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MONDO

Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA

A fine febbraio una riunione dei principali partiti e movimenti curdi in Iran ha dato vita a una coalizione parziale, con un programma abbozzato e in un contesto drammatico, segnato dalle minacce del regime di Teheran e dall’aggressione israelo-americana, che ha coinvolto anche le loro basi nel Kurdistan irakeno

Nel cuore delle montagne del Rojhelat, l’Est del Kurdistan, tra le vette e i villaggi inerpicati sulla catena dello Zagros, la politica curda si muove su un filo sottile, sospesa tra aspirazioni di autonomia e realtà di guerra. La nascita della Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano, nota anche come «Kurdistan Alliance», rappresenta l’ultimo tentativo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran.

La coalizione di fine febbraio

L’annuncio è arrivato in una mattina di fine febbraio, da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno, come a sottolineare la delicatezza della mossa. Una scelta che non è passata inosservata: il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) ha subito preso le distanze, ribadendo di non permettere che il suo territorio diventi minaccia per Paesi vicini. Un messaggio chiaro, riferito indirettamente a Teheran e un segnale della complessità dei rapporti tra il Kurdistan del Sud e i movimenti curdi dell’Iran. Nel settembre 2023, un accordo di sicurezza tra Erbil, Baghdad e Teheran, firmato sotto la minaccia di un’invasione, aveva costretto quasi tutti i partiti curdi iraniani con base nella regione del Kurdistan al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra.

La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una delle fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il documento che li unisce richiama principi ambiziosi: autodeterminazione curda, diritti politici e civili e un Iran democratico, decentralizzato e laico. Ma la sostanza operativa è tutta da verificare.

La coalizione è nata da un organismo preesistente noto come Centro per il Dialogo e la Cooperazione, un forum in cui sette partiti curdi iraniani si incontravano da circa otto-nove mesi. Tale organismo funzionava essenzialmente come uno spazio consultivo: i partiti si riunivano, occasionalmente rilasciavano dichiarazioni congiunte, ma non aveva alcun potere decisionale. Le azioni più forti intraprese fino a oggi consistevano nella proclamazione di alcuni scioperi nelle aree curde. Un risultato positivo, considerando che le organizzazioni in questione hanno alle spalle una lunga storia di conflitti interni.

La nuova coalizione rappresenta un tentativo di elevare questo assetto a qualcosa di politicamente più vincolante. Due dei sette partiti originari hanno rifiutato l’adesione: la fazione di Komala guidata da Abdullah Mohtadi, residente negli Stati Uniti ma con un vice-leader operativo a Sulaymaniyah, e il Komala Communist Party of Kurdistan, che contestano la vaghezza delle proposte e l’assenza di un piano concreto di implementazione.

Limiti numerici e programmatici

Il testo che accompagna la nascita della coalizione parte da un assunto: il movimento politico curdo ha avuto negli ultimi cento anni diverse occasioni per ottenere la propria libertà, ha lottato per essa, eppure non è riuscito ad ottenerla. Da qui, un’assunzione di responsabilità: «Sebbene la ragione principale di questo fallimento sia stata di natura geopolitica, regionale e internazionale, non possiamo ignorare l’assenza di un discorso condiviso e di una strategia di lotta congiunta tra le forze politiche curde dell’Est del Kurdistan».

In larga parte, il comunicato è una vera e propria road map programmatica in quindici punti, in cui i firmatari disegnano l’orizzonte politico dei movimenti curdi per il futuro Iran. I primi due punti riguardano il riconoscimento comune del diritto all’autodeterminazione e l’impegno per la costruzione di istituzioni democratiche negli altipiani curdi, raggiungibile tramite una «lotta congiunta con le altre nazioni sottomesse dell’Iran, con l’obiettivo di rovesciare la Repubblica Islamica e stabilire un sistema politico democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche».

Al quarto punto emerge uno dei temi più cari al movimento basato sul paradigma del confederalismo democratico, rappresentato nella coalizione dal PJAK: «Sosteniamo la lotta delle donne in Kurdistan per la parità di genere e la loro partecipazione in tutti gli ambiti politici, sociali e amministrativi».

Il quinto punto stabilisce che i processi decisionali dovranno avvenire attraverso dialogo e consenso e specifica che: «Riteniamo che ricorrere a qualsiasi forma di violenza, in particolare armata, per risolvere disaccordi sia condannato e proibito». Ciò che potrebbe sembrare ovvio, nella politica curda spesso non lo è: i partiti della coalizione, nel corso di mezzo secolo di lotta armata, hanno più volte fatto ricorso alla violenza tra loro, sfociata in vere e proprie guerre civili, spesso alimentate e strumentalizzate dalle potenze regionali.

Il punto sei specifica che ogni forma di resistenza è legittima, inclusa l’autodifesa, per garantire la continuità, l’armonia e l’unità nella sfera civile, politica, culturale e dell’attivismo. L’uso del termine «autodifesa», privilegiato dal movimento confederalista, come altri particolari del documento, lascia trapelare l’influenza del PJAK nella stesura. Abdullah Öcalan, in un messaggio ha invitato il partito a non abbandonare a priori la via della lotta politica «se emerge un terreno basato sull’integrazione democratica», confermando la legittimità della resistenza armata se necessario: «Se la negazione, il genocidio e l’inimicizia continuano, devono proteggersi».

La strada è sicuramente in salita anche per quanto riguarda le alleanze interne. Il settimo punto del programma dichiara il supporto alla «lotta di tutti i popoli alla ricerca della libertà in Iran contro la Repubblica Islamica, lo smantellamento di essa e l’istituzione di un sistema democratico basato sulla decentralizzazione», estendendo chiaramente gli orizzonti oltre le regioni curde e cercando di tessere alleanze con le altre componenti del paese sulla base della «cooperazione reciproca, del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione per la nazione curda e del rifiuto di ogni forma di dittatura».

La prima reazione al comunicato è arrivata da Reza Pahlavi, figlio del deposto scià e aspirante successore, che ha bollato la coalizione come separatista e collaborazionista, affermando che «possiamo aspettarci che l’esercito iraniano adempia al suo dovere nazionale e patriottico, si schieri al fianco del popolo e difenda l’Iran sia dalla Repubblica Islamica che dai separatisti». Ancora una volta, per i movimenti politici curdi, si preannuncia una lotta su più fronti.

Alcuni degli articoli chiave del documento sono volutamente vaghi. L’articolo 8, dedicato al coordinamento politico e diplomatico, non chiarisce chi rappresenta la coalizione o come avverranno i rapporti con l’esterno, ad esempio con il KDP di Erbil o il PUK di Sulaymaniyah, né come interagire con altre forze di opposizione iraniane. L’articolo 9 propone un comando congiunto delle forze armate curde, ma il testo parla solo di «lavorare verso la formazione» di questa struttura. Per il momento, ogni partito conserva il controllo sulle proprie armi.

Gli articoli da 10 a 14 delineano quello che equivale a un periodo transitorio fino al vero e proprio quadro costituzionale per un Kurdistan post-rivoluzionario: formazione di una struttura di autogoverno nel rispetto della volontà popolare, i cui dettagli non vengono delineati, ma la cui responsabilità sarà quella di «favorire la partecipazione della popolazione civile in vari ambiti e fornire servizi». L’impegno a indire elezioni entro un anno dopo la caduta del regime e a rispettarne l’esito qualunque siano i risultati è ambizioso, forse troppo. Le questioni più complesse: chi controlla il territorio, chi amministra i servizi, quali quadri compongono l’autorità provvisoria, come vengono assegnati i seggi, vengono tutte rinviate. È in questi dettagli che possono facilmente emergere disaccordi tra questi partiti, date le profonde differenze ideologiche e organizzative.

Area abitata dalla popolazione curda secondo una mappa del 1992. Fonte Wikipedia

Il collasso del regime

Nonostante il duro colpo inflitto alla Repubblica Islamica, il crollo del regime non è scontato, ancor meno lo spazio di manovra in cui i partiti curdi possano applicare la propria roadmap. Il precedente c’è: è chiaramente la rivoluzione del Rojava, e i movimenti curdi del Rojhelat arrivano oggi con un bagaglio di conoscenze, pratiche ed errori che i cugini in Siria non avevano. La fondazione stessa della coalizione può essere vista come un insegnamento dai passati errori. Ma la battaglia, di fatto, non è ancora cominciata, e le contraddizioni non mancano.

Mentre PAK, KDPI, Xabat e Komala possono influire sul piano del coordinamento politico e della diplomazia, PJAK porta in dote ciò che nessun altro partito ha: una capacità militare operativa, logistica e di presenza sul campo. Va detto che sebbene l’accordo del 2023 abbia seriamente minato le capacità militari degli altri partiti, con la crescente pressione esercitata sull’Iran dagli Stati Uniti, il KRG potrebbe allentare la presa e permettere un graduale riarmo.

Tuttavia, solo il PJAK possiede strutture militari, basi operative e guerriglieri distribuiti in Rojhelat e Bashur, con esperienza pluridecennale di resistenza armata. Molti combattenti del PJAK hanno partecipato alla rivoluzione del Rojava come volontari e alcuni comandanti erano tra le file della guerriglia del PKK prima ancora della fondazione del PJAK. Senza di loro, la coalizione resta simbolica. Con loro, il peso delle decisioni strategiche ricade su un singolo partito, esposto a rischi enormi.

Oltre al piano operativo, c’è una questione di rappresentanza, non meno importante. Quattro dei leader presenti alla conferenza stampa di presentazione della coalizione: Mustafa Hijri del KDPI da Nagadeh, Hussein Yazdanpanah del PAK da Bukan, Baba Sheikh Hosseini di Xebat da Baneh, e Reza Kaabi di Komala da Saqqez, provengono da un cluster limitato di città Sorani e Sunnite. Solo PJAK, con Peyman Viyan da Mako, unica donna presente, e dirigenti provenienti da zone Sciite e Kurmanji, estende la propria influenza al di fuori di questo nucleo.

Anche ammettendo una piena rappresentanza della regione Sorani-Sunnita, quattro dei cinque partiti si contendono principalmente la rappresentanza di 3-4 milioni di persone, su una popolazione curda totale stimata tra 10 e 12 milioni. PJAK può contare su una presenza più diffusa, anche considerando le organizzazioni della società civile a a lui ideologicamente vicine come KJAR e KODAR, ma è evidente che ognuno di questi partiti dovrà impegnarsi in uno sforzo politico significativo se vuole aspirare a rappresentare realmente il vasto mosaico sociale, culturale e religioso che abita il Kurdistan dell’est, per non parlare dei milioni di curdi residenti nella regione del Khorasan o a Teheran.

La recente escalation militare ha trasformato anche la Regione del Kurdistan in Iraq in un vero e proprio campo di battaglia. Erbil è stata colpita da droni, sirene di allarme e blackout elettrici per due notti consecutive. Le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, come a Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi.

In questo contesto, anche se l’indebolimento della Repubblica Islamica potrebbe sembrare una grande opportunità, la coalizione si trova in una posizione delicata: ogni azione militare rischia di provocare una repressione feroce. Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con Teheran e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime ancora potente e determinato.

Il PJAK, in quanto forza militare più organizzata, è dunque al centro di un dilemma politico e militare: ha la capacità di difendersi, ma non può scatenare una guerra aperta senza il rischio di ritorsioni devastanti. I suoi leader hanno più volte dichiarato di essere pronti a difendere una rivoluzione nata dalla società iraniana, ma di rigettare l’intervento esterno e le mire imperialiste di potenze regionali o internazionali. Ogni azione militare e politica implica un calcolo preciso, ogni scelta strategica diventa una responsabilità pesante e rischiosa, che implica bilanciare aspirazioni di libertà e autodeterminazione con la dura realtà della guerra.

I prossimi giorni e gli eventi sul terreno determineranno se la coalizione sarà un simbolo di unità politica o una forza reale sul campo. Nel frattempo, le montagne del Rojhelat osservano silenziose, pronte a testare la resistenza dei loro guerriglieri.

La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr)

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