ROMA

Notizie da Pietralata

La tragedia di Pietralata non può suscitare solo pietà ma riflessioni sulla solitudine e la sofferenza che derivano da un welfare insufficiente, che delega ogni assistenza alle famiglie, e soprattutto alle donne, lasciate sole

La Storia abita l’Occidente e soltanto l’Occidente. Ce l’ha spiegato Galli della Loggia e ne ha fatto obbligo didattico Valditara con le linee guida per l’insegnamento della storia.

E abitano qui, nell’happy West, la Grande Storia e la piccola storia. La Grande Storia se ne sta accucciata, per il terribile caldo, nelle stanze e nei cortili del Potere adattandosi alle dimensioni locali. Vannacci, Delmastro Delle Vedove e le Cinque Forchette, Sigfrido Ranucci,  Valterino Lavitola, Calenda l’intervistato di professione. Lo Spirito del Mondo che aveva cavalcato a Jena sotto le finestre di Hegel, ora si limita a montare stagiste ed elefanti, a scacazzare sui prati woke e a nutrirsi alternativamente di bistecche d’Italia e di crudités de la mer. Questo ci ha ingolfato occhi e orecchie per tutta la stagione estiva mentre il mondo bruciava per il clima in attesa di farlo per la guerra.

E poi c’è la piccola storia quotidiana, umile e feroce, che scorre via sotto i titoloni e però ci sfiora i vestiti e proprio qui a Roma abbiamo la capitale storica e letteraria (da Pasolini a Morante e Moravia) di questa non-storia dell’umanità offesa: Pietralata.

Così che la notizia del giorno, il segno dei tempi, non è la baruffa su primarie sì – primarie no, ballottaggio fra il 40 e il 42%, i reconditi significati dell’articolo di Conte contro il woke e delle malattie esternate di Franceschini, gli orrori o meraviglie dei borghi nostrani, bensì la straziante storia che sottostà all’omicidio-suicidio dell’intera famiglia Ambasciano-Pambianco (marito, moglie, bambina disabile e cane) a Pietralata, via dell’Antracite.

Molti di noi hanno sperimentato la solitudine e la sofferenza di assistere un genitore declinante, consapevoli all’improvviso che anche noi, più prima che poi, diverremo oggetto della compassione e delle cure che si tributano a chi sta a fine corsa. Il caregiver parentale si separa per breve tempo in certa misura dal mondo e coltiva ogni tipo di frustrazione, ansia e senso di colpa. I semplici e divertiti gesti con cui avevamo accudito a figli/e e nipoti – il cambio dei pannolini, l’imboccamento, i bagnetti, il racconto sonnifero delle favole – li replichiamo con imbarazzo e fatica, ormai anche noi non più giovani, per genitori non più autosufficienti. Ben più grava insolita era la situazione di Luca e Valentina, che si sono trovati ad assistere la figlia Bianca, gravemente disabile sin dalla nascita, per cinque anni. Un impegno difficile, per tutta la vita, con l’angoscia di lasciarla sola dopo di loro. Sentendo di subire un’ingiustizia per una creatura nuova e non chi fisiologicamente era comunque destinato alla morte dopo un percorso autonomo felice o infelice.

Un salto di scala che spiega anche la ricerca irrazionale di soluzioni miracolose per cui abbondano guaritori a caro prezzo, che certamente, insieme ai cravattari, hanno contribuito al graduale esaurimento delle risorse di una famiglia piccolo borghese, precipitata rapidamente sotto la soglia di povertà.

La conclusione è stata un gesto estremo e unilaterale, che ha inevitabilmente diviso l’opinione pubblica fra sbigottita comprensione e chi parla di disabilicidio. Ma davanti a questo omicidio-suicidio un giudizio è davvero difficile e non ci sentiamo di darlo.

Sappiamo che i servizi sociali hanno fatto quel poco che il magro welfare comunale consentiva e che esistevano parenti e vicini di casa. Tuttavia parte della tragedia era rinchiudersi su essa (l’irreparabile dolore assomiglia per parodia alla piena felicità) e, quando i genitori hanno lasciato scritto «da soli non possiamo farcela», non era più una richiesta di aiuto ma la motivazione postuma di un omicidio-suicidio.

Tocca in qualche modo a noi, estranei e sopravvissuti/e, farci carico di una sofferenza e di una solitudine di cui padre e madre sono stati vittime quanto la bambina e il cane Teo cui tanto era affezionata e forse era il maggior tramite con il mondo esterno. Le famiglie con figli e figlie disabili in tutte le loro differenze sono molte e il welfare locale, tanto quanto il servizio sanitario nazionale, sono notoriamente molto al di sotto del livello minimo necessario e degli standard europei, anzi sono definanziati giorno dopo giorno e ridotti alla pura assistenza farmacologica. Lasciarne la gestione esclusivamente alle famiglie interessate, anche se queste lo desiderassero (e non sempre lo è) significa estendere il dolore e l’impotenza ai congiunti – costringendoli, per esempio, a rinunciare al lavoro, cioè a reddito e socializzazione. E al 99% è la donna a “rinunciare”.

Il solo e parzialissimo sostegno economico (250 milioni annui per tutti i caregiver familiari, in una popolazione che invecchia rapidamente) non toccherebbe la produzione di solitudine  che accompagna la “familiarizzazione” – servirebbe almeno, come si comincia a richiedere in Francia, un sistema di congedi parentali retribuiti che eviti l’abbandono secco della professione e la dissoluzione della rete di relazioni sociali. La cura non può diventare isolamento del curante e del curato, ripiegamento materiale e affettivo su un dolore condiviso, anticamera dell’autodistruzione.

Via dell’Antracite, Pietralata, non è solo simbolo di un caso particolarmente doloroso ma indica una condizione sociale meno drammatica ma più diffusa, in cui il nucleo familiare esplode, magari senza il frastuono mediatico della cronaca. Ha a che fare con la solitudine molecolare di una società stremata, quando il prendersi cura, invece di costruire un tessuto relazionale, acuisce all’estremo il disagio, annienta ogni progetto di riscatto e sopravvivenza. La cura, come l’amore, può uccidere se, in entrambe le situazioni, il loro esercizio configura una pretesa di possesso e di potere.

Immagine di copertina da Wikicommons

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