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MONDO

Controriforma del lavoro in Argentina: Milei contro la classe operaia

Il governo di estrema destra ha presentato un ampio disegno di legge che mira a modificare gran parte delle normative che regolano il lavoro nel Paese sudamericano, eliminando diritti e trasferendo risorse agli imprenditori

L’11 dicembre 2025, il presidente argentino Javier Milei ha firmato un disegno di legge annunciato da tempo, che verrà sottoposto al Congresso con l’obiettivo di trasformare radicalmente il mondo del lavoro. Nonostante l’intenzione fosse quella di farlo approvare entro la fine del 2025, la sua discussione è stata rinviata al prossimo febbraio a seguito della massiccia mobilitazione sindacale di giovedì 18 dicembre e delle proteste da parte dell’opposizione parlamentare.

Il testo, presentato come intervento di “modernizzazione del lavoro”, contiene quasi 200 articoli che propongono modifiche su questioni molto diverse tra loro, come il lavoro su piattaforma passando per i contributi previdenziali e le pensioni fino al diritto di sciopero e all’allungamento della giornata lavorativa. Nonostante nelle settimane precedenti alcuni portavoce del governo avessero fatto trapelare o fatto riferimento a vari aspetti della proposta di legge, la versione finale era ancora più lunga e ampia di quanto previsto. Celebrata dalle Camere di Commercio (molte delle quali hanno partecipato alla stesura del testo), ha generato allarme e preoccupazione in tutto il movimento sindacale argentino.

Jorge Sola, co-segretario generale della Confederación General del Trabajo (CGT) ha dichiarato la propria «categorica contrarietà a ogni singolo punto messo in essere da questo disegno di legge di riforma del lavoro». Sulla stessa linea, le due anime della Central de Trabajadores de Argentina (CTA) [sigla sindacale nata nel 1992 da una scissione dalla CGT e composta dalla Centrale dei Lavoratori della Argentina Autonoma (CTA-A e dalla Centrale dei Lavoratori dell’Argentina dei Lavoratori (CTA-T) – ndt], che in un comunicato congiunto sostengono che il disegno di legge «non modernizza nulla» e che, in realtà, «è una legge stilata negli studi legali dei grandi gruppi imprenditoriali» il cui vero scopo «è creare precarietà e lasciare i lavoratori senza tutele». La risposta dei sindacati è commisurata alla situazione, visto che proprio il Ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, ha ammesso, durante una visita nello Stato spagnolo lo scorso novembre, che uno degli obiettivi della legge era quello di «smantellare» i sindacati riducendone il «potere» di negoziazione.

La maggior parte dei sostenitori del progetto cerca però di sottolineare come, a loro avviso, con queste modifiche sarà possibile creare più posti di lavoro e generare maggiore «stabilità» nel mercato del lavoro. Paradossalmente, il modello economico promosso finora da Javier Milei ha generato stagnazione, perdita di potere d’acquisto e di posti di lavoro.

Secondo dati ufficiali, dall’insediamento del Presidente di estrema destra i salari reali sono calati in media dell’11%. Allo stesso tempo, il salario minimo è crollato del 34% e oggi dispone di un potere d’acquisto inferiore di quanto ne avesse nel 2001, anno in cui l’Argentina ha attraversato la peggiore crisi economica della sua storia. Inoltre, come sottolineato dalla giornalista Eugenia Rodríguez in un dettagliato articolo pubblicato su “El Destape” [portale di informazione online, fondato nel 2014 dal giornalista Roberto Navarro – ndt], «le riforme del lavoro introdotte con la Ley Bases nel 2024 (periodo di prova più lungo, introduzione della categoria dei collaboratori “indipendenti” e la liquidazione facoltativa)» non hanno creato posti di lavoro. Anzi, «gli ultimi dati ufficiali pubblicati di recente indicano che sono andati persi oltre 280.000 posti di lavoro dipendente».

In un’intervista con “El Salto”, la sociologa Luci Cavallero ha sottolineato che «uno dei principali miti promossi dai media, ma ormai diventati di senso comune, è l’ipotesi e il presupposto implicito che una maggiore flessibilità nelle normative sul lavoro comporti una maggiore probabilità che gli imprenditori assumano più lavoratori». Tuttavia, ha aggiunto, «questo non si è verificato in nessuna parte del mondo, mentre gli esperti del mondo del lavoro di ogni settore e ideologia concordano sul fatto che quello che crea occupazione concreta sono le economie in crescita».

Un attacco ai sindacati

l ricercatore Luis Campos, membro dell’Istituto di Studi e Formazione della CTA-A e uno dei massimi esperti sulla situazione del lavoro in Argentina, sostiene che, in realtà, il progetto del governo Milei nasconde tre riforme in una.

In primo luogo, rappresenta un attacco diretto all’organizzazione e all’azione collettiva, il cui principale strumento istituzionale sono i sindacati. «Di fatto, proibisce gli scioperi attraverso un’eccessiva regolamentazione dei cosiddetti servizi essenziali», ha sottolineato Campos nell’intervista su questa stessa testata. La proposta di legge classifica come essenziali attività diverse come la gastronomia, l’istruzione e la produzione alimentare, e imporrebbe, in caso di indizione di uno sciopero, l’obbligo di garantire un livello minimo di personale tra il 50% e il 75% a seconda dei casi. «In questo modo si impongono restrizioni al diritto di sciopero praticamente in tutti i settori dell’economia, restrizioni che attualmente esistono già ma soltanto per un numero molto limitato di attività, come le unità di terapia intensiva o le centrali nucleari», ha riferito il ricercatore.

Un’altra questione critica per i sindacati riguarda i contratti collettivi di lavoro. Attualmente, è in vigore un sistema progressivo per il quale la Legge sui Contratti di Lavoro stabilisce un livello minimo che gli accordi specifici di settore possono migliorare, ma mai peggiorare.

Allo stesso tempo, vengono consentiti accordi individuali a livello aziendale o regionale, che devono però rispettare gli stessi standard minimi. La riforma proposta dal governo argentino mira a rompere questa dinamica, consentendo che gli accordi di secondo livello (provinciali o aziendali) prevalgano sui contratti collettivi nazionali nonostante introducano condizioni di lavoro peggiori.

La proposta prevede anche l’imposizione di un limite molto severo alla cosiddetta “ultrattività di legge” dei contratti collettivi. A differenza di altri Paesi, in Argentina questi accordi non hanno una data di scadenza. Ciò significa che, se le trattative tra un sindacato e un’associazione di imprenditori non riescono a raggiungere un accordo, tutti i diritti acquisiti in base all’accordo precedente rimangono in vigore. Anche in questo caso, il governo intende eliminare questo principio stabilendo un periodo di validità di un anno per alcune clausole, aspetto che metterebbe i sindacati in una posizione di debolezza poiché sarebbero costretti a sottoscrivere accordi con le aziende, anche se questo significherebbe perdere benefici e conquiste ottenute nel tempo.

Inoltre, si condiziona anche l’attività sindacale all’interno delle unità produttive. Qualsiasi gruppo di lavoratori che decida di tenere un’assemblea dovrà ottenere l’autorizzazione del datore di lavoro e, in caso di riscontro positivo, il tempo impiegato nella discussione collettiva verrà detratto dalla retribuzione.

Infine, ma non meno importante, «sono previste restrizioni molto severe sul finanziamento sindacale», ha sottolineato Campos, aggiungendo che «forse quella più significativa è che i datori di lavoro non sono più tenuti a fungere da sostituti d’imposta per le quote sindacali, il che ostacolerà notevolmente la capacità dei sindacati di finanziare le proprie attività».

Controllo del processo di lavoro

Secondo Campos, la seconda riforma è correlata alla prima, ma si concentra sull’ampliamento e rafforzamento del controllo da parte del datore di lavoro sul processo lavorativo. Tra i punti più significativi figurano: l’estensione del periodo di prova a sei mesi; una maggiore flessibilità nei periodi di ferie permettendone il frazionamento in periodi di almeno sette giorni consecutivi e introducendo l’obbligo per i datori di lavoro di concedere ferie “almeno” una volta ogni tre anni durante la stagione estiva; l’introduzione dei “salari dinamici” che possono essere modificati in base alla produttività o al “merito”; l’autorizzazione al pagamento in valuta estera, voucher o cibo.

Senza dubbio, l’aspetto più controverso di questa seconda riforma del progetto rimane la cosiddetta “banca delle ore”. Questo sistema consente ai datori di lavoro di gestire il tempo dei dipendenti in base alle proprie esigenze produttive e di modificare l’orario di lavoro senza pagare gli straordinari. Una giornata lavorativa di otto ore potrebbe essere estesa a 12 ore lo stesso giorno, se l’azienda dovesse decidere in tal senso. Come compensazione, queste ore verrebbero “restituite” al dipendente in un altro giorno, tramite una riduzione della giornata lavorativa.

«Questo pone i lavoratori in una posizione molto debole nei confronti dei datori di lavoro, perché queste questioni, entro certi limiti, potevano essere oggetto di negoziazione nei contratti collettivi, mentre da ora in poi saranno discusse nei contratti individuali», sostiene Campos.

Da parte sua, Luci Cavallero ritiene che se questa legge venisse approvata, «l’impatto sarebbe una diminuzione del costo del lavoro per le aziende non solo in virtù dell’adeguamento degli stipendi, ma anche in relazione alle condizioni di lavoro», dove ci sarebbe «una maggiore flessibilità e una maggiore responsabilità da parte del lavoratore per questioni che prima erano assunte dal datore di lavoro e che dovrebbero continuare ad essere assunte dal datore di lavoro».

Rendere i ricchi più ricchi

Il terzo aspetto della legge sulla “modernizzazione del lavoro” è direttamente legato al progetto politico, economico e nazionale di Milei: un governo della classe dirigente e per la classe dirigente. Per Luis Campos non ci sono dubbi: il testo della nuova legge «rappresenta un trasferimento multimilionario di risorse dalla forza-lavoro al capitale».

Possiamo osservarlo in due modi. In primo luogo, la riduzione dei contributi mensili di previdenza sociale da parte dei datori di lavoro, che diminuiscono di tre punti percentuali: dal 20,4% al 17,4%. Questi fondi confluiscono attualmente nell’Administración Nacional de la Seguridad Social (ANSES) , responsabile del pagamento delle indennità, delle pensioni, degli assegni familiari e di altri contributi previdenziali.

Mentre le aziende continueranno a trattenere questi tre punti percentuali dalla retribuzione totale, questi fondi saranno reindirizzati al Fondo di Assistenza al Lavoro (FAL), uno strumento creato dalla nuova legge che sarà responsabile del pagamento delle indennità di fine rapporto ai lavoratori licenziati dai loro datori di lavoro. «Quindi, per i datori di lavoro, rappresenta un guadagno quotidiano netto: verseranno il 3% al FAL, ma risparmieranno il 3% di contributi previdenziali», ha spiegato Campos. In definitiva, risparmieranno sulle indennità di fine rapporto «che ora saranno coperte indirettamente da fondi che l’ANSES non riceverà più». In altre parole, i soldi saranno sottratti a pensionati e altre persone vulnerabili per finanziare la possibilità per le aziende di licenziare i lavoratori.

In secondo luogo, la legge prevede anche una riduzione dei contributi a carico dei datori di lavoro ai fondi di previdenza sociale, dal 6% al 5% dei salari. Ciò significa che i lavoratori argentini cederebbero al settore imprenditoriale circa il 4% della massa salariale complessiva. Secondo le stime dei sindacati, il totale ammonta attualmente a circa 2,5 miliardi di dollari all’anno.

Qual è lo stato di avanzamento del progetto?

Come accennato all’inizio, l’obiettivo dichiarato dell’Esecutivo era che il Congresso approvasse la riforma entro la fine del 2025. Infatti, la neoeletta senatrice ed ex-Ministro della Sicurezza sotto Milei, Patricia Bullrich, aveva fissato il 26 dicembre come data per la votazione.

Tuttavia, la situazione è cambiata nei giorni precedenti alla data. Nella notte di mercoledì 17 dicembre, il partito al governo ha subìto una battuta d’arresto nella votazione sulla Legge di Bilancio alla Camera dei Deputati, dove l’opposizione è riuscita a far respingere l’articolo che eliminava i finanziamenti all’università pubblica e abrogava la legge Emergenza e Disabilità [legge che dichiarava uno stato di emergenza fino alla fine del 2026 e introduceva sussidi per le persone con disabilità, approvata dal Senato il 10 giugno 2025 ma bloccata da Milei il 4 agosto 2025 – ndt].

Nel frattempo, giovedì 18 dicembre, i principali sindacati, organizzazioni sociali, gruppi per i diritti umani e partiti politici si sono mobilitati in Plaza de Mayo per manifestare contro la riforma del lavoro. Poche ore dopo la manifestazione, nella quale era stato evocato lo sciopero nazionale, la senatrice Bullrich ha annunciato che il disegno di legge sarebbe stato discusso il prossimo 10 febbraio.

Nonostante dell’ottobre 2025 il governo di Milei sia emerso rafforzato dalle elezioni legislative e abbia ampliato la propria rappresentanza in entrambe le camere del Congresso, deve ancora trattare con i settori moderati e più inclini al dialogo per ottenere l’approvazione dei suoi progetti.

In questo momento, mentre il partito di governo cerca di convincere i legislatori indecisi (con argomentazioni o prebende), il movimento operaio sta pianificando i prossimi passi in una battaglia che, per ora, è riuscito a rimandare al 2026.

Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress da “El Salto“. La copertina è di Gage Skidmore da Flickr

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