ITALIA

Toni Negri 2.0: l’eredità politica nei movimenti del terzo millennio

Il filosofo ha animato dibattiti e progetti con generazioni di militanti. Attraverso seminari e riviste ha condiviso intuizioni, ma più di tutto ha continuato a fare domande

Avere vent’anni e incontrare Toni Negri ti faceva sentire parte di una cosa più grande, di una storia più lunga. È un’esperienza condivisa da generazioni di ragazze e ragazzi entrate nei movimenti dai ’90 in poi. A Parigi. Poi a Roma, Padova, Venezia, Bologna e in ogni città dove un collettivo era convinto che studiare e lottare fossero facce della stessa medaglia.

«La prima volta andai a cercarlo con Beppe Caccia in Francia, nel ’90. Teneva dei seminari nella libreria L’Hammatan, uno scantinato. Dentro c’erano esilio, fuga, passione militante. Fuori un teleobiettivo dei servizi. Noi ventenni gustavamo il sapore della cospirazione», racconta Luca Casarini, ex portavoce dei disobbedienti e ora attivista di Mediterranea. In quel periodo la casa parigina del filosofo è luogo di incontro per chi, finito il «lungo ’68 italiano», è alla ricerca di nuove forme della politica. Negri, che tutti chiamano Toni, disegna con i suoi interlocutori traiettorie possibili per ripartire sempre, anche nei momenti di crisi.

Quando nel ’97 decide di tornare in Italia sa che lo aspetta il carcere, ma spera di riaprire la battaglia sull’amnistia per gli anni ’70. Aveva visto emergere il precariato, ascoltato i racconti dei centri sociali, inedite «fabbriche» di organizzazione metropolitana. Aveva fiutato un nuovo movimento, che di lì a poco sarebbe esploso contro la globalizzazione neoliberista. Ottenuta la semilibertà dal carcere romano di Rebibbia riprende il filo di incontri e riviste, con i giovani più politicizzati.

«Teneva dei seminari, quasi carbonari, alla fondazione Basso e poi nella libera università nata in un teatro occupato, il Rialto. Noi ragazzi eravamo sempre emozionati. Questa esperienza ispirò i cicli di autoformazione organizzati per molto tempo alla Sapienza e nell’atelier autogestito Esc», dice Francesco Raparelli, docente di filosofia a Roma 3 e tra i fondatori dello spazio sociale sanlorenzino, dal 2004 casamatta negriana tra i vicoli di un’opposta tradizione autonoma: i Volsci.

«Venivo da una storia diversa, più di lui ho incontrato i giovani veneti e dopo romani per cui era un riferimento. Incontri sul terreno delle pratiche, della rappresentanza degli invisibili, con le tute bianche e poi i disobbedienti», ricorda Nunzio D’Erme, leader del movimento romano prima e dopo il G8 di Genova, poi consigliere capitolino, ora sindacalista Usb.

Nel primo decennio dei Duemila chi fa politica a sinistra dei partiti può essere negriano o anti-negriano, senza vie di mezzo. Nel primo caso – tra gli altri i centri sociali Pedro di Padova, Rivolta di Marghera, Tpo di Bologna – bisogna essere disposti a rispondere di tutto, comprese le scelte controverse del filosofo. Anche perché intorno al suo pensiero si coagula una spinta all’innovazione della teoria ma anche delle prassi. E dunque di nuove forme di conflitto e radicalità poco apprezzate dalle altre «aree di movimento». Il tema delle pratiche di piazza esplode al G8 di Genova, ma continua a provocare fratture anche dopo, riaprendo ferite di un’altra stagione.

«Dal 2000 per cinque o sei anni ci riuniamo nella sua casa romana – racconta Alberto De Nicola, ricercatore dell’università di Bologna e attivista di Esc e Dinamopress – Andavamo pieni di reverenza, ma lui ci riempiva di domande per conoscere le nuove tendenze sociali. Ci ha insegnato, attraverso l’inchiesta, a vedere al centro dei processi storici il soggetto antagonista, che il capitale è costretto a rincorrere».

Alla fine del 2001 Negri torna a varcare i cancelli della Sapienza per discutere di guerra con Alberto Asor Rosa e Luigi Ferrajoli, invitato dagli studenti di Sapienza Pirata. Quattro anni dopo esplode il movimento universitario contro la riforma Moratti, nel 2008 e 2010 quello dell’Onda. Con questa generazione si siede a immaginare come portare la battaglia sul lavoro e contro il lavoro fuori dai perimetri sindacali, tra precari e studenti.

«Incontro Toni per la prima volta in un seminario al Rivolta, nel 2009 a 17 anni, prima di un concerto dei 99 Posse. Rimango colpito dal fuoco con cui parla: torno a casa e cerco i suoi libri», dice Alberto Manconi. Attivista per la giustizia climatica, Manconi aggiunge: «Quando nasce Podemos sono in Spagna. Lui cerca me così giovane per discutere di populismo di sinistra e rapporti tra movimenti e partiti. Tempo dopo, nel marzo 2019, lo incontro a Bologna al primo sciopero per il clima. Nei Fridays vedeva speranze e ambiguità. Recentemente era preoccupato dalla mancata intersezione tra ecologismo e pacifismo. Il tema della guerra lo ha quasi ossessionato negli ultimi anni».

«Abbiamo condiviso le May Day milanesi e poi l’esperimento di Uninomade: uno straordinario laboratorio per calare la riflessione teorica nella prassi. La cifra di Toni – afferma Cristina Morini, filosofa – Il suo pensiero mi ha appassionato anche perché echeggiava le elaborazioni femministe: produzione e riproduzione sociale, femminilizzazione del lavoro, messa a valore della vita. Credo che Toni sia debitore verso il femminismo».

Negli ultimi anni Negri vive a Parigi dove continua a confrontarsi con attivisti che vanno a trovarlo dai quattro angoli del mondo. In luoghi formali, come il seminario Capitalisme cognitif con Carlo Vercellone e giovani ricercatori militanti, e informali, su tutti la sua casa.

«Non diceva mai: dovete fare così. Condivideva delle intuizioni, ma soprattutto chiedeva e ascoltava – racconta Francesco Brancaccio, ricercatore all’università Paris 8 – È stato molto affascinato dai gilets jaunes, dalle forme di fraternità nate alle rotonde, intorno ai fuochi. Voleva sapere come andavano le assemblee, leggere i volantini. Continuava a fare inchiesta anche da casa».

Articolo pubblicato su Il Manifesto. Immagine di copertina di un evento con Toni Negri a Esc Atelier, Roma