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OPINIONI

Chiusura scuole in Campania, il braccio di ferro che non tocca la produzione

Il Tar ha bocciato la proposta del governatore De Luca di chiuedere le scuole ed evitare il rientro in classe, misura che era volta a far pagare alle persone più giovani i costi dell’attuale ondata pandemica

La Befana ha lasciato nella calza degli studenti campani una tonnellata di carbone. Sulla base di dati ufficiali relativi ai contagi nella Regione, il Presidente De Luca aveva annunciato un’ordinanza per il ritorno alla didattica a distanza nel territorio campano, attaccando con durezza il Governo perché a fronte di una situazione ormai fuori controllo, “i Migliori” continuano a balbettare sfornando provvedimenti insulsi e difficilmente comprensibili, come il balletto sulle patetiche declinazioni dell’inutile Green Pass. La risposta del Governo alla fuga in avanti di De Luca è stata affidata al Ministro Bianchi che, contrattaccando sul provvedimento ha aperto un conflitto istituzionale che bene rispecchia la nostra democrazia di “scimmie al volante”, per citare un recente testo di Massimo Mensurati e Fabio Tonacci.

Il Tar campano, sollecitato a pronunciarsi sull’ordinanza della Regione si è espresso, il 10 gennaio, sospendendone l’esecutività con una sentenza nella quale si rileva che in Campania, non classificata fra le “zone rosse”, «la sola mera possibilità dell’insorgenza di gravi rischi» non determina una «situazione emergenziale, eccezionale e straordinaria che, in astratto, potrebbe consentire la deroga alla regolamentazione generale» e che, inoltre, non risulta al momento (secondo i pur caotici dati ufficiali) alcun «focolaio, né alcun rischio specificamente riferito alla popolazione scolastica».

Il Tar ha bocciato il provvedimento sottolineando che «a ulteriore sostegno della complessiva non ragionevolezza della misura, non siano state assunte misure restrittive di altre attività» e che le «rappresentate difficoltà del sistema sanitario regionale, lungi dal giustificare l’adozione della misura sospensiva, dimostrano piuttosto la carente previsione di adeguate misure preordinate a scongiurare il rischio […] di “collasso”».

Una débâcle pesante per Palazzo S. Lucia, gravata dall’accusa, nero su bianco, di aver disposto la chiusura delle attività didattiche come “provvedimento tampone” per non aver messo in atto, in questi due anni, alcuna misura di contenimento del contagio.

Al di là della eventuale soddisfazione per il provvedimento del Tar, è opportuno, per chi non voglia accontentarsi della sfida a colpi di carta bollata, spostarsi dal campo giuridico a quello politico per rilevare alcuni elementi di questa vicenda che l’organo di giustizia lascia intatti, perché al di fuori delle sue competenze.

(da commons.wikimedia.org)

Il provvedimento della Regione Campania risultava in realtà inaccettabile per numerosi motivi, supportati da una rapida analisi della letteratura scientifica dedicata al tema anche se alcuni distinguo vanno fatti per impedire che, nel calderone dei social passi il messaggio che avevano ragione quelli che fin dal primo momento invocavano una revoca indiscriminata dei provvedimenti di distanziamento sociale, senza specificare con quali mezzi fronteggiare, poi, l’avanzare della crisi.

Le misure di sospensione dell’attività didattica hanno interessato, da marzo del 2020, circa la metà della popolazione studentesca mondiale, innescando numerose polemiche perché in quella fase, già dai primi studi disponibili risultava chiaro che bambini e adolescenti non rappresentassero, come nel caso del virus influenzale, la sede privilegiata del contagio.

La pandemia da SARS-CoV-2, tuttavia, è un evento inedito e come tale privo di un retroterra di dati in grado di orientare con certezza i provvedimenti di contrasto. Nella prima fase, quindi, la chiusura delle scuole ha avuto un suo razionale come parte di un più ampio range di misure preventive, seppur in mancanza di dati sugli effetti del “lockdownscolastico” come elemento isolato, perché sarebbe impossibile raccoglierli, il che ha fornito l’occasione per aizzare polemiche e ragionamenti spesso fuori luogo.

Le misure restrittive, in linea con quanto raccomandato dalle istituzioni sanitarie di tutto il mondo, si sono rivolte alle fasce in età scolastica non perché le scuole rappresentassero un epicentro di contagio ma perché si tratta di un settore della società che non può essere considerato come un mondo isolato e soprattutto perché possibile luogo di raccolta di contagi provenienti dalla trasmissione domestica.

Anche se dai dati relativi alla precedente epidemia da coronavirus del 2003 risultava evidente che la trasmissione nelle scuole fosse molto bassa o assente, questo non significa che le scuole siano mai state immuni dal contagio, meno che mai nello scenario attuale dominato da varianti che colpiscono fasce d’età differenti rispetto al virus della “prima ondata”.

Avere un grembiule e una cartella poteva salvare dallo svilupparsi di forme gravi di patologia ma non rendeva immuni dall’essere vettori di contagio e bisogna considerare che la scuola non è solo il luogo di formazione di ragazzi e bambini ma anche un luogo di lavoro nel quale docenti e personale scolastico, per motivi anagrafici, non sono immuni dallo sviluppo di patologia.

In base a queste considerazioni, supportare il primo ricorso alla Didattica a distanza nella fase iniziale non voleva certo dire essere filogovernativi, piuttosto poteva essere l’occasione per provare ad articolare un discorso complessivo sulla necessaria rifondazione del sistema formativo e un ricco dibattito si è avviato in quei mesi, purtroppo minato da fratture e divisioni che hanno fatto il gioco del padrone. In particolare, alla luce di semplici considerazioni basate sulla letteratura internazionale oltre che sulla logica, era ed è evidentemente una follia affermare, come una parte dei movimenti sociali impegnati sul tema ha fatto, che la scuola sia un luogo assolutamente sicuro, l’unico all’interno di un sistema di interazioni sociali colpito dai contagi e che quindi bisognasse riavviare la didattica in presenza tout court.

(da commons.wikimedia.org)

Il tutto sostenuto da pochi, frammentari e non consolidati studi e senza considerare la scuola come un segmento della grande “fabbrica sociale” e come tale toccata come qualsiasi altro ambito dalla circolazione virale. C’era, dietro questa posizione, la sottaciuta idea che la pandemia fosse, in realtà, un evento del tutto gestibile e amplificato dai Governi come arma per attuare politiche securitarie sfruttando la falsa emergenza. Qualcuno, fra gli idoli del fronte “apriamo tutto” lo aveva anche detto, derubricando in un primo momento la Covid-19 a una variante dell’influenza, avvelenando il dibattito e provocando divisioni alla base della debolezza della risposta politica alla gestione folle di questa crisi planetaria. Questa posizione, ovviamente, se risultava debole nella prima fase, con il contesto dominato da nuove varianti risulta del tutto inaccettabile.

Una parte consistente del dibattito interno ai movimenti sociali, tuttavia, si attesta ancora su questa posizione. Tutti a scuola anche senza precauzioni, senza mascherine, senza vaccino tanto i bambini sono immuni. Sciocchezze pericolose che hanno fatto, nella loro inconsistenza, il gioco del padrone.

Queste credenze potevano avere una loro seppure debole sostanza rispetto alla circolazione del ceppo Alpha, che non circolava significativamente fra i bambini e quando lo faceva risultava poco o addirittura nulla contagioso, come evidenziava il primo studio sul caso di Vo Euganeo ma continuare su quella linea nello scenario attuale appare del tutto incomprensibile.

Nonostante il nuovo contesto, tuttavia, l’attuale presa di posizione della Regione Campania risulta davvero irricevibile, soprattutto dopo due anni dall’inizio della crisi, perché i provvedimenti di distanziamento hanno una loro efficacia se limitati nel tempo e come occasione per attuare riforme strutturali. Il prolungamento di quelle misure genera un numero maggiore di danni rispetto ai benefici attesi, non contribuendo a limitare le curve epidemiologiche per l’intervento di altri fattori che, alla lunga, favoriscono comunque il contatto sociale esterno all’ambiente scolastico. Ben venga la sospensiva del Tar resta, però, il problema che le scuole non sono un “presidio di sicurezza” come afferma la Sottosegretaria Barbara Floridia, che in parte difende il suo Governo, in parte accarezza, come fanno in troppi, i mal di pancia delle famiglie. Che fare?

Per orientarsi dentro le nebbie di questo caos politico è innanzi tutto opportuno comprendere che non ci troviamo di fronte a una giusta battaglia del Governo dei Migliori contro il cattivo satrapo di Palazzo S. Lucia. Il Ministro Bianchi rappresenta solo la fazione opposta di una classe politica votata esclusivamente alla difesa degli assetti economici, in nome dei quali tutto si può sacrificare.

Detto in soldoni, De Luca prova a chiudere le scuole perché, non producendo denaro, rappresentano l’unico settore sacrificabile e intanto lascia intatta la disastrosa rete dei trasporti, fuori controllo l’industria del turismo, in mezzo a un pantano il sistema sanitario pubblico. Bianchi, d’altra parte, attacca il provvedimento perché difende una linea governativa attestata su un’idea semplice.

(immagine da Pixabay)

Non possiamo permetterci altre chiusure del sistema produttivo e non abbiamo intenzione di mettere mano alla tasca dei ricchi per sovvenzionare le attività economiche colpite dai contagi (che al momento procedono indisturbate) e rifinanziare il reddito per sostenere le famiglie dei precari, quindi non chiudiamo niente, nemmeno le scuole (perché significherebbe ammettere che qualcosa, nel controllo dell’epidemia non ha funzionato) e lasciamo correre il virus. La quota di ammalati e decessi che ci saranno rappresentano un costo per il mantenimento dello status quo. Ci penserei due volte prima di sostenere l’opposizione del Governo a De Luca anche perché quello che il Tar non dice è che mentre si salvaguarda il sacrosanto diritto alla formazione delle giovani generazioni, si lascia intatto il disastro del sistema scolastico.

In Italia, peraltro, a differenza di altri contesti europei colpevoli di aver scelto da tempo la strategia di “far correre il virus”, non è stata messa in atto alcuna strategia preventiva nelle scuole per scongiurare la Dad e garantire la sicurezza all’interno degli istituti.

Vanno in questa direzione il provvedimento della Gran Bretagna, che ha disposto la distribuzione gratuita delle mascherine e l’esecuzione di due tamponi alla settimana per docenti e studenti o la distribuzione di tamponi gratuiti in Grecia, Francia e anche negli USA. Nel nostro Paese queste misure sono a carico della spesa privata, con una prevedibile difficoltà per le fasce a basso reddito.

Un caos dentro il quale il virus corre più che nell’aria e dentro il quale appaiono tanto più indecorosi i teatrini della politica, compreso questo provvedimento della Regione Campania che, a voler essere malpensanti, probabilmente aveva un destino segnato. È difficile credere, infatti, che i tecnici di Palazzo S. Lucia non immaginassero uno scenario di questo tipo, con il Tar che interviene a gamba tesa e fornisce un grande alibi al Governo regionale. Evitando di parlare del disastro organizzativo della sanità e dell’assenza di qualsiasi misura preventiva, la Regione potrà usare la sentenza come paravento di fronte all’atteso picco delle ospedalizzazioni e dei decessi e al prevedibile esodo dalle classi di studenti e docenti positivi o al riparo in quanto fragili. Io volevo salvarvi, il Tar me lo ha impedito.

In realtà le misure di distanziamento circoscritte alla scuola proposte dalla Regione Campania risultano perfettamente inutili mentre sono attivi e intoccabili i centri di produzione a appaiono ridicole a due anni dall’inizio di questa tragedia, senza essere riusciti a mettere in campo un solo provvedimento significativo, a parte i famigerati banchi a rotelle, le inutili forniture di mascherine simili a strofinacci per la polvere e la raccomandazione (da piangere) di tenere aperte le finestre nelle aule, squallore che Bianchi, paladino del diritto dall’istruzione evita di citare.

Più che lecita, allora, la domanda, di genitori, studenti e docenti, su quale futuro vogliamo dare a questa generazione cui l’assenza di scuola sta facendo più danni del virus. La risposta è semplice e qualche politico, dalla sua tribuna televisiva o social, dovrebbe avere il coraggio di esplicitarla.

Signore e signori, a noi del futuro di queste e delle prossime generazioni, a meno che non siano nostri parenti, non ce ne frega assolutamente niente, come gli ultimi trent’anni di politiche della scuola, peraltro, dimostrano in maniera chiara. Come chiara è la strategia di fondo delle istituzioni, orientate a proteggere il sistema produttivo “immediato”, il qui e ora dei ricavi alla cassa mentre non è un loro problema il danno economico “allargato” e non immediatamente quantificabile, da scaricare comodamente sulle generazioni future.

(foto di Antonio Bove)

Il manifestarsi di questa crisi istituzionale rappresenta un’occasione, aprendo una crepa dentro la quale è opportuno impiantare il cuneo della lotta politica, articolando la riflessione fra differenti settori della società che, invece, sembrano andare per conto proprio. Il “tema scuola” va ricondotto, perciò, all’interno della dinamica complessiva dentro cui corre il virus, si generano i contagi, si produce la crisi. In questo senso è evidente che occorra indirizzare lo scontro sull’utilizzo dello Stato d’Emergenza che serve a derubricare a elementi secondari gli interventi, invece necessari, su scuola, sanità e salute pubblica.

È l’intrecciarsi di questi ambiti a costituire la vera sfida e lo testimonia proprio quanto accade in Campania, dove la Regione annuncia la chiusura delle scuole e interviene contemporaneamente sul comparto sanitario chiudendo reparti e ambulatori per fronteggiare un prevedibile aumento delle ospedalizzazioni in strutture nelle quali in due anni non si sono effettuati interventi significativi, permanendo nell’attesa dell’immunità di gregge affidata, improvvidamente alla sola campagna vaccinale, comunque essenziale.

Nel nodo stretto tra gli essenziali ambiti scolastico e sanitario va letta la strategia di fondo delle politiche governative ed è del tutto evidente che una risposta politica a questa situazione critica non possa essere affidata a interventi “settoriali” e che sia urgente riarticolare una riflessione condivisa, tanto più guardando all’insieme degli aspetti della crisi, particolarmente drammatici nell’inasprirsi del carovita.

La domanda sul “che fare” va rivolta, allora, ai movimenti sociali, ai sindacati di base, alle organizzazioni di classe, a chiunque abbia voglia di uscire dal pantano. È possibile, ora, un confronto collettivo che punti ad analizzare in maniera complessiva la crisi? Possiamo provare ad articolare un programma di lotta diretto a mettere in crisi questa classe politica disarticolandone il piano generale e non a colpi di carta bollata? Sarebbe utile, per esempio, riprendere oggi il filo delle intuizioni e dei ragionamenti che sono circolati già nei primi mesi del 2020, quando il manifestarsi della pandemia è sembrata un’occasione per ripensare radicalmente il welfare, il diritto universale alla salute e si è ragionato su temi centrali come la crisi ambientale, le disuguaglianze tra i Nord e i Sud del mondo, l’accessibilità dei dati, la sospensione dei brevetti su vaccini e farmaci essenziali, provando a lasciarsi alle spalle polemiche sterili e ragionamenti privi di una visione complessiva dei grandi temi che questa crisi pone quotidianamente sul terreno.

Le finestre nelle classi sono aperte, nonostante l’inverno. Sarebbe ora di farci passare attraverso aria nuova, magari approfittandone per gettare via qualcosa di vecchio e malandato.

Immagine di copertina di Antonio Bove