editoriale

Verso l’apartheid

Miscelando pulsioni razziste da sfigati, suprematismo bianco, paura dei poveri e idiozia securitaria e finalizzando brillantemente il tutto alla propaganda elettorale, Salvini procede a grandi passi verso l’instaurazione di un quadro giuridico che legittimi la discriminazione etnica e sociale.

Facciamo una scelta, lasciamo cadere il dibattito, cui tanto si appassiona la stampa moderata e progressista, sullo sfondamento dell’1,6%: la difesa del rigore e dei suoi funzionari non ci pertiene e la sinistra si gioca su questo terreno e sullo smantellamento parziale della legge Fornero i suoi ultimi consensi, mentre Salvini  ostenta una relativa moderazione ed è pronto a trovare un compromesso con Mef ed Europa per portare a casa i voti di 3-400.000 pensionandi del Nord a scapito delle richieste pentastellate. Sorvoliamo sulle numerose campagne condotte da Lega o M5S o congiuntamente contro svariati nemici, che elenchiamo alla rinfusa: Francia, Lussemburgo, Tunisia, Commissione europea, Cei, donne abortiste e femministe, genitori separati, gay, intellettuali, vaccini, giornalisti, funzionari statali, corpi intermedi, accademici, copernicani. Lasciamo pure cadere il fatto che il reddito di cittadinanza è una mezza fregatura workfaristica e verrà finanziato con il contagocce.

 

Concentriamoci piuttosto sulla tendenza all’apartheid, che si articola mediante misure a costo zero e di facile successo sul piano del risentimento e della paura. Questo è il fronte più immediato e pericoloso, perché mira a costruire un senso comune discriminatorio sulla razza e sulla marginalità – un senso comune aggratis, che porta voti e non attira lo spread.

 

Anche se i singoli provvedimenti securitari e repressivi fatti in nome di un’emergenza inesistente (si tratti di criminalità o di immigrazione) possono sgonfiarsi e perdere appeal elettorale nel tempo medio e lungo, resta il fatto che sedimentano uno stile di governo autoritario tendenzialmente durevole – come ha ben concluso Marco Bascetta nella sua relazione al seminario di Euronomade a Passignano.

Prima con la restrizione della platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza ai soli italiani, poi con le misure discriminatorie e incostituzionali contenute nel poco urgente DL accorpato su sicurezza e migranti, la “coppia di fatto” Salvini-Di Maio stabilisce un doppio regime legale per cittadini italiani (e, obtorto collo, comunitari) ed extra-comunitari, garantendo solo ai primi i diritti pieni di cittadinanza (accesso ai servizi e all’assistenza, tutela in tutti i gradi di giudizio) che vengono erogati ai secondi in misura ridotta e revocabile oppure del tutto negati.

Qualche esempio (fondandosi sulle bozze di un DL approvato in CdM ma soggetto a ritocchi contrattati in sede di conversione). Chi ha ottenuto asilo o protezione, nel caso in cui commetta violenza sessuale, furto aggravato, detenzione e spaccio di droga, violenza a pubblico ufficiale (sanzionati solo in primo grado) perde ogni diritto – al contrario di quanto accade per gli italiani che si macchiano dei medesimi delitti ma attendono il terzo grado, fiduciosi nella prescrizione, e magari se ne vanno a comodi domiciliari. Per non parlare della “resistenza e offesa” accollata generosamente a qualsiasi manifestante o semplice fermato.

 

La protezione (sia politica che umanitaria) è revocata – ed è il caso più assurdo – anche se si rientra temporaneamente per qualsiasi motivo nel paese da cui (per qualsiasi motivo) si è fuggiti.

 

Perfino chi ha conseguito la cittadinanza, dopo un iter che si prevede ancora più lungo del presente (48 mesi invece di 24 per matrimonio e residenza) e dopo aver dimostrato di non avere, lui e i familiari conviventi, procedimenti amministrativi e giudiziari in corso né pendenze fiscali e di avere “condotta irreprensibile”, può vedersela revocata per condanna per terrorismo – ciò che non accade a terroristi e mafiosi nostrani, neppure ai bombaroli neri e di Capaci. Insomma, il migrante delinque potenzialmente per fattispecie di “tipo d’autore” e deve sempre stare in guardia, anche dopo anni, e “filare dritto”, senza farsi coinvolgere in proteste sediziose…

 

 

In via ordinaria sono abrogati i permessi di soggiorno per motivi umanitari, sostituiti con permessi (molto più restrittivi) per meriti civili, calamità naturali nei paesi di origine o per cure mediche: in attesa di una definizione del loro status tutti i migranti non ammessi ai Cara possono essere trattenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr ex-Cie) o in locali della Questure per tempi doppi di quelli attuali (da 3 a 6 mesi),  con modalità segregative e ridotte possibilità di gratuito patrocinio. Non soltanto è liquidato il sistema di accoglienza e integrazione Sprar, ma si instaura un meccanismo di detenzione amministrativa senza giudizio riservata ai non italiani. Insomma, questa è la vera “megavendetta”, ben più che gli sproloqui merdosi di Rocco Casalino.

 

A ciò si aggiungono pratiche locali di discriminazione particolarmente odiose un esempio per tutti, il rifiuto della refezione e le mense separate per i bambini delle famiglie migranti di Lodi, che non possono autocertificare il loro reddito (come gli italiani doc, che possono pure inventarsi le vaccinazioni) e tanto meno ottenere certificati consolari dai paesi da cui sono fuggiti.

 

Anche se non mancano le farneticazioni razziali e suprematiste (non caso il governatore della Lombardia aveva esaltato la “razza bianca” all’atto del suo insediamento), la discriminazione riguarda per lo più i migranti in quanto poveri e precari, tanto che alcune misure del calderone securitario Salvini colpiscono con incredibile durezza (fino a 4 anni di carcere) gli occupanti “abusivi” di case, che sono il parallelo dei “clandestini”, il volto misto (italiano e migrante) della povertà estrema e della marginalità. Qui davvero siamo all’eguaglianza, nel senso della vecchia battuta di Anatole France, per cui la legge fa divieto a ricchi e poveri, autoctoni e alieni, di dormire sotto i ponti e di occupare locali dismessi. Sul trattamento dei nomadi stendiamo un velo pietoso. Sono del pari aumentate spropositatamente le sanzioni per un tipico reato di manifestazione, il blocco stradale, equiparato a quello delle ferrovie – reato non a caso spesso associato alle occupazioni e ai cortei.

La differenziazione dei diritti configura un vero e proprio apartheid giuridico e socialmente rafforzato per i migranti in prima battuta, in seconda anche per gli italiani poveri, cui si applicano pene specifiche più elevate (qualora vengano sanzionati con maggiore asprezza reati tipici di marginalità) e misure amministrative non soggette a controllo giudiziario (Daspo sportivo esteso alla pericolosità sociale). Ciliegina sulla torta è infine la giustizia fai-da-te, anticipata dalla liberalizzazione della vendita delle armi e che culminerà con la revisione della legittima difesa, cioè sul diritto di sparare, con minimi controlli giudiziari a posteriori, su chiunque ti entri in casa, giardino o negozio. Con annessa fioritura di ronde e guardie private con licenza di uccidere.

 

 

Parafrasando e aggiustando una nota analisi di Étienne Balibar sulla “paura delle masse”, potremmo parlare oggi di una “paura dei poveri” – nelle due accezioni di genitivo soggettivo e oggettivo: i poveri e ancor più gli impoveriti di recente hanno paura dei più poveri e degli ultimi arrivati, i benestanti e gli apparati statali hanno paura di tutti i poveri, salvo a utilizzarli come massa di manovra per votare e linciare. La soluzione più semplice sarebbe separare due regimi istituzionali, magari utilizzando la linea del colore che imperfettamente coincide con quella di estrema vulnerabilità. Ma assai più funzionale e meno eversivo della Costituzione formale è puntare più che sulla segregazione dei poveri sulla loro divisione, come del resto si è sempre fatto distinguendo fra poveri “vergognosi” e sottomessi e poveri insolenti. Il regime discriminatorio vale non  per tutti i migranti ma per i “clandestini” (quindi una piccola parte viene riconosciuta e tenuta sotto ricatto e al minimo salariale, mentre gli altri sono sospinti a parole verso l’espulsione, nei fatti verso il lavoro nero e il caporalato), non per tutti i poveri italiani ma per quelli insubordinati, che occupano le case e violano per necessità la legge (per gli altri funziona o dovrebbe funzionare il reddito di inclusione o il futuribile reddito di cittadinanza). Così lo schieramento è spartito, litigioso e le quote di legalità oscillano secondo le esigenze produttive e le combinazioni politiche e governamentali. Anzi, aumentano i “clandestini” non espellibili e i “daspati” alle periferia delle città e del sistema, manodopera per lo sfruttamento selvaggio e la microcriminalità, combustibile per ogni emergenza e campagna elettorale. Siamo nell’Italia del cambiamento, mica in Metropolis di Fritz Lang!