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EUROPA

La Serbia e la rotta balcanica in un’Europa in cambiamento

Mentre il dibattito sulle migrazioni in Italia si è riacceso a seguito della strage di Cutro e delle recenti ondate in arrivo dalla Tunisia che hanno portato a dichiarare lo stato di emergenza, altrove l’intensità dei flussi in entrata ha portato la fortezza Europa a rafforzare le proprie politiche di esternalizzazione delle frontiere. Secondo una stima di Frontex, il numero di migranti entranti nell’unione Europea nel 2022 è arrivato a 330mila, il cui 45% dalla rotta balcanica, quest’ultima in aumento percentuale del 136% rispetto all’anno precedente

«Non so bene come funzioni tutto. So solo che arriverà un taxi e mi porterà da qualche parte». Queste sono le parole di Asuf (nome di invenzione basato sulla provenienza geografica dell’interlocutore), un ragazzo afghano di 24 anni incontrato nei pressi della stazione di Belgrado, Serbia, una delle tappe del ‘game’ lungo rotta balcanica. In Afghanistan collaborava con l’esercito statunitense e, dopo mesi di latitanza passati a organizzare il viaggio, ha lasciato la famiglia in cerca di rifugio in Europa. Attorno ad Asuf ci sono almeno altri trenta connazionali arrivati da poche ore o giorni e che, come lui, presto lasceranno la capitale per continuare il viaggio. Questa e le altre testimonianze che seguono derivano da una recente missione dell’associazione Baobab Experience, durante la quale è stato registrato un notevole cambiamento della presenza di migranti a Belgrado e una differente velocità del transito che si avvale adesso di un sistema di spostamento più strutturato, e quindi più rapido, per lo più in mano ai trafficanti [1].

Per comprendere i più recenti cambiamenti della situazione migratoria in Serbia bisogna ricordare che, dal 2009, il paese è candidato a entrare all’interno dell’Unione Europea. Questo processo richiede trattative estese nel tempo, poiché i paesi applicanti devono soddisfare una serie di condizione politiche ed economiche che mirano alla stabilità e alla prosperità dell’Unione. In uno scenario globale in costante cambiamento, oltre l’iniziale contrarietà della Serbia nelle sanzioni verso Mosca all’inizio del conflitto ucraino, la questione Kosovo è sicuramente una delle più ostiche nelle negoziazioni, nonostante l’Unione si sia fatta da poco da intermediaria per muovere passi avanti nell’attenuazione delle tensioni fra i due paesi. Si ricorda che il Kosovo era una regione serba prima dello scoppio della guerra interna nel 1998 e che ha visto il massiccio intervento della NATO per l’acquietamento del conflitto.

A ogni modo, il non-riconoscimento del Kosovo da parte di alcuni paesi ha permesso alla Serbia di stringere accordi bilaterali con i cosiddetti ‘stati non-allineati’, permettendo agli abitanti di questi paesi di entrare in Serbia senza impedimenti ed è da qui che inizia poi il viaggio per arrivare in Europa. Questa apertura aveva dunque facilitato l’arrivo aereo e il conseguente passaggio di diversi migranti provenienti da Tunisia, Turchia, India, Cuba e Burundi e che, come riporta il sito EUObserver, se rappresentavano solo il 2,5 per cento nel 2021 nelle nazionalità lungo rotta balcanica, nel 2022 questa percentuale è salita al 20%. Vista, comunque, la volontà di entrare nell’Unione, la posizione della Serbia mesi fa era abbastanza compromessa: da un lato soggetta alle pressioni dell’UE nel far pesare le proprie preoccupazioni sulla circolazione di tali nazionalità, dall’altra invece la non velata ostilità del paese verso la permanenza di migranti e rifugiati nel proprio territorio (al 2021 risultano solo 5 mila i rifugiati presenti nel paese).

Mappa del territorio di riferimento. Elaborazione dell’autore

La fermezza europea nel bloccare l’entrata dei migranti aveva già rimediato alla precedente difficoltà della Serbia nel non arginare i flussi migratori, che può essere altresì interpretata come una voluta noncuranza o una strategia politica alla stregua di quanto succede con la Turchia o la Libia, paesi che sono pagati per fermare i flussi ma che inchiodano l’Europa con lo scacco del ricatto. Infatti, il transito dei migranti non avviene mai all’insaputa degli stati all’interno del quale avviene, ma può essere a volte facilitato dagli stati stessi, rendendo le migrazioni e i migranti merce di scambio e di negoziazione nelle trattative fra stati, speculando quindi sulla sofferenza delle persone in movimento. Dinamiche simili hanno riguardato l’Italia soprattutto negli anni precedenti al 2015, quando l’approccio hotspot, dettato sempre dall’Unione, ha costretto il paese a ‘vincolare’ il corpo dei migranti sul suo territorio, non permettendo quindi all’Italia di eludere il sistema Dublino nel non registrare le impronte digitali dei migranti [2].

Il potere coercitivo europeo ha già permesso dal 2021 all’agenzia di guardia costiera e di frontiera Frontex di poter operare in territorio Serbo assistendo la polizia locale nelle operazioni di lotta all’immigrazione clandestina, esternalizzando quindi lo spazio di manovra dell’Unione nel controllo delle migrazioni in un paese terzo. Più recentemente, il menzionato malcontento di Bruxelles nei riguardi della liberalizzazione dei visti ha comportato a inizio anno un aumento delle restrizioni nel rilascio dei visti da parte della Serbia, e sono inoltre state gettate le basi per stabilire una linea dura sui rimpatri grazie al Memorandum firmato con Austria e Ungheria. Come avveniva e ancora avviene in Italia, la Serbia è cosciente del fatto che i migranti non vogliano rimanere sul suo territorio, e quindi lasciar transitare in migranti è un risultato win-win. A differenza dell’Italia, però, questa strategia è ulteriormente accentuata dal rifiuto illegittimo da parte della polizia locale di accettare la richiesta di asilo, come testimoniato da attivisti locali, atto che sottolinea l’ulteriore spinta istituzionale a far defluire chi entra nel paese in maniera non autorizzata.

La Serbia è diventata dunque uno dei fulcri della rotta balcanica negli ultimi anni, sicuramente facilitata dalla della sua posizione geografica, anche a causa della sempre più grande difficoltà da parte dei migranti di raggiungere la Grecia dalla Turchia. Dopo la traversata della Bulgaria, della quale sono note le violenze della polizia che picchia migranti e aizza cani contro di loro, la capitale serba nello specifico è uno dei primi centri dalla quale le varie traiettorie si dividono. C’è chi si dirige verso la Bosnia tentando di attraversare il fiume Drina, un attraversamento che ha già registrato diversi morti in passato. Se sorpresi dalla polizia di frontiera bosniaca si è costretti a tornare a nuoto dall’altra sponda del fiume sotto minaccia armata, anche in inverno. Da Belgrado c’è però anche chi, sempre tramite taxi, raggiunge la città di Subotica al diretto confine con l’Ungheria, città-tappo che nel 2015 aveva scatenato la reazione del leader ungherese Orbán nel costruire il muro di confine, e che vedrà presto un ulteriore innalzamento.

La regione di Subotica è caratterizzata dalla presenza di circa una trentina di insediamenti informali nei quali la presenza nazionale più evidente è quella di Afghani e Siriani, seguita da gruppi provenienti dal nord Africa fra cui Tunisini e Marocchini (che partono dalla Turchia), alcuni dei quali avevano già provato ad entrare in Europa attraverso Melilla, ma senza successo. Squats e Jungle, quindi, rappresentano importanti infrastrutture di transito per i migranti ma che, seppure isolate rispetto ai centri abitati, hanno recentemente incontrato forti ostilità da parte della popolazione locale.

Lo scorso 27 novembre, infatti, una sparatoria fra gruppi di trafficanti nella municipalità di Sombor ha subito richiamato l’attenzione nazionale che, come riportato dal report di Border Violence Monitoring Network, ha risposto attraverso uno sgombero a tappeto dei vari insediamenti, trasferendo la maggior parte dei migranti nei campi ufficiali. Queste strutture si trovano per lo più nel sud del paese, e quindi risultano poco strategiche nell’ottica dei migranti che devono continuare il loro viaggio verso Nord-Est, anche se la stagione fredda generalmente dissuade diversi a mettersi in viaggio. A ogni modo, il pattugliamento fuori dal centro di Subotica e nelle piccole città di confine è stato intensificato e polizia locale e internazionale (Frontex, Polizia Italiana, Gendarmeria Francese, Polizia Tedesca, fra quelle viste) sono presenti ovunque.

Una delle tante strutture utilizzare dalle persone in transito. Quella in foto da rifugio a circa quindici persone

La distruzione degli squat non impedisce però ai migranti in arrivo di riutilizzare le reti e le infrastrutture sociali ancora esistenti, fra cui il supporto di alcune gruppi solidali internazionali e locali, incluse NoNameKitchen e klikAktiv, che distribuiscono cibo e legna, costruiscono stufe e organizzano strutture igieniche temporanee (docce) e visite sanitarie. Questi appoggi, materiali e non, non sono utilizzati solo da chi transita per pochi giorni ma anche da chi vive nei campi ufficiali ed è alla ricerca di socialità o di pronte occasioni per superare il confine. Un ragazzo di circa venti anni proveniente dalla Siria racconta che, dopo aver pagato due mila euro per poter superare il confine ungherese, nessuno si è presentato all’appuntamento che gli era stato dato per poter scalare il muro. Quel tentativo non era il primo, ma il terzo e a seguito del quale è rimasto senza soldi. Vive in uno dei campi attorno Sombor, dove le condizioni della struttura sono fatiscenti. Diversi dormono a terra e le stanze sono talmente affollate che a volte è difficile aprire l’ingresso. Il riscaldamento è inesistente e la situazione igienico-sanitaria pessima.

La massiccia pressione delle forze dell’ordine nel paese ha dovuto nel tempo far specializzare il sistema di transito dei migranti facendoli defluire in maniera più rapida, soprattutto nel momento in cui la convivenza con la popolazione locale è diventata sempre più problematica e gli sgomberi più sistematici, che comunque sembrano essere manifestazioni di potere fini a se stesse. Anche a causa della presa del potere da parte dei talebani in Afghanistan nell’estate del 2021, e quindi del sempre più ingente numero di migranti, le reti di transito si sono sempre più consolidate facilitando anche la speculazione di coloro che gestiscono il viaggio e che hanno iniziato a organizzare non solo l’attraversamento del muro di confine con l’Ungheria, ma a pianificare buona parte degli spostamenti in tutto il paese, come ricorda la storia di Asuf, la testimonianza in apertura. Non solo. Da Subotica sono emersi anche dei flussi in uscita verso la Romania, dalla quale è poi più semplice entrare in Ungheria (non esiste un muro fra i due stati) per poi proseguire verso ovest.

E per chi supera la Serbia, come continua il viaggio?

Chi riesce a superare il confine ungherese o bosniaco con molta probabilità passa poi per Rijeka, seconda città della Croazia, paese che dal primo gennaio è ufficialmente all’interno dello spazio Schengen, e quindi soggetto a diventare una nuova valvola di sfogo per le richieste di asilo nello spazio europeo. A febbraio, quando ancora non si avevano avute risposte da parte del governo croato nell’affrontare questi cambiamenti, i migranti erano soliti ricevere dei fogli di via secondo i quali erano costretti a lasciare il territorio entro sette giorni, avendo rifiutato di richiedere l’asilo nel paese (prassi simile a quanto avviene in Italia). Soprattutto grazie ai solidali della città, la stazione di Rijeka è diventata da pochi mesi un hub nel quale i migranti si trattengono il tempo necessario per poi riprendere il viaggio, o perché respinti al confine o perché in stati di salute che necessitano di riposo prima di poter riprendere a viaggiare.

Uno squat della città di Subotica sgomberato a seguito di una disputa armata fra trafficanti avvenuta il 27 Novembre 2022 nella città di Sombor

Questa è la situazione di Mohammed, sudanese, che subito emerge dalla folla composta prevalentemente da Afghani. Ha una gamba fasciata e racconta che se l’è rotta mentre scappava dalla polizia durante un viaggio in treno in Bosnia. In quell’occasione si è anche separato dai suoi compagni di viaggio, sempre sudanesi, che intanto avevano già raggiunto la Germania. Mohammed ha lasciato il Sudan nel giugno del 2022, e ha iniziato il game volando in Turchia. Da qui, ha attraversato il mar Egeo per raggiungere la Grecia e poi Albania, Kosovo, Serbia, Bosnia fino in Croazia. Quando gli viene chiesto perché avesse intrapreso il viaggio lungo la rotta balcanica rispetto a quella mediterranea, la risposta è scontata: «per tutto quello che succede in Libia, il traffico e le torture che avrei subito». Un ragazzo afghano spiega invece come sia riuscito ad arrivare fino a Rijeka dopo tre giorni di viaggio da Belgrado. Il taxi lo aveva prima portato a Loznica, al confine con la Bosnia. Da qui, dopo aver dormito in uno squat, riesce ad attraversare il fiume Drina pagando 150 euro e raggiunge Tuzla. Passando per Banja Luka raggiunge Gradiška, dove con altri 150 euro riesce ad attraversare il fiume Sava, al confine con la Croazia. Una volta entrato, però, la polizia croata lo prende e registra le sue impronte.

L’entrata della Croazia nello spazio Schengen aprirà una nuova stagione di dinamiche e malcontenti a livello europeo. Se prima i respingimenti illegali della Croazia sul lato bosniaco e le deportazioni fungevano da tappo per l’entrata dei migranti nel paese, l’entrata in Schengen rimette in discussione le pratiche lecite e illecite da adottare. La vicina Slovenia, intanto, ha già condiviso l’impennata di ingressi non autorizzati nel paese da gennaio, e il ministro degli esteri Tajani ha prontamente sottolineato la necessità di un summit nel breve futuro per poter discutere la situazione lungo la rotta balcanica, appunto assieme a Croazia e Slovenia. Il risultato, però, sarà sempre lo stesso. Più viene impedito il passaggio sicuro delle persone in transito e più verranno trovati modi sempre più pericolosi e costosi per poter transitare. A specularci saranno soprattutto loro, i veri trafficanti.

1. Si ricorda che l’uso della parola trafficanti è problematico poiché con tale termine viene indicato chiunque aiuti i migranti a superare il confine. Ci sono persone che vengono classificate come tali (in inglese smugglers) ma facilitano il viaggio sulla base di un sentimento di solidarietà e che quindi non speculano come altri dalle persone in movimento. Nel testo si fa riferimento a coloro che si arricchiscono sulle sofferenze altrui.

2. Secondo il sistema di Dublino i migranti sono vincolati a fare domanda di asilo nel paese di primo approdo, e la registrazione dell’impronta digitale funge da traccia in per monitorare il primo ingresso. Le impronte sono collezionate sul database EURODAC al quale possono accedere gli stati firmatari della Convenzione di Dublino.

Lorenzo Mauloni, dottorando Politecnico di Torino e attivista Baobab Experience

Tutte le foto di Lorenzo Maluoni. In copertina Sezione dismessa della stazione di Rijeka