editoriale

Novembre 1921: la Patagonia Rebelde

Tra il 1920 e il 1921 una ondata di rivolte, scioperi e lotte trasformò la immensa Patagonia in uno scenario inedito della lotta di classe

Pochi anni dopo la Rivoluzione Russa, migliaia di braccianti, operai, indigeni si organizzano contro lo sfruttamento e l’ingiustizia: lavoratori argentini ed immigrati cileni, spagnoli ed italiani formarono sindacati, sperimentarono forme di mutualismo, occuparono le terre e si riappropriarono della ricchezza da loro prodotta. In centinaia furono arrestati, deportati, infine repressi e fucilati. Ma la ribellione in Patagonia non è mai finita.

Ripercorriamo il filo rosso della rivolta nella Patagonia rebelde, dal titolo del bellissimo libro (da cui è stato tratto l’omonimo film di Hector Olivera) scritto da Osvaldo Bayer, che racconta quei fatti dimenticati dalla storia ufficiale, facendo vivere l’epopea collettiva di una moltitudine meticcia di rivoltosi proletari. Siamo nel 1920, pochi decenni dopo il genocidio degli indigeni portato avanti per conto del governo dal generale Roca con la cosiddetta “Conquista del deserto” di fine Ottocento: in pochi decenni lo Stato Argentino espande la sua frontiera a sud, dove vivevano da migliaia di anni diverse popolazioni indigene, mettendo in atto un vero e proprio massacro genocida razzista che portò all’appropriazione delle immense terre che si estendono per migliaia di chilometri dal sud della capitale fino alla Terra del Fuoco. Poche famiglie di latifondisti possiedono (ancora oggi) immense tenute espropriate con la violenza alle popolazioni indigene: famiglie di oligarchi argentini (oggi presenti nei cda delle più grandi imprese del paese e nei posti chiave dei ministeri del governo Macri) e multinazionali straniere, tra cui Lewis e Benetton, che si arricchiscono devastando e sfruttando la terra e le risorse naturali.

Dopo il genocidio del generale Roca, ripercorriamo filo rosso delle storie subalterne nella Patagonia ribelle per poi arrivare, attraverso le testimonianze da Esquel di Osvaldo Bayer nel 1958 fino all’attuale conflitto mapuche. Un filo rosso di rivolta, scioperi e lotte anticapitaliste represso ieri come oggi in nome dell’accumulazione di terra e ricchezze nelle mani di pochi. Una epopea ancora viva di resistenza al colonialismo interno, al potere della finanza e al genocidio, assi fondamentali dell’espansione capitalistica nel sud dell’Argentina e del Cile attraverso la violenta appropriazione di terre indigene dove da oltre cento anni i mapuche resistono e rilanciano la lotta perché, come ha affermato in questi giorni la portavoce indigena mapuche Moira Millan “esistiamo e viviamo in queste terre da ben prima che si formassero gli stati nazione”.

A partire dall’agosto del 1920 la fine della prima guerra mondiale e il crollo del prezzo della lana contribuiscono alla crisi in Patagonia: i lavoratori agricoli, braccianti e contadini, minatori, lavoratori portuali e operai delle fabbriche tessili della Patagonia lanciano uno sciopero per chiedere il riconoscimento del sindacato, aumenti salariali, giornata di lavoro non oltre le dieci ore, giorno di riposo settimanale. I padroni e lo Stato considerano queste richieste una insopportabile ribellione: comincia così la repressione poliziesca che però non ferma la rivolta. Atti di insubordinazione si estendono, nuove pratiche di sciopero, occupazione e riappropriazione nelle terre nelle diverse estancias dei latifondisti e delle compagnie inglesi si espandono dalla immense campagne fino ai porti e alle fabbriche tessili. Una moltitudine di peones, gauchos dalla pelle tagliata dal vento, bandoleros e sindacalisti anarchici (tra cui l’anarchico italiano El Toscano e il dirigente spagnolo El Loco) tengono sotto scacco la polizia e i padroni per più di un anno.

Gli accordi salariali raggiunti con la mediazione di una azione armata e repressiva, ma che si concluse con accordi tra scioperanti e padroni, gestita dell’inviato del governo a capo dell’esercito argentino Varela, non vengono rispettati dai padroni. Nell’agosto del 1921 riparte la lotta ed aumenta di intensità fino al 5 novembre del 1921 quando la città di Rio Gallegos è completamente bloccata da uno sciopero generale. La Società Rurale (organizzazione dei latifondisti e proprietari terrieri, il cui attuale segretario è stato appena nominato ministro dell’Agricoltura del governo Macri) assieme alla Lega Patriottica (specie di organizzazione paramilitare al servizio dei padroni, armata ed utilizzata per disperdere manifestazioni, intimidire e colpire sindacalisti e scioperanti) chiedono l’intervento del governo centrale e la mano dura per mettere fine allo sciopero. Il presidente invia l’esercito per reprimere la rivolta con l’ordine di fucilare i ribelli che vengono brutalmente assassinati dall’esercito: la ricostruzione storica di Bayer ci racconta di come anche i contadini che si arrendevano furono fucilati, mentre centinaia di uomini disarmati furono uccisi dalla polizia e dall’esercito mandato da Buenos Aires, con a capo ancora una volta Varela (poi ucciso a Buenos Aires, due anni dopo, da un anarchico tedesco che voleva vendicare i morti della Patagonia), per mettere fine in maniera tragica alla rivolta patagonica. Un finale tragico che si consuma tra l’11 novembre, quando fu fucilato il primo gruppo di ribelli, e il 22 di dicembre quando cadde l’ultimo gruppo di rivoltosi fucilati dal primo governo democraticamente eletto (solo da votanti uomini) nella storia dell’Argentina, dovuto alla repressione dell’esercito e all’isolamento del movimento anarchico, assieme all’incapacità di stabilire una duratura alleanza con i movimenti operai nella capitale.

Nel 1958 Osvaldo Bayer si reca in Patagonia come giornalista, ma viene licenziato quasi subito per questioni politiche. Osvaldo decide di rimanere ad Esquel e fondare un foglio di agitazione politica anarchica che uscirà tra dicembre del 1958 e aprile del 1959: nonostante il breve periodo “La Chispa”, il cui sottotitolo emblematico “Contro la fame, contro il latifondo, contro l’ingiustizia” è abbastanza esplicito, diventa un foglio di agitazione importante ed un prezioso documento storico e politico per noi oggi. Poche settimane fa è stato pubblicato un libro, curato dallo storico Bruno Napoli, che raccoglie tutti i numeri del giornale. Apprendiamo così che il 24 gennaio 1959 sul quindicinale “La Chispa” (come vediamo nell’immagine) appare un appello alla risoluzione del problema delle terre di Cushamen, dove Rafael Nahuelquir, indigeno mapuche ed abitante del lotto 640, aveva ottenuto per legge il territorio indigeno della Colonia Cushamen dove si trova la Estancia Leleque (oggi di proprietà di Benetton, e sede di una caserma della Gendarmeria argentina da cui è partita l’operazione repressiva del 1 agosto 2017 dove è stato desaparecido Santiago Maldonado).

Bayer denuncia le operazioni illegali che portarono al furto della terra indigena da parte di commercianti e terratenenti bianchi della zona, interessandosi della problematica di quel territorio mapuche entrerà poi a far parte dei latifondi di Benetton. Si tratta infatti proprio dello stesso territorio conteso oggi dai mapuche, in parte recuperato dalle comunità in lotta, dove è stato desaparecido e ucciso Santiago Maldonado, nelle terre della comunità in resistenza Pu Lof Cushamen, durante la repressione della Gendarmeria guidata dal capo di gabinetto del ministro Bullrich, una delle famiglie di terratenenti della Patagonia, lo scorso 1 agosto 2017. Fatti diventati tragicamente noti per la desapariciòn e la morte di Santiago, avvenuti pochi mesi dopo la violentissima (tanto violenta quanto oscurata dai media) repressione di gennaio, con armi da fuoco, case degli abitanti mapuche incendiate, terrore contro i bambini della comunità. Dopo oltre cento anni si intensifica l’usurpazione delle terre della Patagonia, e ricostruendo le linee delle storie subalterne possiamo connettere il tragico finale della rivolta del novembre del 1921 ai fatti di oggi, per non dimenticare quei nomi e quei volti, quegli uomini e quelle donne. Ma anche per ricordare che quasi cento anni dopo quel massacro, continua la lotta per la riappropriazione delle terre, per rivendicare altri modi di vita, per difendere i corpi e il territorio dalla violenza e dallo sfruttamento del capitale.