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«Indipendenza significa più democrazia», il punto di vista della sinistra indipendentista catalana

Intervista ad Aina Tella, responsabile delle relazioni internazionali della CUP.
Video completo del dibattito: "La Catalogna dopo il referendum", con Maria Rovira, consigliera della CUP, Guido Caldiron, giornalista Il Manifesto, ed Elena Marisol Brandolini, corrispondente Il Fatto Quotidiano


Cosa è successo in Catalogna dal giorno dopo il referendum a oggi?

Le strade si sono riempite di manifestazioni e attività popolari per protestare contro la repressione che lo Stato spagnolo ha messo in pratica il giorno del voto, ma anche per proteggere il risultato del referendum.

Inoltre, c'è stato lo sciopero generale che era stato convocato diceci giorni prima del 3 ottobre, perché così richiede la legge, da tutti i sindacati più piccoli. Queste organizzazioni erano d'accordo a mantenere lo sciopero al di là del risultato del voto. Questo perché si sapeva che, per difendere la situazione politica in cui ci saremmo trovati, sarebbe stato necessario mantenere alta la mobilitazione sociale, far rimanere gli attori politici in strada e continuare le manifestazioni con la gente.

Lo sciopero generale del 3 ottobre ha avuto una partecipazione di massa. C'è stata moltissima gente non solo a Barcellona, nella mobilitazione centrale, ma anche nel resto della Catalogna, nei paesini e nelle città. Per tutta la giornata le vie principali sono state interrotte. Anche i piccoli esercizi commerciali sono rimasti chiusi. Le adesioni hanno sfiorato il 90%. Un successo molto forte per i sindacati che hanno indetto lo sciopero, ma anche per tutti gli attori politici che stanno sostenendo la mobilitazione per la difesa del referendum e contro la repressione dello Stato spagnolo.

Nel parlamento catalano, la componente indipendentista di sinistra, la CUP, è minoritaria rispetto a quella di centro-destra incarnata da Convergencia i Union. Le piazze di questi giorni riflettono quel rapporto di forza o pensate lo stiano modificando?

Secondo noi questo movimento indipendentista non è stato avviato dalla destra. La destra catalana, il centro-destra catalano, osservando che la partecipazione alle manifestazioni cresceva ogni anno ha deciso di entrare in questo processo, per evitare di scomparire. Così, alla fine, nel parlamento catalano si è formata questa maggioranza nel parlamento catalano tra centro-destra, centro-sinistra e sinistra (cioé la CUP, che ha 10 deputati su 135). La maggioranza è composta da 72 deputati che avevano come unico compromesso il referendum. Per il resto, ognuno ha il suo progetto politico. La sinistra, quindi, è stata sempre presente in questo processo, sia scendendo in strada, che facendo il lavoro istituzionale. Nonostante fossimo minoranza, siamo riusciti ad approvare delle leggi chiaramente di sinistra.

Inoltre, per questo referendum c'è stata una mobilitazione popolare molto forte per difendere il diritto a votare, sia nel giorno del voto, ma anche nei giorni precedenti, quando sono nate delle organizzazioni di base chiamate “Comitati per la difesa del referendum”. Questi comitati non avevano un colore politico speciale, ma è chiaro che si tratta di una forma di autorganizzazione che nasce dalla sinistra e che ci ricorda un po' il 1934, la Seconda Repubblica Spagnola. Anche allora erano stati creati simili esperimenti di comitati in difesa del voto. Per noi questo è un segno che tra la popolazione catalana la sinistra ha forza. La gente dà molto valore alla capacità di autorganizzazione. Ovviamente, c'è una parte conservatrice della società catalana, come in tutto il resto dell'Europa e del mondo, ma direi che, nonostante ciò, la forza della sinistra anticapitalista è particolare. Nella CUP sono presenti diverse componenti, dagli anarchici agli autonomi, dai comunisti ai socialisti, fino a persone che non avevano un'identità politica ben definita ma erano affascinate da un nuovo modo di fare politica, di una sinistra che vuole cambiare davvero le cose. Quindi, secondo noi, questo scenario di cambiamento, di opportunità di costruire qualcosa di nuovo ci aiuterà a essere più forti.

La repressione e le violenze ordinate dal governo spagnolo hanno in parte spostato il centro politico delle recenti vicende catalane dal tema dell'indipendenza a quello del diritto a decidere e della democrazia. Questo ha prodotto prese di posizione, dimostrazioni di solidarietà e manifestazioni ben più ampie del solo fronte indipendentista. Adesso che l'accento sta tornando sulla questione dell'indipendenza che tipo di reazioni vi aspettate nel resto della Spagna e d'Europa?

Per noi l'indipendenza significa tantissime cose. Il messaggio che vogliamo trasmettere è che l'indipendenza è innanzitutto l'opportunità di chiudere con la monarchia, che è la cosa più antidemocratica che possa esistere in un sistema politico. Perché nessuno può votare il re o il principe. Questa è la prima cosa che qualsiasi persona che si senta democratica o di sinistra dovrebbe capire: che è un'opportunità per mettere fine alla monarchia. Anche se per adesso questo progetto democratico è sviluppato soltanto in Catalogna, il contagio sarà brutale. Abbiamo sostenitori dei Paesi Baschi, della Galizia, di Madrid, dell'Andalucia, di tutte le parti della Spagna che ci hanno appoggiato e aiutato. Perché sanno che si tratta di un'opportunità per tutta la società spagnola. Il problema non è soltanto questa monarchia - che tra l'altro è la monarchia che il dittatore Franco ha messo al posto in cui si trova oggi - ma anche quello di un sistema politico corrotto, di un sistema giudiziario a servizio del governo spagnolo, di un sistema mediatico ferocemente manipolatore.

Noi diciamo sempre che siamo arrivati al punto in cui siamo attraverso una tripla crisi: la crisi economica, che ha vissuto tutta Europa e soprattutto l'Europa del Sud; la crisi democratica, delle persone escluse dal sistema politico e da cui è nato il 15M; la crisi del sistema politico spagnolo nato nel 1978 [anno della nuova costituzione, approvata tre anni dopo la morte di Francisco Franco, ndr] con questa monarchia, con questa non divisione dei poteri che impedisce di sviluppare una vera democrazia, con l'uccisione delle identità territoriali. Infatti, in questo ordinamento è stato deciso che una comunità autonoma avrebbe avuto più competenze delle altre, introducendo delle differenze tra i diversi popoli, senza alcun progetto di coesione sociale. Per noi l'indipendenza significa tutto questo, ma è anche l'opportunità di costruire qualcosa di diverso, un progetto che garantisca la partecipazione della base, perché nasce dal popolo e deve finire nel popolo, come sta succedendo ora.

Questa è un'opportunità non solo per la Spagna, ma per tutta l'Europa. Perché siamo in un'Europa in cui l'estrema destra ha molto potere, in cui i nazisti sono nel parlamento europeo, in cui i nazionalisti e i fascisti italiani, tedeschi, greci sono nei parlamenti nazionali. È questo il problema, il vero male. In Catalogna, invece, questo tipo di destra non ha alcuna rappresentanza parlamentare. Dovremmo quindi dire che il processo d'indipendenza è un processo di destra? No, al contrario. La sinistra, per fortuna, ha ottenuto il suo spazio politico e ciò rappresenta un'opportunità di cambiamento non solo a casa nostra, ma in tutta Europa. Per noi l'internazionalismo e la solidarietà internazionale hanno fatto parte di questo processo dal suo primo giorno. Perché vogliamo condividere questo progetto con gli altri, vogliamo costruire un'identità europea diversa, che venga dai popoli, dalla base. Per molti sembra un'utopia, ma noi stiamo iniziando a farlo. Sappiamo che non sarà facile, che abbiamo nemici forti davanti, come lo Stato spagnolo e l'Unione Europea. Ma vogliamo continuare a combattere per quello che crediamo sia giusto, per un popolo che vuole decidere autonomamente.

Nel libro “Catalogna indipendente. Le ragioni di una battaglia” viene descritta in maniera dettagliata l'idea di processo costituente che ha la CUP. Cioè di come, secondo voi, si dovrebbe arrivare alla scrittura di una nuova Costituzione femminista, ecologista e in cui siano costituzionalizzati i diritti sociali. Allo stesso tempo, viene fatto cenno a quelle altre forze indipendentiste, definite “radicali neoliberali”, che hanno tutt'altro progetto per il nuovo Stato. Concretamente, come pensate di riuscire a far prevalere il vostro progetto ispirato alla democrazia partecipativa e diretta contro quello di forze che al momento sono maggioritarie?

Si può fare soltanto avendo sempre più persone che partecipano a questo progetto, che deve essere scritto direttamente dalle persone. L'autorganizzazione popolare, per noi, è fondamentale: al momento si è data per la difesa del referendum, ma può valere anche per la difesa della Repubblica e per la definizione dei temi della prossima Costituzione. Per questo è fondamentale che siano mobilitati i lavoratori. Loro costituiscono la maggioranza della popolazione. È vero che non tutti sono necessariamente di sinistra, al di là di questo, però, hanno spesso problemi economici comuni. Noi dobbiamo trovare delle risposte a quei problemi, attraverso l'impegno di parti sempre più larghe della società. Se questo coinvolgimento funzionerà, riusciremo a imporre un progetto politico alternativo a quello della destra.

Ad esempio, noi lavoriamo moltissimo nei municipi. Il municipalismo per noi è fondamentale. Siamo una forza municipalista e crediamo nel potere locale, nella possibilità di costruire le alternative a livello locale. Tra un'elezione municipale e l'altra, la CUP è cresciuta molto, perché nei comuni dove governiamo o abbiamo rappresentanti nella maggioranza ci sono state esperienze politiche molto interessanti, che hanno cambiato le forme di partecipazione della popolazione, ma anche quelle di organizzazione economica del municipio. Quindi noi crediamo che questo cambiamento debba cominciare dai municipi, dalle comunità locali, procedendo poi verso l'alto, per coinvolgere tutto il Paese. Inoltre, noi lavoriamo molto sulla questione di un'identità comune, che riguarda la giustizia sociale, le forme di decisione sui territori. La destra, invece, non ha questo progetto: per loro l'unica identità comune sono i soldi.

Nelle dichiarazioni di ieri il presidente del governo catalano Puigdemont ha fatto delle prime aperture per cercare una mediazione. La CUP ha annunciato il voto per l'indipendenza per il prossimo lunedì. Proprio in queste ore, inoltre, è arrivata la notizia che la Corte Costituzionale ha bloccato la seduta del parlamento catalano di lunedì prossimo. Cosa vi aspettate che accada nei prossimi giorni?

Non possiamo fare alcuna previsione. Lo Stato spagnolo sa perfettamente cosa sta facendo, ma noi non possiamo dire quello che accadrà. Immaginiamo uno scenario strano, che la polizia spagnola o l'esercito occupino il parlamento catalano, ad esempio. Per impedire l'ingresso alle nostre deputate. Ma non possiamo saperlo con certezza. Quindi è fondamentale vedere come si svilupperanno gli avvenimenti e come avanzerà il processo.

La proposta di mediazione è un problema di cui siamo consapevoli. Il punto è che se non viene riconosciuto che questo è un conflitto, non è possibile che ci sia un terzo attore in campo a fare da mediatore. Inoltre, il governo catalano aspettava che l'Unione Europea aiutasse in qualche modo le istituzioni catalane, invece l'UE ha detto che si tratta di un problema interno allo Stato spagnolo. Quindi non possiamo aspettare che venga da loro il riconoscimento della Catalogna.

Per dire la verità: siamo un po' nei guai. Lo sappiamo e stiamo provando a trovare altre forme di riconoscimento. Anche parlando con le opposizioni di sinistra di molti parlamenti, affinché vedano che questa è una richiesta che viene dal popolo catalano, che il popolo catalano ha espresso democraticamente domenica scorsa, nonostante la repressione del governo spagnolo, e che democraticamente esprime da più di sette anni. Si tratta di un processo che non si può fermare perché è portato avanti da un popolo, non da un partito, un'istituzione o una persona. È vero che al suo interno ci sono tante persone diverse e con diverse visioni, ma la maggioranza di questo popolo si è espressa per fare il referendum e avere uno Stato proprio, o qualsiasi altra forma di organizzazione verrà decisa. Abbiamo veramente bisogno del riconoscimento di altri attori internazionali, perché se no, come dicevo, saremo veramente nei guai. Ma intanto continuiamo a lavorare per questo progetto.

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