MONDO
Iran, resta solo il popolo
Una lettura politica delle proteste, del ruolo delle università e del rifiuto delle false alternative. Dichiarazione congiunta dellə studentə attivistə delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali
Le proteste che scuotono nuovamente l’Iran da settimane non possono essere ridotte a episodi isolati di malcontento. Sono il risultato di tensioni accumulate in un contesto di oppressione politica, collasso economico e controlli sociali rigidissimi. Il crollo drammatico del rial, la moneta nazionale, ha reso ancora più evidente la fragilità materiale della popolazione, erodendo salari, risparmi e possibilità di sostentamento. Dal punto di vista antropologico, queste mobilitazioni rappresentano anche e soprattutto una trasformazione dei tessuti sociali, delle reti di connessione, del modo di ribellarsi contro uno Stato e un sistema schizofrenico e fuori controllo. La comunità dunque si riorganizza, lo fa negli spazi urbani e universitari, costruendo nuove forme di vicinanza e di partecipazione collettiva. Le rivendicazioni non riguardano solo leggi o politiche specifiche, ma il diritto a determinare le proprie condizioni di vita e a partecipare attivamente alla costruzione del futuro politico e sociale del paese.
L’università come bersaglio storico del potere
In questi giorni sta circolando un comunicato di alcune università iraniane che afferma con chiarezza che l’attacco all’istituzione universitaria non è un effetto collaterale della repressione, ma uno dei suoi pilastri. Lo è da decenni. Colpire l’università significa disintegrare la possibilità stessa di immaginare un’alternativa.
Ed è proprio per questo che, nonostante tutto, l’università continua a parlare, o meglio a gridare a gran voce il proprio dissenso. Perché ogni volta che il potere tenta di ridurla al silenzio, rivela in realtà quanto la tema.
Il potere ha sempre paura dell’università. Non per quello che l’università è formalmente, ma per quello che può diventare. Un luogo in cui si produce pensiero non allineato, in cui si mettono in crisi le narrazioni dominanti, in cui si immaginano mondi che non coincidono con l’ordine esistente. Per questo, storicamente, ogni forma di potere autoritario ha considerato l’università un bersaglio da controllare, neutralizzare, svuotare. Non è una specificità della Repubblica Islamica: è una costante. Dalla monarchia Pahlavi alla Repubblica Islamica, cambia il linguaggio del potere, ma non cambia la sua ossessione. L’università resta uno spazio da disciplinare. Oggi i moniti, gli arresti e le impiccagioni avvengono proprio lì. Un monito.
La continuità della repressione è uno degli elementi più importanti da tenere a mente. Non c’è una frattura netta tra “prima” e “dopo”, tra monarchia e teocrazia, ma una linea lunga di controllo, sorveglianza, violenza e corruzione. Perché l’università non è mai stata solo un luogo di istruzione, ma un laboratorio politico, in fabbricazione incessante e rumorosa. Produce immaginari (e aggiungerei desideri) che sfuggono al controllo statale, linguaggi che nominano ciò che il potere vorrebbe rendere indicibile, rotture simboliche che incrinano l’idea di un ordine naturale e immutabile. È da lì che nascono slogan, parole, pratiche che poi attraversano la società e oggi le strade.
Non è un caso quindi che l’università venga sistematicamente militarizzata, depoliticizzata, mercificata. La trasformazione degli spazi universitari in luoghi sorvegliati, la repressione delle assemblee e delle forme di organizzazione studentesca non sono misure emergenziali, ma strategie strutturali e spietate. Allo stesso tempo, la mercificazione dell’istruzione e lo smantellamento dei servizi sociali servono a svuotare l’università del suo ruolo politico, riducendola a un ingranaggio economico, a un luogo di formazione incapace per tutte queste condizioni di produrre conflitto. Ma è dentro al corpo studentesco che il conflitto oggi irrompe senza catene.
Crisi multiple, un’unica matrice
Una delle operazioni più violente del potere è raccontare le crisi come fenomeni separati, contingenti, soprattutto emergenziali. Povertà da una parte, disuguaglianze dall’altra, oppressione di genere come “questione culturale”, crisi ambientale come problema tecnico. Il comunicato che in questi giorni circola dalle università iraniane rifiuta esplicitamente questa frammentazione. Dice una cosa semplice e radicale. Nessuna di queste crisi sono scollegate, non sono incidenti di percorso. Hanno tutte la stessa origine e devono essere lette tutte in chiave intersezionale. E questo lo insegna principalmente il motore propulsore del transfemminismo, lucido e arrabbiato, che attraversa le strade delle città in rivolta.
Povertà, disuguaglianza, oppressione di classe e di genere, devastazione ambientale non sono il prezzo inevitabile della “modernizzazione” né il risultato di cattiva gestione. Sono il prodotto coerente di un sistema che combina capitalismo autoritario, Stato repressivo e gestione predatoria delle risorse.
Un sistema che governa attraverso l’espropriazione: del lavoro, dei corpi, dei territori, dell’acqua, dell’aria. Un sistema che concentra ricchezza e potere, mentre distribuisce precarietà, violenza e morte.
In Iran questo intreccio è particolarmente evidente. La repressione politica non è separabile dallo sfruttamento economico, così come il controllo sui corpi delle donne non è separabile dalla distruzione dell’ambiente. La stessa logica che impone il velo obbligatorio è quella che prosciuga fiumi, privatizza beni comuni, militarizza i territori e reprime le proteste sociali. Non si tratta di derive occasionali, ma di un modello di governo che ha bisogno della violenza per continuare a esistere.
Novembre 2019 è stato uno di quei momenti in cui questa verità è diventata impossibile da occultare. La rivolta contro l’aumento del prezzo del carburante ha mostrato come una protesta sociale possa essere immediatamente trattata come una minaccia esistenziale allo Stato. La risposta è stata il massacro. “Donna, Vita, Libertà” ha rappresentato un altro momento di verità, ancora più profondo, non una rivolta contro una legge o un simbolo, ma una messa in discussione complessiva dell’ordine politico, economico e simbolico. La centralità delle donne non è stata un’aggiunta, ma il punto di rottura attraverso cui tutte le contraddizioni del sistema sono esplose insieme.
Leggere oggi questo comunicato significa riconoscere questa continuità. Significa capire che non esistono lotte isolate, né priorità da gerarchizzare dall’alto. La crisi è una sola, e la sua matrice è politica. Ed è proprio per questo che il potere tenta di frammentare, dividere, ridurre tutto a singole “emergenze”. Perché una lettura sistemica apre sempre alla possibilità della trasformazione.
“Né Pahlavi né Guida Suprema”
Questo è il punto cruciale e più radicale del comunicato. Quello che non può essere addomesticato, né facilmente tradotto nei linguaggi rassicuranti dell’opposizione mainstream. Dire “Né Pahlavi né Guida Suprema” significa rifiutare l’intero campo delle false alternative. Significa non limitarsi a dire contro cosa si è, ma soprattutto contro quali futuri ci si rifiuta di essere ricattatə.
Non si tratta solo di una presa di distanza dalla Repubblica Islamica. Questo rifiuto colpisce anche la restaurazione monarchica, il suo ritorno travestito da modernità, la nostalgia ripulita e resa presentabile come soluzione politica. È un no alla monarchia Pahlavi non come episodio storico concluso, ma come progetto politico che continua a riemergere ogni volta che l’orizzonte si restringe e la paura prende il sopravvento. Perché la nostalgia è sempre una forma di rimozione, un modo per non fare i conti con la violenza, le disuguaglianze e la repressione che quel passato ha prodotto.
In questo senso, il comunicato è esplicito. Non basta abbattere un regime se ciò che lo sostituisce riproduce le stesse logiche di potere, autoritarismo e verticalità. Le opposizioni autoritarie, i progetti politici costruiti attorno a leader carismatici, le promesse di ordine e stabilità non sono alternative reali. Sono variazioni dello stesso schema. Cambiano i simboli, non cambiano i rapporti di forza.
Assumere questa posizione richiede coraggio politico. Significa rifiutare il ricatto del “meno peggio”, quella logica per cui, di fronte alla violenza presente, qualsiasi passato diventa improvvisamente accettabile. Significa rifiutare l’idea che l’unico modo di uscire dall’oppressione sia affidarsi a figure salvifiche, a genealogie dinastiche, a miti nazionali riattivati in chiave opportunistica. È una scelta scomoda, perché non offre scorciatoie, non promette soluzioni immediate, non consola.
Ed è qui che il testo parla in modo diretto anche a chi lo legge da fuori. Perché è facile sostenere una rivolta se questa può essere incanalata dentro un copione già noto. È più difficile accettare una posizione che rifiuta di essere arruolata, che non chiede legittimazione, che non si presta a essere usata come pedina geopolitica. Dire “né l’uno né l’altro” è un atto di rottura.
Questo rifiuto segna una linea netta. Non si tratta di scegliere tra due forme di dominio, ma di spezzare la logica che le rende possibili. Ed è proprio per questo che questa frase, oggi, è così pericolosa. Perché apre uno spazio che il potere – vecchio o nuovo – non sa controllare. Perché afferma che il futuro non si eredita, non si restaura, non si delega. Lo costruisce solo il popolo.
comunicato
Dichiarazione congiunta dellə studentə attivistə delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares a sostegno delle proteste nazionali
Da anni chi detiene il potere teme l’università e cerca di schiacciarla e logorarla con la repressione. Oggi le crisi si accumulano: povertà, disuguaglianza, oppressione di classe, oppressione di genere, pressioni sui popoli e crisi ambientali e idriche. Tutto ciò è il prodotto diretto di un sistema corrotto e in decadenza, l’espressione più evidente di una politica repressiva che, soprattutto dopo i vari movimenti sociali, ha mostrato il suo volto sanguinario nell’ottobre 2019 e nell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà”.
La politica dello Stato verso l’università segue lo stesso schema repressivo: privarla di qualsiasi elemento politico e critico e trasformarla in un terreno sterile, dominato da mercenari paramilitari basij. Gli sforzi incessanti del Ministero della Scienza e delle amministrazioni universitarie per mercificare l’istruzione ed eliminare ogni servizio sociale mirano a ridurre l’università da istituzione politica e impegnata a semplice ente economico passivo. Eppure, l’università ha ancora una volta dimostrato di resistere al dispotismo e che, nei momenti più bui della storia — sia sotto la monarchia Pahlavi sia sotto la Repubblica Islamica — ha saputo difendere la libertà e l’uguaglianza. L’università è sempre stata una barriera solida contro ogni forma di istituzioni reazionarie e arcaiche, e ogni giorno la sua voce progressista è diventata più forte del giorno precedente.
Lə studentə sono figliə di questa storia. È naturale, dunque, che slogan come “Né Pahlavi né Guida Suprema; libertà e uguaglianza” nascano dal cuore dell’università, e che “Donna, Vita, Libertà” risuoni con tanta forza. Sebbene le pressioni abbiano rallentato la crescita del dialogo libero e della critica radicale, e spesso abbiano rinviato le discussioni sulla discriminazione di genere e sul diritto a vivere liberamente, non le hanno mai spente. Oggi l’università è il cuore pulsante del confronto tra idee diverse. Università e studentə non si piegano davanti a nessuna autorità. I pugni chiusi che gridano “Morte alla dittatura” sono rivolti a ogni forma di autoritarismo, presente o futuro.
Oggi l’università si schiera ancora una volta con il popolo, riaffermando quel “No” storico dell’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” e rifiutando falsi dualismi. Ciò che è urgentemente necessario ora è la solidarietà di tutte le componenti della nazione contro la Repubblica Islamica, la monarchia Pahlavi e i Mojahedin-e Khalq. Solo così ha senso essere la voce del popolo. Tuttavia, questa solidarietà non deve impedire all’università di esprimere la propria voce. Attraverso un dialogo interno, vogliamo costruire proposte concrete e un’immaginazione collettiva per il futuro dell’Iran, un futuro in cui libertà e uguaglianza camminano insieme, e in cui la liberazione delle donne e la fine dell’oppressione di genere guidano il cambiamento. Cambiamenti che si realizzeranno tramite istituzioni democratiche e con l’indebolimento delle strutture di dominio e sfruttamento. Un futuro che arriverà senza i principi della velayat-e faqih, senza il velo obbligatorio e senza esecuzioni, in cui libertà e uguaglianza saranno realtà concrete.
Il movimento studentesco, con una visione trasformativa, cerca un futuro libero dal dispotismo e non si sottometterà a nessuna forma di autoritarismo. Oggi la nostra avanzata richiede una nuova visione. Le crisi della società e l’inadeguatezza di tutte le forze che si oppongono alla Repubblica Islamica ci portano a sostenere che il movimento studentesco ha bisogno di un’azione positiva: rispondere alle esigenze del tempo, affiancare le istanze del popolo e dei diversi gruppi sociali, e articolare i processi attraverso cui queste richieste possano essere soddisfatte.
Popolo dell’Iran! Oggi dobbiamo essere tuttə unitə nel dire “No” alla Repubblica Islamica. Nessuno sa cosa riserverà il domani, e nessuna forza singola determinerà il nostro destino. Ma una cosa è certa: è tempo di muoversi, è tempo di agire. Dobbiamo alzarci e scrivere il nostro destino con le nostre mani.
Figlə dell’Iran
Dalle strade delle università
Nella copertina di Darafsh (Wikicommon) una protesta alla Amirkabir University nel 2022
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