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“Dietro ogni consegna, una vita”: sciopero dei rider in America Latina

“La chiamano nuova economía, ma è vecchio sfruttamento” recita uno dei cartelli che i rider affiggono sulla sede di Glovo a Quito. Questo venerdì 29 maggio si è tenuta la seconda giornata dello Sciopero Internazionale dei lavoratori delle piattaforme in sei paesi dell’America Latina: Argentina, Messico, Guatemala, Perù, Costa Rica ed Ecuador.

Una azione transnazionale, ad un mese dal primo sciopero latinoamericano dei rider, che ha l’obiettivo di porre al centro dell’attenzione le rivendicazioni dei rider e denunciare l’estrema precarizzazione delle condizioni di lavoro che affrontano ogni giorno.

In Ecuador l’economia delle piattaforme è arrivata nel 2016. La prima impresa ad entrare nel paese è stata Cabify, poi nel 2017 Uber. Invece le app di consegna a domicilio sono arrivate nel 2018, con Uber Eats e Glovo, poi Rappi alla fine del 2019.

Fin dall’inizio, il modello economico di queste piattaforme ha intensificato le condizioni di flessibilità del lavoro e la violazione dei diritti fondamentali e della previdenza sociale, attraverso un discorso basato sull’autonomia e l’auto-imprenditorialità. Inoltre, la maggioranza delle persone che lavorano come rider sono migranti che vivono quotidinamente la xenofobia e il razzismo sulla propria pelle. Vediamo dunque come in questa specifica condizione di lavoro opera un intreccio particolare tra diverse condizioni di oppressione.

I rider guadagnano in base ai chilometri percorsi: ovvero, ogni chilometro percorso corrisponde ad una tariffa decisa dall’impresa. A partire dal mese di novembre del 2019 per i rider la situazione si è aggravata a causa di una riduzione delle tariffe per ogni chilometro percorso.

Come se non bastesse, pochi mesi dopo, con l’arrivo della pandemia di Covid-19 e l’isolamento obbligatorio, l’attività dei rider è diventata una attività essenziale nel paese, rendendo possibile a chi gode di certi privilegi di classe poter “stare a casa” e ricevere consegne di alimenti senza dover uscire.

 

Con la pandemia, Glovo ha deciso di aumentare la tariffa ai clienti, ma non ha fatto lo stesso con i salari dei rider. Come racconta uno di loro, “mentre io guadagno 80 centesimi con la mia moto, al cliente chiedono 3 dollari. Ovvero, fanno pagare di più ai clienti e a noi ci pagano meno”.

 

Isadora Romero/ Ruda Colectiva

 

Una delle rivendicazioni principali dello sciopero internazionale è l’aumento del 100% del salario, dato che  i rider sono esposti in prima fila rispetto al rischio di contagio, e lo sono stati fin dal primo giorno della quarantena, mettondo a rischio, oltre alla propria, anche la vita dei familiari che dipendono dal loro lavoro. Di fatto, è stata da poco denunciata a Quito la prima morte di un rider per Covid-19.

I suoi compagni di lavoro, indignati, la raccontano con molta tristezza: “All’inizio della pandemia Glovo non ci dava nessun materiale per la sicurezza sanitaria, e dopo le prime mobilitazioni ci danno un kit a settimana. Ma un kit non è sufficiente!”. Questo kit di cui parla la rider intervistata viene distribuito settimanalmente, e contiene una confezione di gel antibatterico, una mascherina e un paio di guanti chirurgici, sufficienti per una sola giornata di lavoro.

 

Per proteggersi dal rischio contagio, i rider devono sostenere di tasca loro il costo di beni necessari, mentre chi amministra le piattaforme resta comodamente seduto in casa, spesso in altri paesi, in attesa dei profitti.

 

Durante lo sciopero di ieri, fin dalla mattina i rider hanno iniziato il concentramento esponendo cartelli, sugli zaini e sulle moto,  esponendo le loro rivendicazioni e preparandosi tutti assieme a recarsi in carovana verso il Ministero del lavoro, come atto simbolico di protesta per chiedere al governo di occuparsi di regolarizzare le piattafome, ed essere inoltre riconosciuti come lavoratori con pieni diritti sindacali.

Esigono previdenza sociale, salario, tredicesima e condivisione degli utili perché, come racconta un rider: “Glovo si sta arricchendo con la pandemia e fattura utili sempre più alti che non vengono però suddivisi tra i lavoratori”. Dal Ministero la carovana si sposta verso gli ufici di Rappi, perché oggi la lotta è dei rider indipendentemente dalla  piattaforma per cui lavorano; e perché tutte precarizzano il lavoro allo stesso modo.

 

 

Un’altra rivendicazione riguarda la riattivazione degli account bloccati ai lavoratori: le app bloccano account ogni giorno, e i rider denunciano come questi blocchi siano rappresaglie mirate contro chi reclama e si organizza per lottare per i propri diritti. Una dimostrazione della falsa autononomia e della falsa libertà di cui si riempiono la bocca le multinazionali.

 

Una rivendicazione fondamentale riguarda gli incidenti che avvengono in strada: le piattaforme non garantiscono la previdenza sociale ai rider e l’assicurazione in caso di incidente è insufficiente rispetto ai danni che riguardano moto o biciclette, per non parlare delle spese mediche.

 

La testimonianza di un rider mette in luce come le piattaforme diano priorità al capitale piuttosto che alla vita dei lavoratori stessi: “Quando riportiamo un incidente, la prima cosa che ci chiedono è in che condizioni è la consegna, non gli interessa come stiamo noi”.

Attorno a mezzogiorno la carovana si scioglie ma la lotta continua e continuerà fino a quando i lavoratori delle piattaforme non vengano riconosciuti a tutti gli effetti come lavoratori secondo i diritti costituzionali.

Una questione interessante di questa lotta è la condizione comune che emerge nelle proteste in altre aree della regione e del mondo, mostrando come la violazione dei diritti da parte del capitale trascende le frontiere. In diversi paesi dell’America Latina, i rider si stanno organizzando. Sono anche aumentati gli spazi di connessione transnazionale e di azioni congiunte.

In Ecuador, i rider hanno consegnato una lettera al Ministero del Lavoro e a Glovo, sollecitando un tavolo di dialogo per analizzare le misure di sicurezza sul lavoro nell’ambito della pandemia. Hanno già sostegno legale ecostruiscono articolazioni con altre lotte, perché “siamo anche esseri umani, e dietro ad ogni consegna c’è una storia, una vita e meritiamo dignità”.

 

Kruskaya Hidalgo Cordero è una attivista e ricercatrice femminista ecuatoriana, fa parte dell’Osservatorio sulle Piattaforme e del Parlamento Plurinazionale e Popolare delle donne e delle organizzazioni femministe.

Immagine di copertina: Isadora Romero/ Ruda Colectiva. Galleria fotografica: Kruskaya Hidalgo Cordero.