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NELLE STORIE

La “Jacquerie”: da antonomasia a luogo comune

Il termine “Jacquerie” è stato generalmente usato per designare rivolte popolari e sommosse spontanee, informi e prive di contenuto politico. Tuttavia, l’uso corrente sembra avere poco in comune con la sua origine storica

“Cessez, cessez, gens d’armes et piétons /

de piller et manger le pauvre homme, qui de longtemps Jacques Bonhomme /

se nomme…” 

Ritornello popolare del XIV secolo

 

La Grande Jacquerie ha come sfondo la Francia devastata dalla Peste Nera del 1348 e dalla Guerra Edoardiana, che può essere considerata la prima fase della Guerra dei Cent’anni. Fase che dura un decennio circa, e nel corso della quale, dalla battaglia di Crecy del 1346 a quella di Poitiers del 1356, gli eserciti inglesi di Edoardo III mettono a dura prova il potere dei Valois e la stessa unità del Regno di Francia. Il Re Giovanni II il Buono, infatti, è stato fatto prigioniero a Poitiers. Il Delfino Carlo, suo figlio, si trova a dover contrastare le mire espansionistiche del re di Navarra, Carlo il Malvagio, formalmente suo alleato; non ha in pratica alcun controllo sulla nobiltà feudale, mentre numerose regioni e dipartimenti del paese sono preda di corpi franchi e di bande di mercenari senza padroni, dedite al saccheggio e alle estorsioni nei confronti dei contadini e dei piccoli fittavoli. Deve infine fronteggiare gli Stati Generali parigini, che a partire dal rifiuto di autorizzare una tassa sul sale che avrebbe dovuto finanziare la ricostruzione dell’esercito, guidati da Étienne Marcel, ricco drappiere  e prevosto di numerose corporazioni, che esercitava sulla città un ruolo simile a quello di un sindaco, si sono spinti sino a reclamare il potere di autoconvocarsi, quello di deliberare sulle imposizioni fiscali e infine il diritto di eleggere propri rappresentanti nel Consiglio del Re. Un pacchetto di rivendicazioni che attraverso la Grande Ordonnance del 1357 pone le basi perché gli Stati generali tentino di imporre una sorta di controllo “parlamentare” sul re.

La Grande Jacquerie scoppia il 28 maggio del 1358, proprio quando il Delfino, con una serie di abili manovre politiche, riesce a sconfiggere le folle cittadine in tumulto e a far incriminare Marcel. La rivolta, che sembra essere stata preparata nel piccolo villaggio di Saint-Leu-d’Essere, in Piccardia, e alla cui testa si pone un fittavolo di nome Guillaume Caillet, si propaga contemporaneamente all’Île-de-France, alla Champagne, all’Artois e alla Normandia. I contadini e i piccoli proprietari, colpiti dall’aumento delle rendite signorili in un momento in cui il prezzo del grano sta crollando verso il basso, assaltano in armi e devastano i castelli signorili. La reazione della nobiltà feudale non tarda a manifestarsi in tutta la sua spietata violenza. Le cittadine di Meaux e Mello, nell’Oise, nelle quali i rivoltosi, dopo dodici giorni di scorrerie, si sono rifugiati, vengono messe a sacco e devastate da un esercito comandato proprio da Carlo il Malvagio. Più di ventimila contadini vengono uccisi. A Parigi, Étienne Marcel tenta un ultimo colpo cercando di far passare il Malvagio dalla sua parte, ma viene ucciso in un tumulto e il Delfino può riprendere il potere.

Il nome “jacquerie”, usato con disprezzo dagli storici di parte nobiliare, come Jean Froissart, per definire gli eventi storici sopra descritti, suona all’epoca, più o meno, come un nostro possibile odierno “contadinata”. La jacque (…giacca!) era una veste corta da lavoro tipica dei contadini e dei braccianti agricoli. Il nome collettivo “Jacques Bonhomme” con cui i contadini venivano appellati da nobili e mercanti cittadini in senso dispregiativo, proveniva in ogni caso dal mondo contadino stesso, dove invece aveva connotati più positivi, ed esprimeva soprattutto il senso di solidità terrigna, talvolta mascherata da finta stolidità e rassegnazione, con cui i contadini affrontavano la durezza della loro vita e della loro condizione sociale. Curioso notare che fino a pochi anni prima, nel mondo delle campagne francesi “bonhommes” per eccellenza erano i Perfetti catari, che nella loro predicazione errante ben sapevano percorrere le più segrete vene del mondo contadino e della cultura “popolare” delle classi subalterne.

L’uso corrente del termine “jacquerie” come nome paradigmatico di rivolte spontanee e prive di un loro contenuto “politico”, ma solo sociale, può essere difficilmente fatto derivare dal suo “prototipo” storico, se non a prezzo di un profondo fraintendimento ideologico e culturale. Tutto può apparire la Grande Jacquerie, meno che un movimento privo di una sua logica programmatica, e scatenato solo dal caso o da un’esasperazione priva di una “visione” più ampia della situazione e degli scenari in cui si determina. Né assolutamente casuali o spontanei, o peggio non consapevoli, possono essere considerati i rapporti e i nessi sociali che della rivolta costituiscono il tessuto di formazione e il dato costitutivo: società giovanili, “abbazie dei folli”, organizzazioni e soprattutto “compagnonnages” di mestiere, comunanze per la gestione delle terre aperte e la condivisione dei diritti civici (legnatico, spigolatura, caccia…), sopravvivenze di conventicole ereticali, società segrete di giustizia di antica tradizione, che nel mondo contadino sono presenti come forma di resistenza non solo inerziale (…Bachtin!) ma anche (spesso) attiva e soprattutto “organizzata”.

Nella Francia occitanica, ma anche in Piemonte, pochi anni dopo la Grande Jacquerie, ciò verrà dimostrato più esplicitamente dalla massiccia rivolta, durata almeno vent’anni e solo a stento domata ai primi del Quattrocento, dei “Tue-chiens”, o Scalzacani, che scoppierà  per chiedere l’abolizione dello “jus brenagi”, cioè il diritto del feudatario di imporre tasse per il mantenimento dei propri cani e di lasciarli liberi di scorrazzare senza freni nelle campagne uccidendo animali domestici o azzannando uomini, donne e bambini. Ma che subito si estenderà a tempi più ampi di giustizia sociale e di orgoglio popolare; e che era stata apertamente organizzata, come le cronache raccontano, nel corso di grandi assemblee convocate, paese per paese, dalle organizzazioni comunitarie degli adulti o dalle “abbazie” dei giovani e degli apprendisti presenti in tutti i centri abitati.

Contemporaneo alla sollevazione dei “tuchini” fu a Firenze il Tumulto dei Ciompi: nel 1378 i lavoratori addetti al recupero dei cascami e degli scarti di lavorazione della lana, rivendicano, oltre al diritto di associazione, quello di avere i loro rappresentati nel governo nel Comune. Michele di Lando, nominato Gonfaloniere di Giustizia, e i suoi riescono a conquistare ampie forme di riconoscimento politico, ma l’oligarchia magnatizia riesce in breve ad avere la meglio e a vanificare i risultati ottenuti nella prima fase della rivolta.

Nel 1381, in Inghilterra, Vat Tyler (contadino) e John Ball (sacerdote), si mettono a capo di una estesa ribellione contro la nobiltà feudale a cui non sono estranei anche gruppi ereticali wycleffiani e lollardi, cercando anche, inutilmente, l’appoggio di Re Riccardo II.  Durissima la repressione da parte della nobiltà, che riesce a domare in breve tempo i rivoltosi.

Ma per tornare alla questione del termine “Jacquerie” e al suo senso anche oggi corrente di insurrezione contadina spontanea e priva di una preparazione politica e rivolta, di norma, contro il nemico più immediato: se da un lato non stupisce che la rivolta del 1358, come altre insurrezioni paragonabili, possa essere descritta dagli storici suoi coevi come cioè moto selvaggio e violento, provocato non da uomini ma da creature ferine e assetate di sangue, prive di qualsiasi intelligenza e coscienza (tale è la descrizione che da Froissart in poi viene fatta dei contadini e dei ribelli); sorprende non poco che nei confronti di questi incredibili cicli di lotte (tutto il secolo XIV fu teatro di lotte e di insurrezioni sociali anche prima degli eventi sopra accennati) si sia mantenuto lo stesso atteggiamento nella nella storiografia più moderna, quella marxista compresa. Mentre sono stati ben chiariti i meccanismi “oggettivi” e strutturali (fiscalità, prezzi delle derrate alimentari e salari, in primo luogo) che ne furono alle basi, poco è stato fatto per meglio approfondire i motivi e gli spunti di “soggettività” e, soprattutto, le caratteristiche dell’outillage mentale dei rivoltosi e degli insorti, e ci si accontenta ancora di guardare alle migliaia di Jacques Bonhommes che si sollevarono come a una sorta di pre-proletariato spinto dalla sola fame ma in ogni caso privo di qualsiasi forma di “coscienza” e di consapevolezza “politica e culturale”.