EUROPA

Svezia: l’onda nera si arresta

In Svezia le elezioni politiche del 13 settembre consegnano un risultato molto incerto; la ripartizione definitiva dei seggi è attesa a metà settimana, dopo il conteggio dei voti espressi in anticipo e di quelli esteri. Alcuni risultati meritano di essere commentati già ora: la sconfitta del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia, e quella dei Socialdemocratici, nonché le ambiguità della sinistra

Il giorno successivo alle elezioni il conteggio dei voti assegna 176 seggi al blocco rosso-verde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) e 173 seggi alla coalizione di centrodestra (Moderati, Democratici di Svezia, Cristianodemocratici e Liberali). Il risultato tuttavia non è definitivo, perché bisogna attendere lo spoglio dei voti espressi in anticipo (opzione molto diffusa, in Svezia) e di quelli esteri. Qualche considerazione tuttavia si può già fare, partendo dai risultati ottenuti, in un sistema strettamente proporzionale (con soglia di sbarramento al 4%), dai singoli partiti; risultati che, secondo gli esperti, i voti non ancora conteggiati non dovrebbero stravolgere.

Dopo l’agghiacciante risultato dell’AFD in Sassonia-Anhalt, non si può che partire dal messaggio incoraggiante che esce dalle elezioni svedesi: i Democratici di Svezia (SD), non solo non sfonda ulteriormente, ma – per la prima volta dal 2010, quando è entrato in parlamento – arretra, e di un non risibile 3%, scendendo al 17,6%. 

La discoteca, affittata dal partito suprematista e misogino nato alla fine degli anni Ottanta da gruppi neonazisti e guidato da Jimmie Åkesson dal 2005, per festeggiare la vittoria elettorale è rimasta malinconicamente vuota, la sera del 13 settembre. Sono svaniti i sogni di poter mantenere, anzi ampliare, la propria supremazia nel centrodestra e magari rivendicare addirittura il posto di primo ministro, i Moderati tornano a essere il primo partito della coalizione con il 19,9%. Gli SD arretrano persino nelle loro roccaforti, in Scania, e – altro dato positivo – calano vistosamente fra le e i giovani al primo voto.

Gli altri grandi sconfitti sono i Socialdemocratici, che, con il 28,1%, rimangono il primo partito, lo sono da oltre un secolo, ma, perdendo il 2,3%, registrano il peggior risultato della loro storia da quando è stato introdotto il suffragio universale (1921). 

I loro (potenziali) alleati crescono: + 1,5 per il Partito della sinistra che sale all’8,2%; + 1 per i Verdi, che festeggiano il miglior risultato di sempre, 6,1%; il Centro guadagna un modesto 0,3, attestandosi sul 7,1%. A zavorrare il centrosinistra è dunque proprio il partito a lungo egemone nella politica svedese e che fino a un paio di settimane fa nei sondaggi veleggiava con il vento in poppa, staccando di diversi punti gli avversari. Poi nelle rilevazioni è arrivato il tonfo, confermato dalle urne. 

Risultati preliminari a confronto con il 2022
Partito
2026 2022
Variazione
2026–2022
Socialdemokraterna
28,1%
30,3%
−2,3
Moderaterna
19,9%
19,1%
+0,8
Sverigedemokraterna
17,5%
20,5%
−3,0
Vänsterpartiet
8,2%
6,7%
+1,5
Centerpartiet
7,1%
6,7%
+0,3
Kristdemokraterna
6,2%
5,3%
+0,9
Miljöpartiet de gröna
6,1%
5,1%
+1,0
Liberalerna
5,4%
4,6%
+0,8

Il partito di Magdalena Andersson ha pagato una campagna elettorale schizofrenica: da una parte gridava al lupo «se vince la destra ci ritroveremo con dodici ministri dei Democratici di Svezia», dall’altra confermava la sua incapacità di attrarre l’elettorato con una pars construens, ossia un’alternativa convincente alle nefandezze compiute in questi quattro anni dal governo di destra. Un limite, questo, denunciato anche dalla corrente di sinistra del partito, i Riformisti. 

La Svezia dell’accoglienza e del Welfare universalistico è diventata una palestra di stigmatizzazione della povertà, testimoniata dall’ulteriore ridimensionamento delle misure di protezione sociale e dalla criminalizzazione dell’immigrazione, con misure che comprendono la sospensione temporanea dei diritti, l’espulsione anche di minori, la remigrazione (per ora retribuita – e nondimeno pur sempre volta a far sentire le persone migranti indesiderate –ma, nelle intenzioni degli SD, destinata a diventare coatta) e l’inasprimento delle pene anche per i giovanissimi. Per tacere dell’uso isterico delle etichette di filoputinismo e antisemitismo per silenziare il dissenso. 

I Socialdemocratici non avevano né la volontà né la credibilità per porsi come polo antagonista dell’agenda xenofoba e ultraliberista del governo, perché da anni attuano politiche di privatizzazione sfrenata e, in materia di politica penale e migratoria, hanno votato quasi sempre con la maggioranza. 

Dulcis in fundo, nel corso della campagna elettorale hanno alluso più volte alla loro disponibilità ad alleanze trasversali, arrivando a flirtare con i Cristianodemocratici: quanto di più lontano ci sia da un partito vagamente progressista. Per paura di perdere, rincorrono la destra, diventando sempre più indistinguibili dai loro avversari. Il buon risultato del Partito della sinistra e dei Verdi dovrebbe indurli a qualche riflessione.

A proposito di queste formazioni, va evidenziato come una settimana prima delle elezioni ci sia stata una grande manifestazione per il clima a Göteborg. Evidentemente i Verdi hanno raccolto questa spinta per la conversione ecologica, che è ormai radicata nel paese di Greta Thunberg, a dispetto del negazionismo climatico dei partiti di destra e del “disimpegno” sul tema anche dei Socialdemocratici e del Partito della sinistra.

Questa retromarcia è solo una delle note dolenti del Partito della sinistra guidato da Nooshi Dadgostar. Ci si può rallegrare per il suo successo nei sobborghi più difficili, come Rinkeby a Stoccolma e Rosengård a Malmö, ma non si può tacere che si è totalmente appiattito sul bellicismo imperante nel paese.

Dadgostar ha dichiarato che sarebbe disposta a morire per la patria, non ha mai messo in discussione le finalità e i limiti degli aiuti all’Ucraina e ha punito – per timore di essere tacciato di antisemitismo, se non di filoterrorismo – chi, nelle sue fila, si è spinto troppo oltre (!) nel sostegno alla Palestina. 

Da tempo Dadgostar ha posto una condizione ineludibile per appoggiare un governo socialdemocratico: ottenere un ministero; una richiesta che, dopo lustri e lustri di appoggio esterno, ha indubbiamente un senso, ma è stata criticata da una parte, minoritaria, delle e dei militanti perché ha focalizzato la campagna elettorale più su questo aut aut che su un programma condiviso con gli alleati. Tra questi, il Partito di centro ha espresso subito, in tono altrettanto ultimativo, la sua indisponibilità ad appoggiare un governo che includa il Partito della sinistra. Del resto, le due formazioni non hanno nulla in comune, se non il sostegno al riarmo….

Questa è la grana che Magdalena Andersson si troverà ad affrontare, ammesso che il blocco rossoverde si confermi vincitore delle elezioni. Riuscirà a mettere d’accordo i due alleati? O finirà per cercare voti a destra, perdendo così ogni residua credibilità? Oppure il primo ministro in carica, Ulf Kristersson, si assicurerà l’appoggio del partito ago della bilancia, quello di centro?

Pur valorizzando lo spiraglio di ottimismo che ci consegnano le elezioni svedesi – anche la marea nera è soggetta alla risacca – non ci si può nascondere che tanto con un nuovo governo di destra quanto con un governo a guida socialdemocratica a decidere la politica svedese sarà ancora il capitale. A meno che i movimenti sociali non allarghino la crepa apertasi nel muro del tecnocapitalismo fascista. E questo non vale solo per la Svezia. 

Immagine di copertina di Socialdemokrater via Flickr

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