approfondimenti
ITALIA
Referendum e movimenti: la fine del piano inclinato
L’esito del referendum rompe la narrazione dell’inevitabile e riapre il campo del possibile. Dentro questa incrinatura, i movimenti possono ridefinire, con coraggio ed energia rinnovati, la propria iniziativa. Le mobilitazioni in arrivo sono il primo interessante banco di prova di questa nuova fase
Il susseguirsi delle bottiglie stappate è il suono che ha caratterizzato il lungo pomeriggio di lunedì. Nei comitati per il No, nei centri sociali, nelle sedi associative, nelle piazze, nelle case attraversate da euforiche cene improvvisate: una sequenza di tappi che saltano, di “pop” che si rincorrono. Immaginarli uno dopo l’altro restituisce, forse meglio di qualsiasi dato, la misura di ciò che è accaduto: un turbinio diffuso, immenso, di piccoli botti concatenati per celebrare la vittoria.
Vale la pena trattenere questo suono. Segnala una sospensione della grammatica dell’“ormai” che per anni ha organizzato il racconto del presente. Per un momento, ciò che appariva dato – l’inarrestabile deriva autoritaria del governo italiano – si è incrinato.
L’esito del referendum produce uno scarto che va ben oltre il merito specifico del voto. Gli effetti politici del voto sono di larghissima scala. La vicenda Santanché, segnale inequivocabile del momento di crisi che attraversa l’esecutivo, è il sintomo più evidente di una traccia profonda. Nel nuovo scenario politico post-referendum si apre uno spazio nuovo, per certi versi inedito, per i movimenti sociali.
Oltre l’immagine del piano inclinato
Per almeno un decennio, l’ascesa e il consolidamento delle destre sono stati letti attraverso la lente della deriva progressiva e inevitabile. Col tempo, questa interpretazione si è irrigidita in una vera e propria grammatica dell’“ormai”: non si torna indietro, non c’è spazio. Questo slittamento ha inciso, in alcune fasi, anche sulla postura dei movimenti e del pensiero critico. Nell’ultimo anno non sono certo mancate mobilitazioni ampie, radicali e diffuse, capaci di sperimentare pratiche moltitudine e registri inediti. E tuttavia, spesso si è trattato di fiammate notevoli, ma che, nonostante l’intuizione politica e la generosità di chi le ha costruite e attraversate, hanno inciso solo parzialmente sul clima complessivo. Più in generale, veniamo da un lungo periodo in cui – pur tra differenze ed eccezioni – abbiamo alimentato un registro politico orientato più dall’indignazione che dalla ricerca di nuove possibilità e punti di rottura.
L’attuale congiuntura politica è stata lungamente rappresentata – anche all’interno di molti contesti di movimento – come un piano inclinato che conduce inevitabilmente al baratro. L’esito referendario, insieme alla mobilitazione diffusa che lo ha reso possibile, suggerisce una via di fuga da questa rappresentazione. Mostra, in maniera plastica, come i rapporti di forza non siano dati una volta per tutte – neanche nell’attuale terribile congiuntura globale – e riapre, con decisione, il campo della possibilità.
Uno spazio da abitare con coraggio
Prendere sul serio questa incrinatura non significa rovesciare il determinismo in euforia. La tendenza profonda – il regime globale di guerra – spaventa, inquieta, spiazza. Ciò che cambia è il modo in cui possiamo leggere la traiettoria di questa tendenza: non più come una traccia lineare e irreversibile, ma come un percorso inquieto, a suo modo fragile, attraversato da ambivalenze, passaggi a vuoto, crisi improvvise e potenzialmente radicali. Non si tratta di negare la forza delle destre globali e nazionali, ma di sottrarsi dalla retorica dell’inevitabilità, accumulare energia collettiva e immaginare nuove, entusiasmanti vittorie.
Su questo crinale, il passaggio referendario può produrre effetti che vanno oltre l’immediato. È, tra le molte altre cose, un’enorme occasione per liberarsi collettivamente dalla grammatica dell’“ormai”.
L’eco dei tappi che saltano – dolce residuo sonoro di una vittoria collettiva – a salutare la vittoria può diventare una traccia da seguire, un invito ad attraversare con più coraggio e fiducia le mobilitazioni alle porte. Si apre uno spazio politico potenzialmente di ampissima portata, capace di produrre effetti reali – qui e ora – e trasformativi nel medio periodo, che può avere l’ambizione di incidere anche sulla tendenza generale. Le prossime tappe sono all’orizzonte: le mobilitazioni “No Kings” del 27 e 28 marzo, le iniziative transfemministe contro il ddl Bongiorno, la ripartenza della Flotilla e le moltissime piazze in programma nelle prossime settimane possono straripare di energie e desideri.
Sottraendosi all’automatismo del declino, è possibile incidere – anche in modo radicale– sugli attuali rapporti di forza. Non c’è, ovviamente, alcuna garanzia di risultato. Ma proprio l’assenza di un esito predeterminato può diventare la condizione politica da abitare consapevolmente: è dentro questo spazio aperto da referendum, ancora instabile ma non più sigillato, che i movimenti possono sperimentare, con lenti e posture nuove, la propria inedita capacità di incidere nella realtà e trasformarla.
La copertina è di 内閣広報室, fonte: wikicommons
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