuso disegno Usa di spargere il disordine per continuare a controllare gli equilibri e le pipelines. Una forza, oltre tutto, non riassorbibile dall’egemonia russa, un boccone troppo grosso e orgoglioso, insomma.

Tuttavia è il caso di spendere due parole anche sugli aspetti teologici del contrasto fra mondo sunnita e sciita all’interno dell’Islam, con lo stesso spirito con cui valutiamo realisticamente l’importanza delle correnti cristiane pur conoscendo i limiti “narcotici” di ogni religione.

A differenza dalla versione maggioritaria sunnita (da cui eccettuiamo solo le correnti sufi), la teologia sciita si segnala per il carattere profetico aperto: la tradizione non è chiusa con il Corano e i detti di Maometto (Hadîth), ma comprende una dimensione esoterica che può essere decifrata dalla catena dei 12 Imâm, l’ultimo dei quali si è occultato ma tornerà a manifestarsi alla fine dei tempi ristabilendo la giustizia. Queste “guide” spirituali (e in certa misura il clero organizzato nei suoi vertici) possono risolvere problemi nuovi e non semplicemente aggiornare le regole coraniche. L’intreccio fra gnosi, persecuzione dei giusti, esaltazione del martirio (non suicida) e ribellione profetica ha evidenti analogie con il millenarismo rivoluzionario cristiano, così come ben acclarata è la matrice neo-platonica di buona parte della teologia sciita e ancor più ismailita. Gli ultimi neo-platonici, espulsi da Giustiniano nel VI secolo, si erano rifugiati presso i Sassanidi e infiltreranno anche il sopravvenuto islam. Mentre la contaminazione tra filosofia araba e tradizione peripatetico-platonica si interrompe alla fine del XII secolo sunnita dopo la morte di Averroè e ibn Arabî, in ambito sciita si mantiene ben oltre Avicenna e viene legittimata misticamente nell’illuminazionismo dei secoli successivi. Il venerabile intelletto agente verrà ancora invocato nel XIX secolo nel fervore del movimento anticoloniale…

Infine, se non altro per il suo carattere minoritario in ambito islamico e per l’eterogeneità delle componenti formative, lo sciismo è assai più tollerante dei sunniti verso le minoranze religiose (quelle dotate di un Libro: cristiani, ebrei, zoroastriani, ma non il sincretismo Bahai), come accadeva in Siria e tuttora in Iran. Fra alti e bassi, certo, ma in forme di convivenza piuttosto sorprendenti per i tempi e per la regione.

Tornando sulla terra, l’Arabia Saudita sta perdendo su entrambi i fronti di scontro con l’Iran. Sul piano militare si è impaludata tanto nello Yemen quanto con i suoi inaffidabili alleati siriani, mentre la sua creatura prediletta, Daesh, si è autonomizzata. Il dumping petrolifero con cui intendeva mettere fuori mercato le risorse iraniane ha, per ora, danneggiato soprattutto la Russia e lo stesso suo alleato storico americano, sfasciando per di più il bilancio saudita e imponendo una stretta fiscale all’interno. Su entrambi i piani sono emersi contrasti e diffidenze con gli Usa, nonché danni gravi per l’economia mondiale che presto le verranno rinfacciati. La mossa sciagurata delle 42 esecuzioni, che doveva servire a dimostrare il suo impegno anti-terrorista e insieme a eliminare l’opposizione interna sciita, non è risultata né troppo felice né popolare all’estero. La battaglia congiunta Arabia-Israele per mantenere le sanzioni a Teheran si è risolta in una sconfitta.

Per altro verso, il tentativo della Turchia di sganciarsi dal sostegno all’Isis e liquidare il problema curdo, bloccando nel contempo l’intervento russo in Siria a favore di Assad, entra in contraddizione con le incerte strategie americane anti-Daesh, mentre l’uso ricattatorio dei profughi ha creato un ginepraio da cui non sembrano districarsi né la Ue, né la stessa Turchia. L’abbattimento provocatorio di un Mig russo ha praticamente messo fuori gioco lo spazio aereo nord-siriano per i velivoli Usa – bel regalo alla Nato! Quanto all’Isis, non ha mancato di rinfacciare l’abbandono dei passati favori con un micidiale attentato, stavolta non contro i curdi anatolici, ma contro il prezioso turismo. L’inaffidabilità del regime repressivo e persecutorio di Erdoğan finisce così per legittimare l’autoritarismo “affidabile” degli ayatollah.

Il problema ora è questo: fermo restando che Arabia e Turchia svolgono un ruolo negativo, quanto può reggere la contraddizione del “buon” Iran fra rilancio economico e geopolitico, da una parte, continuità teocratica dall’altra? Il fondamentalismo iraniano è in gran parte solo apparente e comunque vivacemente contrastato dalla società civile, ma quel doppio registro e la confusione fra poteri elettivi e clericali rischiano di compromettere (non solo sotto un’angolatura mediatica) la potenza espansiva, oltre la democrazia interna, del paese. Si tratta, su scala ridotta, dello stesso limite che impedisce alla Cina di diventare un vero polo mondiale. Solo il libero conflitto interno rende potenti – antica lezione machiavelliana!