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A cosa è servito il processo mediatico contro le Ong che salvano le vite in mare?

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Sono servite sei settimane alle istituzioni per affermare quello che a molti sembrava ovvio: le Ong non sono colluse con i trafficanti di esseri umani libici e soprattutto non spartiscono nulla con gli scafisti. Semplicemente salvano vite che altrimenti sparirebbero, inghiottite nel Mediterraneo.

Come era prevedibile, la relazione della commissione Difesa del Senato, approvata all’unanimità, registra come le accuse mosse nei confronti delle Ong dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, al momento non hanno alcun riscontro.

Del resto, lo stesso Zuccaro ha ammesso che di prova non ce n'è neanche una. È ora che viene alla luce il vero obiettivo del processo squisitamente politico-mediatico, cavalcato soprattutto dal Movimento 5 stelle e dalle destre: insinuare il dubbio, screditare, agitare gli animi dell’opinione pubblica, ancora una volta, sul tema dei migranti ed in particolar modo su chi tenta, in assenza di risposte istituzionali al problema, di salvare le vite in mare.

Dall’assurda accusa di collusione con gli scafisti, l’operato delle organizzazioni umanitarie è uscito indenne anche alla prova della Commissione parlamentare, ma forse indebolito a livello pubblico. In tanti hanno denunciato che il vero obiettivo era proprio imbrigliare l’operato delle Ong e di chi presta soccorso ai migranti in mare.

E qualche risultato lo ha sortito. Nonostante la mancanza di prove, la relazione della Commissione chiede di regolamentare le missioni umanitarie, perché si ritiene inaccettabile l'esistenza di quelli che vengono chiamati “corridoi umanitari gestiti da privati”. Una definizione appena più elegante di quella di “taxi per clandestini”, che criminalizza chi i corridoi umanitari sta con fatica provando ad aprirli. La proposta – da verificare quanto compatibile con la normativa nazionale vigente – è quella della redazione di una sorta di “white list”, che permetta di operare in mare nei salvataggi solo a chi acconsentirà alla presenza a bordo di ufficiali di polizia e fornirà i nominativi di volontari e finanziatori (un altro modo per richiamare il complotto: la lista dei finanziatori delle Ong è per lo più pubblica). Si tratterebbe così di riportare l’operato delle Ong nella legalità, così come chiesto a gran voce dal candidato in pectore del M5s Luigi Di Maio.

Una botta al cerchio e una alla botte, insomma, ma dalla sostanza pesantissima: l’Europa e l’Italia si serviranno ancora delle navi di salvataggio delle Ong, senza le quali i morti in mare sarebbero molti di più, senza trovare una soluzione politica al tema dei canali umanitari e militarizzando di fatto l’operato di organizzazioni indipendenti.

Senza le Ong, ci si ritroverebbe a gestire un problema ancora più grande, a giustificare molti più morti in mare, salvo piangere lacrime di coccodrillo ad ogni naufragio che per i numeri fa più notizia, come accaduto il 3 ottobre del 2013, quando sulle coste di Lampedusa persero la vita 368 persone, uomini, donne e bambini.

Allora diciamolo chiaramente: in questo contesto, quelli che vengono chiamati “taxi del Mediterraneo” sono necessari. Sono necessari perché a fronte all’immobilismo, salvano vite umane. Con buona pace degli strali dei Salvini e dei Di Maio di turno che dovranno sforzarsi, questa volta con maggiore fantasia, di trovare un altro capro espiatorio.

Sono necessari perché ancora oggi, nel 2017, per scappare da guerre e carestie e sperare di avere un futuro ci si deve ancora imbarcare a forza su un gommone, rischiando la vita. Altro che le navi umanitarie, davvero colluso con scafisti e trafficanti è chi crea il mercato delle partenze della disperazione attraverso frontiere e confini, continuando a negare l'unica soluzione che in un colpo solo cancellerebbe morti in mare e trafficanti: corridoi umanitari sicuri per tutte le persone in viaggio.

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