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A proposito di Olimpiadi: il caso di Atene, tra speculazione e debito

I giochi olimpici in Grecia hanno segnato un'esplosione dei processi speculativi e un'impennata del debito pubblico. Sono in molti a pensare che le radici della crisi del paese affonderebbero anche nell'organizzazione delle Olimpiadi del 2004. Un caso utile da ricordare, mentre a Roma cresce il dibattito sulla candidatura ad ospitare i giochi olimpici del 2024. L'ennesimo "grande evento" che fa gola a governo e grandi industriali.

È noto come la politica dei “grandi eventi” si sia affermata in epoca neoliberista quale motore strategico per la pianificazione urbanistica. Se si escludono alcuni rari esempi positivi di città che in qualche maniera sono state capaci di rimodellare il proprio aspetto e ruolo in chiave post-industriale (Barcellona, Valencia, Marsiglia), negli ultimi trent’anni tale strategia ha generato solo una sfilza di fallimenti. Nel caso di Atene, addirittura, la politica dei grandi eventi ha anticipato i segnali di una catastrofe maggiore e, per alcuni versi, annunciata. Come si ricorderà, infatti, nel 2004 la capitale greca ha ospitato l’appuntamento sportivo dei Giochi Olimpici rincorrendo, con esso, la speranza del vanaglorioso sogno neoliberista per poi ritrovarsi, appena quattro anni dopo, stretta nella morsa dell’austerity. Le cause di una simile koloutoumba - letteralmente “capriola”, termine ab-usato dai media in occasione della resa di Tsipars alla Troika nell’estate scorsa - vengono da lontano. Vale la pena ripercorrerne alcune tappe.

La storia della moderna Atene comincia nel 1922 quando, in coincidenza con l’esodo dei rifugiati dall’Asia Minore, il nucleo originario della città si fonde con la zona portuale del Pireo, dando così origine alla cosiddetta Greater Athens. Oggi quest’area urbana si estende su una superficie di 2.928,717 km² nella regione dell’Attica, conta una popolazione di 3.475.000 abitanti ed è classificata la 98esima città più grande al mondo. In poco meno di un secolo, Atene è cresciuta in fretta e senza una visione d’insieme, assumendo la forma di una città compatta e le caratteristiche di una tipica “città mediterranea”. Similarmente ad altre città del Sud Europa, infatti, dal secondo dopoguerra in poi spontaneismo, abusivismo e informalità hanno guidato lo sviluppo della città sull’onda dei vari flussi di migrazione interna, di contro all’incapacità statuale di sostenere la nascita dei nuovi insediamenti abitativi e di drenare l’estrema frammentazione della proprietà terriera attraverso adeguate politiche urbane. A cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la Giunta militare pone fine all’era delle costruzioni illegali, alternando processi di legalizzazione a interventi di demolizione. In vista dell’integrazione del paese in Europa (1981), vengono emanati il Piano Guida per la Capitale (1979) e, successivamente, il primo Piano regolatore per Atene (1985), quest’ultimo ad opera del governo socialista del Pasok al fine di stabilizzare la popolazione, proteggere le aree rurali peri-urbane, preservare l’eredità architettonica e implementare una struttura metropolitana policentrica. Obiettivi rimasti lettera morta sul piano delle opere infrastrutturali pensate per la città, con il risultato di riprodurre la stessa debolezza statuale in materia di pianificazione urbana.

I decenni ’80 e ’90 sono largamente dominati da una prospettiva di de-industrializzazione della inner-city e, di conseguenza, dal tentativo di trasformare Atene in un centro internazionale del turismo, dei servizi e della cultura. Allo stesso tempo, il sopraggiunto crollo dei regimi comunisti sembra aprire nuove opportunità di competitività per la capitale dell’unico paese europeo situato nell’area geopolitica tra Mediterraneo e Oriente. Eppure, a fronte della mancanza di una forte tradizione industriale, tale prospettiva si rivela un altro buco nell’acqua. Sul piano urbanistico, invece, proprio in questo periodo hanno inizio processi di sprawl urbano da parte delle classi medio-alte in cerca di soluzioni abitative più omogenee. La fuga da un centro storico già degradato e la suburbanizzazione delle aree residenziali provocano la svalutazione delle proprietà immobiliari abbandonate che, a loro volta, diventano la dimora di nuovi residenti, nella fattispecie migranti provenienti dall’Est europeo (soprattutto albanesi) prima, fino ai flussi in entrata più recenti.

Di contro a un periodo segnato da una forte recessione economica globale, sull’onda di un grande entusiasmo tutto interno alla società greca, nel 1987 il governo ellenico avanza la candidatura, poi bocciata, per Atene quale sede per i Giochi Olimpici del 1996. Tale clima di euforia è accompagnato dalla speranza che i nuovi investimenti sarebbero serviti non solo a creare nuove infrastrutture urbane, ma a formare una forte élite economica greca. Questa prospettiva si salda definitivamente intorno alla nuova candidatura, questa volta accettata, del 2004.

La preparazione del “grande evento” si annuncia come una importante opportunità per superare l’esigua coerenza urbanistica di cui la città aveva sofferto fino a quel momento. Eppure, nonostante sia il governo centrale sia l’amministrazione locale prendano seriamente in considerazione la sfida della Olimpiadi, questo stesso limite compromette la creazione delle condizioni necessarie al potenziamento di politiche urbane su lungo termine. L’occasione per sfruttare i finanziamenti comunitari, i beni pubblici e le proprietà a vantaggio degli oligopoli politici e del capitale privato nel settore bancario, dei media e delle telecomunicazioni, dei trasporti e delle costruzioni, invece, non viene disattesa. Mentre i fondi provenienti dall’Eurozona compensano le limitazioni sopravvenute nel settore fiscale pubblico, la costituzione di organismi non governativi semi-autonomi (quangos) inaugura l’era delle grandi opere realizzate con capitale misto pubblico-privato.

Tra il 2000 e il 2004, Atene raggiunge il picco massimo del suo sconfinamento verso le circostanti zone agricole e naturali. Di fatto i grandi progetti olimpici si concentrano intorno a due polarità principali: 1) il già attivo Athens Olympic Sport Center nel nord della città, che aveva ospitato i Campionati Europei di Atletica nel 1982; 2) la Baia di Faliro, dove esisteva già un altro importante stadio, allo scopo di rigenerare la zona del porto e riaprire la città al mare. In più, la costruzione di un nuovo impianto sportivo, il Villaggio Olimpico di Ellenikò situato in un’area deprivata al limite nord di Atene, avrebbe permesso la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali pianificate negli anni ’70 e mai portate a termine. Alcuni di questi progetti, cofinanziati dall’Europa, erano già in corso d’opera quando Atene viene scelta per ospitare i Giochi Olimpici, così che altri interventi minori vengono poi ridotti e dirottati in parte nelle zone periurbane e nei quartieri di basso rango sociale, dove la disponibilità di spazio è maggiore e conveniente dal punto di vista economico. La modifica urbanistica viene motivata con il vantaggio sociale che queste opere avrebbero apportato ai quartieri cui erano destinate.

Senza contare che già nel 2004 il debito pubblico della Grecia si aggirava intorno al 98,9% del Pil, una percentuale quindi superiore al parametro del 60% stabilito dall’Europa per dichiarare lo stato di default, non sono stati posti né limiti né criteri di assegnazione ai finanziamenti a pioggia provenienti dall’UE e destinati alle grandi opere. Le aspettative pre-olimpiche di rilancio di Atene sono crollate sotto una realtà fatta di speculazione e di evasione fiscale. Anche l’investimento dei capitali privati non è mai decollato in maniera massiccia: relegati per la maggior parte alla sfera dei subappalti, piccoli proprietari e agenti immobiliari hanno approfittato della dispersione dei progetti per ottenere concessioni edilizie, l’estensione del credito privato e la tolleranza verso l’evasione fiscale e il lavoro nero. Di contro, l’idea che le Olimpiadi tornassero nel loro luogo originario ha alimentato una retorica sul ritrovato orgoglio nazionale che ha richiamato un consenso positivo e incontrato poca resistenza da parte dell’opinione pubblica. In nome del profitto, dell’investimento, del commercio e del turismo è stata realizata una campagna di svendita generalizzata del patrimonio pubblico fino ai prodotti culturali.

Nel complesso, i processi di pianificazione legati ai Giochi Olimpici del 2004 confermano e dimostrano ancora una volta le contraddizioni interne legate alla promozione del neoliberismo in Grecia. Queste stesse debolezze sistemiche sono esplose in tutta la loro virulenza nel periodo post-Olimpiadi per quel che concerne la gestione delle infrastrutture sportive, fino all’avvento drammatico della crisi economica. Spenta la torcia del grande evento, Atene si è prestata, suo malgrado, a laboratorio sociale per la sperimentazione delle politiche del debito attraverso l’attuazione di dispositivi normativi volti al controllo e alla sicurizzazione del territorio da una parte, e alla privatizzazione dello spazio pubblico dall’altra.

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